Italicum, Renzi e Berlusconi

On 12 febbraio 2014, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

“Renzi è un risk-taker, chi lo assimila ad un vecchio democristiano non ha capito niente di lui.” Lo afferma il Prof. Roberto D’Alimonte che all’appuntamento settimanale “Un caffè con” organizzato da Reti ripercorre le tappe che hanno portato alla messa a punto dell’Italicum, tratteggiando anche un interessante profilo di quello che potrebbe essere il prossimo Presidente del Consiglio. “E’ uno a cui piace rischiare, si assume la responsabilità delle sue decisioni, pur sapendo che si gioca tutto: all’interno di ogni rischio vede delle opportunità”
Altra dote posseduta dal sindaco di Firenze è la capacità di negoziare, come emerge proprio dal percorso che ha portato alla definizione della proposta di legge elettorale in discussione in Parlamento.
Delle tre proposte contenute nel “menu” presentato da Renzi a Berlusconi, ci si è concentrati immediatamente su quella assimilabile al modello spagnolo, individuato come lo strumento più adatto per semplificare drasticamente il quadro politico.
La prima bozza di accordo tra i due prevedeva che, se nessuna coalizione fosse riuscita a raggiungere la soglia del 33% dei voti (poi 35%), si sarebbe proceduto alla distribuzione dei seggi attraverso un sistema proporzionale puro, senza doppio turno che non era ben visto da Berlusconi. Statisticamente, infatti, quando si vota al ballottaggio per i Comuni, i candidati di centro – destra hanno spesso la peggio.
Su queste basi si arriva al famoso incontro di sabato 18 novembre, durante il quale “succede qualcosa”. Il rottamatore, accogliendo i suggerimenti del Prof. D’Alimonte, riesce a convincere Berlusconi della necessità di introdurre il doppio turno per garantire la governabilità. Il leader di Forza Italia, dopo aver sentito il parere di Verdini, accetta anche grazie alla profonda simpatia e stima che prova per il suo interlocutore. “Verdini mi ha detto che Berlusconi, se potesse, darebbe a Matteo le chiavi di Forza Italia”, afferma il Prof. D’Alimonte, “e Renzi, che da ottimo negoziatore sa sfruttare le debolezze dell’avversario, questo lo sa e se ne approfitta”.
L’accordo di gennaio prevedeva però che la soglia di voti necessaria per aggiudicarsi il premio di maggioranza rimanesse bassa e che il premio stesso, fosse consistente. La proposta di legge in discussione in Parlamento prevede, invece, una soglia al 37% e un premio di maggioranza del 15%. Ciò è dovuto in parte alle pressioni dei piccoli partiti e in parte alle raccomandazioni del Presidente della Repubblica, che ha evidenziato la necessità di garantire quell’esigenza di rappresentatività che sta alla base della pronuncia di incostituzionalità emessa dalla Consulta nei confronti del porcellum. A queste condizioni, il rischio di uno sfilacciamento dell’accordo è reale e si somma all’incognita di quello che potrebbe succedere se realmente, nei prossimi giorni, un eventuale governo Renzi nascesse con la partecipazione di Alfano che, a quel punto, potrebbe tornare a chiedere con più forza l’introduzione delle preferenze.
D’Alimonte ritiene comunque che l’impianto della legge in discussione in Parlamento sia l’unico possibile, dato l’attuale quadro politico, anche se non nasconde che, in astratto, il modello ideale sarebbe quello francese che garantirebbe quella governabilità che, se le soglie viste sopra rimanessero invariate, sarebbe comunque a rischio dato che 10/15 parlamentari potrebbero far cambiare le sorti del governo. L’elemento oggi irrinunciabile per un’efficace riforma elettorale resta comunque il ballottaggio tra le due coalizioni più votate, che è in grado di legittimare pienamente la coalizione vincente e renderla più forte. Anche il rischio di un possibile aumento dell’astensione al secondo turno non sussiste, in quanto, come dimostra l’esperienza francese, “quando la posta è alta le persone a votare ci vanno”.
Anche l’Italicum, comunque, di cui D’Alimonte si definisce “al massimo uno zio insieme a Verdini” (affermando che gli unici veri padri sono Renzi e Berlusconi), da solo non può bastare a risolvere i problemi strutturali che impediscono l’efficiente funzionamento del sistema politico italiano. “Accanto alla legge elettorale si possono approvare subito alcune importanti riforme che vadano nella stessa direzione”. Tra esse, ad esempio, la riscrittura dei regolamenti parlamentari finalizzata a garantire una maggiore governabilità e, in attesa della riforma costituzionale che elimini il bicameralismo perfetto, la possibilità per i diciottenni di votare anche al Senato in modo da equiparare il corpo elettorale dei due rami del Parlamento.
Le cose da fare sono insomma molte e Renzi “ne è perfettamente consapevole”, così come è consapevole che in Italia ogni vera riforma strutturale rischia di essere rallentata dalle resistenze opposte dalle varie sacche di potere presenti all’interno dell’apparato burocratico dello Stato. Il sindaco di Firenze però “ha molta fiducia in se stesso ed un enorme pragmatismo”. Caratteristiche che, secondo il Prof. D’Alimonte, potrebbero portarlo ad accettare un incarico di Governo: un rischio che al suo interno nasconde anche grandi opportunità.

@fraclementi

L’export volano per uscire dalla crisi. ‘’In questi anni questo segmento ha avuto il grande merito di costituire l’unico fattore che ha rallentato la decrescita del nostro Paese’’.  Lo afferma Giuseppe Tripoli, Capo Dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico, che, all’appuntamento settimanale “Un caffè con” , organizzato da Reti, delinea le linee fondamentali  della strategia che il Governo intende porre in atto per rilanciare la competitività italiana all’estero.

I cinque settori che registrano un costante aumento della domanda e che risulteranno  strategici per l’export italiano, nei prossimi anni, sono: meccanica, arredo, tessile, agroalimentare e farmaceutico.  All’interno di tali ambiti, e, in generale, dell’intero contesto economico, occorre incentivare le piccole e medie imprese ad affacciarsi sui mercati internazionali.  Delle 200.000 aziende che esportano oggi in Italia, infatti, solo il 25% appartiene a questa categoria.  ‘’Per effettuare l’operazione- aggiunge Tripoli-  occorre estendere l’applicazione di servizi delineati in origine per le imprese medio-grandi anche alle PMI.  In questa direzione si muove il piano di internazionalizzazione delineato dal Governo, che, puntando sulla collaborazione delle Regioni e delle Camere di Commercio, cerca di indirizzare l’export italiano verso quei paesi nei quali è in crescita la domanda di beni di consumo e di infrastrutture e che presentano un terreno più fertile per gli investimenti’’.

Quali fattori sono necessari alla realizzazione del piano?.  Anzitutto occorre procedere a una vera e propria opera di “alfabetizzazione digitale” delle piccole imprese che sono ancora troppo indietro nel campo dell’e-commerce. Occorre, in questo senso, che ‘’il digitale colleghi l’imprenditore non solo al consumatore, ma anche al fornitore, attraverso servizi “chiavi in mano”, onnicomprensivi e di facile utilizzazione. Importante sarà, in questo settore, l’inserimento in azienda di giovani “nativi digitali” che possiedono le competenze necessarie per portare avanti tale operazione’’.

Altro grande fattore necessario per favorire l’internazionalizzazione è costituito dal rafforzamento della rappresentanza italiana all’estero, sul piano della promozione commerciale. A tal fine, la struttura pubblica deve offrire una piattaforma di base a cui è necessario che si  affianchino tutta una serie di servizi forniti dai privati.

Infine, un fattore importantissimo per il rilancio dell’export italiano è costituito dalla promozione del “Made in Italy”.  In tal senso occorre, anzitutto, una crescita nella capacità manageriale delle PMI, attraverso la formazione di export manager competenti. Sono essenziali, inoltre, un radicale abbattimento dei costi di esportazione dei prodotti italiani ed un sostegno finanziario concreto per tutte quelle imprese medio-piccole che non possiedono ancora l’esperienza necessaria per operare nei mercati internazionali.

La grande sfida che attende il Governo è quella di riuscire ad attirare in Italia un maggior numero di capitali dall’estero. Per questo è stato elaborato il piano Destinazione Italia. Uno dei pericoli maggiori che possono insidiare la riuscita di tale piano è costituito dal contesto normativo dei diversi settori produttivi, in cui si assiste ad un continuo cambiamento di regole, che disorienta gli investitori esteri. Per questo è essenziale procedere ad armonizzare e stabilizzare le norme rilevanti in materia.

@FraClementi

Il sistema politico si interroga su stesso, sta cercando di ristrutturarsi , ma  vive una fase eterea, sospesa sulle nuvole , è in fase cloud. Solo la legge elettorale può essere lo strumento di collegamento ‘’terreno’’: ha molto più valore di quanto l’ordinamento gli attribuisca. Questa la premessa del Prof. Francesco Clementi, docente costituzionalista all’Università di Perugia e componente della commissione per le riforme costituzionali, oggi ospite del ‘’Caffè con..’’ organizzato da Reti- QuickTop, un incontro dedicato alla legge elettorale, come farla, se è possibile con l’attuale composizione del Parlamento, quali caratteristiche dovrebbe avere.

‘’Il sistema elettorale in Italia è orizzontale- spiega Clementi- gli eletti non parlano con gli elettori, anzi li temono, in effetti questo sistema è fatto apposta per allontanare, e in questo dà spazio a movimenti di protesta in sé, come il M5S.  La fase cloud ha almeno 4 macro soggetti: Pd, Pdl, Scelta civica e Movimento 5 stelle’’. Che fase vivono e che ruolo giocano i 4 soggetti nella via verso la riforma elettorale? ‘’  Il Pd è alla vigilia del congresso, un congresso che parla di tessere,  campagna elettorale ed è fondamentalmente per addetti ai lavori. Un Pd chiuso, solista almeno fino alla seconda fase congressuale, finchè non si aprirà all’esterno per la scelta del candidato’’.

Poi c’è il Partito della libertà. ‘’ Il Pdl si sta ancora interrogando sul parametro concettuale: la decadenza di Berlusconi è unita alle sorti del Governo di larghe intese? Berlusconi pensa che la durata del governo dipenda dalla sua permanenza in Senato, mentre una minoranza all’interno del partito pensa il contrario. Questo aprirebbe due scenari: due gruppi parlamentari distinti in un unico partito, per non perdere il consenso elettorale. Questa possibilità dovrà fare i conti con il brand elettorale di un leader come Berlusconi; la seconda ipotesi, più inverosimile ma più innovativa, è che i diversamente berlusconiani diano vita a un partito democratico di massa’’.

Scelta civica, il terzo soggetto? ‘’Se si dividerà, con Monti che ha disconosciuto la sua creatura, si diluirà nelle altre forze presenti, rafforzando il bipolarismo’’. Infine il M5S. ‘’Il movimento 5 stelle, anzi Grillo, potrebbe disarticolare il bipolarismo e portare al tripolarismo. Ma non succederà, Grillo non ha interesse a cambiare il sistema politico, ha interesse a rafforzare l’antitesi tra sistema e antisistema’’.

Previsioni a breve periodo. ‘’La legge elettorale non si farà prima dell’intervento della Corte costituzionale’’. Per chi sostiene che potrebbe essere fatta con decreto legge, cosa risponde? ‘’Un decreto legge sarebbe incostituzionale: l’urgenza che prevede l’adozione di un decreto legge non c’è, l’urgenza è solo nella politica”

Una nuova legge elettorale darebbe una svolta politica all’Italia. Ci sono caratteristiche che sono irrinunciabili per cambiare davvero. ‘’ Non si può pensare ad una legge elettorale senza doppio turno- conclude Clementi- per dare la possibilità al cuore e alla testa degli elettori di esprimersi. E’ auspicabile un ballottaggio a due nomi a livello nazionale, non rinunciare nemmeno alla possibilità dei collegi plurinominali, garanzia di scelta di qualità a livello locale. Si al premio di maggioranza, ma non al ribasso, anzi al rialzo. Uno sbarramento al 50% al primo turno ad esempio, quasi impossibile da  raggiungere, dà la possibilità all’elettore di votare con il cuore, scegliere al di là dei vincoli di opportunità. Ma dare la possibilità alla testa di votare al secondo turno la coalizione migliore per il governo del Paese’’.

Il ruolo della Russia nella questione Siria è stato molto enfatizzato. Eppure, è stato Obama che ha spinto la Russia , così come l’Iran, a trovare una soluzione di compromesso. Sì è mosso bene, calcolando esattamente le conseguenze, e questo gli ha permesso di cavare le castagne dal fuoco, perché non si saprà mai come sarebbe andato il voto al congresso americano, ma è probabile che i repubblicani avrebbero votato contro Obama per questioni di politica interna.

La fotografia della crisi disinnescata in Siria la scatta Gianni De Michelis, Presidente IPALMO, che all’appuntamento settimanale “Un caffè con…”, organizzato da Quicktop Reti, traccia la nuova mappa geopolitica di Occidente e Medioriente.

“Il mondo arabo si è messo in moto creando una serie di contraddizioni nei vari Paesi che sono stati investiti dalle primavere arabe, innescate da una minoranza di giovani in grado di accedere alla rete: il passaggio successivo è stato quello della “democrazia” e delle elezioni. I fratelli musulmani se ne sono approfittati:  Morsi ha vinto semplicemente perché al ballottaggio l’altro candidato era espressione del vecchio regime”.

“All’inizio sono stati travolti i regimi in qualche maniera legati all’Occidente”, spiega De Michelis, “Alla fine il problema più grande era diventato la Siria, che non stava con l’Occidente ma con la Russia”. Sono state coinvolte le varie componenti del mondo arabo e islamista, con l’appoggio principale della Turchia che si candida a essere il principale referente del mondo sunnita: gli Stati Uniti sono stati in qualche modo spinti a prendere una posizione riluttante, vedendo la possibilità di far convergere, dopo la questione egiziana, le diverse posizioni. La decisione statunitense  di intervenire militarmente ha indotto la Russia a reagire, e anche la posizione iraniana è cambiata moltissimo.

Secondo il Presidente IPALMO, entro un mese si potrebbe arrivare a una soluzione di compromesso con il  ritiro di Bashar Assad e le posizioni estremiste ridimensionate, con un riequilibrio generale della situazione nel Medioriente allargato.

“Abbiamo notato poco il cambio di situazione in Qatar, dove l’Emiro ha abdicato ed è stato sostituito dal figlio. Di conseguenza, anche il  Primo Ministro ha lasciato”, sottolinea De Michelis, che parla di probabile conseguenza del mancato appoggio dell’Arabia Saudita ai Fratelli Musulmani, appoggio dato invece ai salafiti e  soprattutto al privilegio della stabilità rispetto alla democrazia. Per quanto riguarda l’Iraq, la situazione è stata forse sottovalutata da quando sono andati via gli americani.

Cosa cambia intanto in Europa con le elezioni tedesche? “Speriamo di fissare una posizione europea più nitida e convergente” dice l’ex leader socialista che giudica la posizione tedesca molto più simile a quella russa di quanto si creda. “Il ruolo dell’Europa potrebbe fare la differenza rispetto a quello che sta avvenendo”, continua, ricordando il ruolo marginale giocato ora dalla Cina, che si mantiene assente pur avendo interesse ad appoggiare l’ Iran. Ma l’evidente evoluzione con l’elezione di Rohani la porta ad appoggiare la posizione russa che è andata in convergenza con quella americana.

Anche Hamas, dice ancora, potrebbe essere in qualche modo ricondotta ad avere un ruolo verso la popolazione palestinese maggiore di quello che ha avuto. L’influenza della fratellanza musulmana, con l’indebolimento dell’Iran, potrebbe ricomporre l’ unità dei palestinesi favorendo il negoziato. “Conterà molto quello che succederà in Tunisia”, sostiene De Michelis.

L’evoluzione della posizione europea sulla politica estera comune va accentuando la differenza con gli Stati Uniti: nel mondo bipolare, serve una definizione del ruolo dell’Europa che tenga conto dei vicini a est e a sud. “Credo che nei prossimi anni andrà rinegoziato il Trattato, per una questione di governance UE ma soprattutto per trovare una posizione differenziata ma comunque convergente con gli Usa” che, si augura De Michelis, avverrà senza contrapposizioni, mentre per gli Stati Uniti conterà il cambiamento della mappa energetica.

Guardando all’Italia non c’è da rallegrarsi: “Non ha una posizione in politica estera perché il Governo non ha un minimo di stabilità, e questa debolezza provoca l’incapacità interna di esprimere linee corrispondenti all’interesse strategico nazionale”. La Francia  invece risulta, nonostante il Presidente socialista, il Paese più vicino agli USA perché è l’unico che ha una dimensione solo atlantica, differente anche da Spagna e Portogallo, che hanno pure posizione solo atlantica ma del sud.

“Il capovolgimento nord-sud del mondo per l’Italia è importante” assicura “perché può risolvere il suo problema principale, il Meridione, in maniera opposta a quanto fatto negli ultimi cinquecento anni. Ovvero non insistendo più sul ritardo del Mezzogiorno ma considerandolo un trampolino di lancio per la  politica europea verso il Mediterraneo e il Medioriente”.

L’estate è finita: è di nuovo tempo di prendere un caffè con gli ospiti di Quicktop Reti, per la quarta stagione dell’appuntamento settimanale che dal 2010 fa incontrare, di norma il mercoledì, ospiti prestigiosi con rappresentanti del mondo delle aziende e del public affairs.

Il taglio del nastro di questa edizione è stato affidato a Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera dei Deputati. Dovevamo parlare della campagna referendaria in corso, ma poi ci si è lasciati trasportare dall’agenda politica per una riflessione a tutto tondo. E quindi quella del referendum è una spinta utile e necessaria anche se si muove in perimetro restrittivo perché abroga. Ma – sondaggi alla mano, assicura il deputato – quello che preme agli italiani è la riforma della legge elettorale, quella legge che il Pdl ha voluto e secondo lui sostiene ancora, e che ha permesso l’exploit di Grillo. Era stata chiesta la procedura d’urgenza, ma l’agenda politica non promette niente di buono, si doveva partire dalla Camera, dove la maggioranza è più consistente, e le cose sono andate diversamente. Sul finanziamento pubblico la gente si è già espressa, ma i partiti non vogliono cambiare: abolirlo significherebbe abbandonare i salotti di Ballarò e ricostruire il rapporto con i territori.

Giachetti si scalda parlando di magistratura, insinuando l’enorme dubbio di un conflitto di interessi che è sotto gli occhi di tutti. Il magistrato che, inserito nel Ministero, esamina la riforma della giustizia che parla di responsabilità dei magistrati è imparziale? Il deputato ha presentato due interrogazioni perché è venuto fuori che due membri del gabinetto della Cancellieri sono magistrati fuori luogo illegali. Nessuna smentita, e nessuna risposta, che poi dovrebbe provenire dal capo del legislativo che è uno dei due protagonisti della vicenda. Ancora, un passaggio sul Movimento a 5 Stelle: è vero che molti di loro sono arrivati in parlamento completamente a digiuno di quello che li aspettava. È vero pure però che un collega del Pd, a parità di condizioni, ha dalla sua funzionari del partito ad aiutarlo: i grillini no ed è per questo, secondo Giachetti, che non bisogna guardarli con superiorità e non accanirsi contro di loro.

L’ora a nostra disposizione, come al solito, vola: c’è tempo per due chiacchiere e un caffè, prima di darsi appuntamento alla settimana prossima.

Caffè, ciambellone e attualità…

On 10 settembre 2013, in caffè con, by admin

Al via la quarta stagione di Un caffè con… organizzato da Quicktop Reti, un appuntamento ormai fisso nelle agende romane. Si riprende mercoledì 11 settembre, per parlare della campagna referendaria in corso con Roberto Giachetti, Vicepresidente della Camera dei Deputati.

Il format è sempre lo stesso, collaudatissimo: l’incontro comincia alle 8.30 del mattino in punto, si apre con uno speech di 15-20 minuti di un ospite prestigioso, proveniente dal mondo delle istituzioni, della politica, del giornalismo, dell’accademia, dell’impresa. Successivamente i partecipanti condividono brevi domande, spunti di riflessione e di analisi, cui l’ospite replica, e alle 9.30, con analoga ferrea puntualità, ci si saluta per iniziare la giornata lavorativa con le idee un po’ più chiare su un argomento di attualità. Tutto accompagnato, vista l’ora, dalla prima colazione: caffè, succo di frutta, e l’ormai immancabile ciambellone.

Ospiti e argomenti scelti con l’obiettivo di approfondire, con personaggi di rilievo, argomenti che dominano il dibattito pubblico della settimana, platea dei partecipanti selezionata così da consentire un reale confronto e, perché no, favorire nuovi contatti e relazioni.

Nelle passate stagioni, sono stati protagonisti del Caffè con…esponenti del mondo dei partiti, delle istituzioni, del giornalismo, come Gianni Pittella, Raffaele Fitto, Livia Turco, Antonio Polito, Pierluigi Battista, Stephen Anderson, Giampaolo D’Andrea, Giorgio Gori, Gianluca Comin, Paolo Peluffo, Federico Testa, Paolo Gentiloni, Andrea Romano, Mike Hammer, Emma Bonino, Pier Luigi Celli, Corrado Passera, Maurizio Lupi, Andrea Romano, Stefano Fassina, Roberto D’Alimonte e molti altri.

Vi aspettiamo dunque l’11 settembre e poi ogni settimana per chiacchierare insieme e gustare un buon caffè.
A domani!

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Trasporti: la miniera dell’efficienza

On 19 giugno 2013, in caffè con, by admin

Nel corso del “Caffè con… di oggi, Matteo Leonardi (REF-E) ed Andrea Debernardi (Studio Meta) hanno scoperto una miniera d’oro che abbiamo sotto i piedi soprattutto quando ci muoviamo, in auto, in treno e con i mezzi pubblici. Il complesso studio realizzato dai due autori è contenuto nel Working Paper n. 6 “Efficienza energetica nei trasporti: stato e prospettive” di REF-E

Non si tratta di chiacchiere e distintivo o di asfissianti proposte di decrescita. Non c’è bisogno di andare a cavallo, a piedi o in bicicletta (attività  da promuovere e tipiche di una vita salubre) ma  basterebbe, infatti, applicare le  misure promosse dalle disposizioni comunitarie.

Occorre estendere il tema dell’efficienza energetica dalle lampadine e dai frigoriferi ai trasporti pubblico e privato: ci saranno vantaggi, non  solo in termini di mancata emissione, ma anche di sostenibilità economica e di funzionamento della mobilità urbana.

Il rapporto evidenzia  una duplice convergenza legislativa e tecnologica in atto che occorre riconoscere e sviluppare.

Sul piano regolatorio europeo, le ultime direttive indicano chiaramente l’inclusione dei trasporti nel computo degli obiettivi di efficienza energetica, assumendo che si possa ottenere un risparmio  energetico (nella misura dell’ 1,5%). Il raggiungimento di tale obiettivo dipenderà non solo attraverso l’uso di rinnovabili e/o biocombustibili, ma anche da uno sfruttamento delle potenzialità di efficienza energetica in aree ancora non sufficientemente analizzate. Si pensi al trasporto elettrico (auto elettrica) che vede un riconoscimento di titoli di efficienza energetici basato sull’uso  individuale del mezzo, senza allargare la prospettiva alle auto elettriche a noleggio con le quali, ad esempio, si potrebbe avere un risparmio energetico di 5 volte superiore rispetto all’auto usata da una sola persona. Altro esempio calzante può venire dal settore ferroviario, dove l’energia prodotta e distribuita dalle Ferrovie di Stato risulta non essere contabilizzata ma su base forfettaria. Una eventuale contabilizzazione aiuterebbe a  definire carichi, costi reali ed anche politiche di marketing che tengano conto dell’ “efficienza”. Analogo discorso potrebbe valere anche per il car sharing le corsie pool car, e più in generale per tutte le politiche selettive di gestione dei limiti di velocità e di gestione della mobilità urbana. Basterebbe porsi delle semplici domande: Chi ha mai calcolato il valore in termini di efficienza energetica della Zona C? chi ha conteggiato la sostenibilità economica e ambientale derivante dall’uso di pneumatici ad alta efficienza?. Questi sono solo alcuni esempi delle direzioni verso cui muoversi e che le istituzioni dovrebbero raccogliere e tradurre in politiche concrete la green economy, sottraendola dalla semplice enunciazione di principi.

Massimo Micucci, Caterina Nigo

Su una cosa sono d’accordo: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti non s’ha da fare. I perché sono prevedibilmente diversi, ma ugualmente rappresentano una pesante ipoteca sul successo del provvedimento cui sta lavorando il governo di Enrico Letta che, a questo punto è sicuro, se arriverà alla fine del suo percorso sarà comunque in una forma ben diversa dalla bozza vista finora.

Maurizio Bianconi e Antonio Misiani sanno quello che dicono quando parlano di soldi e partiti: sono tesorieri, rispettivamente, di Pdl e Pd. Quelli che tengono i cordoni della borsa, insomma, e che ospiti di “Un caffè con…” doppio, per una volta, hanno fatto l’elenco dei limiti del provvedimento in discussione.

L’analisi è impietosa e parte dal quadro generale, dal rapporto tra la politica e i soldi per nutrirla. Tutto sommato sorprende un po’ che Bianconi confermi che il Pdl sia contrario ai finanziamenti privati, e che allerti: se il funzionamento della democrazia attraverso i partiti così come dall’articolo 49 della Costituzione, attenzione, perché nessuno fa niente per niente.

Gli fa eco il collega del Pd, Misiani: lo Stato, dice, non può disinteressarsi di come i partiti si procurano i soldi, e amplia il discorso. Il punto per lui è restituire sovranità ai cittadini anche sul finanziamento, ma la libertà di scelta, sostiene, deve essere orientata, perché in sistemi come quello Usa dove il finanziamento privato alla politica è prassi consolidata finisce che chi mette i soldi detta l’agenda. Quindi, sostanzialmente, ok alla legge, ma senza prese in giro: il sistema del due per mille non funzionerà, pensa piuttosto alle possibilità offerte dal credito di imposta, servizi, voucher. Altro limite? La mancanza di un tetto alle donazioni che rischia di creare situazioni di pesante disequilibrio, perché “non tutti hanno dietro Silvio Berlusconi”. Volta e gira, si finisce sempre a parlar del Cav, anche se Bianconi chiarisce che i soldi al Pdl – 18 milioni – li ha prestati Forza Italia e non l’ex premier, e comunque il punto è un altro: fatto il tetto, trovato l’inganno, qualcuno escogiterà un sistema per bypassarlo.

Fioccano le domande e arrivano le risposte: ancora sul due per mille e il provvedimento del Governo Bianconi lamenta che la soluzione escogitata è una cosa “tipicamente clericale, un peccato veniale: tolgo il finanziamento e metto il due per mille, visto che è poco è meno grave”, e il punto in definitiva è uno soltanto, o si finanziano i partiti o non si finanziano. E seguendo la strada dei finanziamenti privati, il ruolo del partito sarà definito non da quello che dico ma dai soldi che porto, che poi è un po’ quello che nel Pdl già succede.

A chi gli cita l’esempio di Renzi, lancia ammonimenti: per Bianconi il sindaco di Firenze è “la sintesi del malcostume dell’Italia che è di centrodestra ma fa tanto figo esser di sinistra”.  E si concede una battuta: Renzi ha il gusto della battuta come Berlusconi, ma non ha la sua gioia per la vita.

Cosa succederà ai partiti? Misiani conferma che in ogni caso bisognerà rivedere la struttura partiti, che già ora è snella rispetto al passato. E, in ogni caso, se l’esperienza americana ci insegna che la trasparenza è condizione necessaria ma non sufficiente, lasciare le cose come stanno è l’errore peggiore da commettere.

Cambiare è necessario, ma Bianconi ammonisce: smettiamo di inseguire la gente e diciamo le cose come stanno, perché questa legge, così come impostata, insegue il beneficio dell’indulgenza. In sostanza, il costo della politica attraverso i partiti è un costo insopprimibile. E riprende Misiani: Enrico Letta non può parlare di abolizione ma di riorganizzazione del finanziamento pubblico. Il Governo è avvisato.

La Pubblica Amministrazione italiana è informatizzata? La digitalizzazione è in corso da ben 19 anni, solo l’anno scorso è arrivata l’Agenzia Digitale, in recepimento di quella europea, cui sono stati affidati compiti e responsabilità molto ampi. E Consip, intanto? Ne abbiamo parlato con l’amministratore delegato Domenico Casalino, ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con…”.

La recente evoluzione del contesto normativo ha rafforzato il ruolo di Consip come centrale di committenza, delineando 3 ambiti di intervento: programma di razionalizzazione della spesa, affidamenti di legge e atti amministrativi, procurement verticale per la Pa. Per capire di che cifre parliamo, basti pensare che la spesa diretta per l’ICT nel prossimo quinquennio è pari a 26 miliardi di euro, di cui circa 10 per gare nel 2013-2014.

Sta di fatto che intanto l’agenda digitale è indietro su molti temi, come quello dei pagamenti elettronici. Nella PA ci sono residuati bellici, dice Casalino, che ce li rendono impossibili. O possiamo prendere per esempio la giustizia digitale, dove pure ci sono tante resistenze. E nel settore ricerca e innovazione gli appalti sono un po’ i motori della ricerca applicata. Per farla davvero, l’agenda digitale, bisognerebbe riorganizzare le responsabilità declinate oggi in una miriade di soggetti pubblici, tenendo presente che l’agenda digitale è incaricata di dare le indicazioni strategiche, domani anche quelle regolatorie. E l’affare è grosso: parliamo di una spesa per l’Ict di 5,3 miliardi di euro l’anno, con la spesa indiretta arriviamo a dieci: ma se guardiamo alla digitalizzazione i risultati non si vedono. Anche perché il 20% del budget, racconta l’ad Consip, non si traduce in risultati, soprattutto per gare bloccate, rallentate o annullate, nonché per le difficoltà di governo dei progetti complessi.

Dal primo luglio il public procurement diventerà per Consip l’esclusiva missione, con la cessione del ramo d’azienda per l’informatica a Sogei. E “dal primo aprile bandiamo tutte le loro gare”, sottolinea Casalino , ricordando a tal proposito i numeri di Consip: quasi 32 miliardi di euro di gare bandite, più di mille ricorsi ricevuti, solo due persi, l’ultimo nel 2005. “Ci impegniamo a garantire un sistema equilibrato di ruoli e responsabilità tra policy maker, soggetti abilitanti e responsabili del raggiungimento degli obiettivi”. E sempre sulle gare, sottolinea le cautele prese per tutelare le pmi italiane e non farle schiacciare dalle realtà più grandi: dal 2005 gare tarate sulla capacità produttiva del sistema italiano e per i servizi si valuta l’offerta economicamente più vantaggiosa e mai il prezzo più basso.

Per quanto riguarda il rapporto tra Consip e Agenzia Digitale, “a fronte di quadro giuridico molto complesso abbiamo adottato un approccio estremamente pragmatico” spiega “Dialoghiamo ogni giorno, loro sono regolatori e strateghi, noi realizzatori di progetti trasversali. “Se attendessimo ogni decreto attuativo non ce la faremmo mai”, confida. Realizzare progetti complessi ICT con gli strumenti ordinari potrebbe richiedere anni, ma Consip renderà disponibili accordi quadro in grado di accelerare. E sul cloud, fa presente che a volte nella PA più che Ced si vedono piccole sale macchine negli scantinati.  La strategia dell’agenzia è quella di aggregare i CED e quindi Consip sviluppa acquisti cloud, poiché le regole tecniche ormai ci permettono di affrontare la criticità della sicurezza dei dati