Il corso “Comunicazione lobby e politica“, organizzato da Running in collaborazione con Reti, si propone di formare la figura professionale del lobbista, un professionista in grado di rappresentare interessi costituiti e di influenzare la percezione, la presentazione e la definizione delle politiche presso le Istituzioni nazionali ed europee.
Sviluppare la conoscenza dei procedimenti legislativi; trasferire competenze che permettano un dialogo con i policy makers (legislatori, autorità, soggetti regolatori); aiutare a decifrare i vari contesti politici con cui relazionarsi; trasmettere conoscenze e competenze utili alla ricerca di fonti affidabili di informazioni; sviluppare la capacità di dialogo e di creazione del consenso, utilizzando nuovi e vecchi media; trasferire gli strumenti idonei alla definizione di una azione di lobby sia diretta che indiretta: sono solo alcuni degli obiettivi del corso.
Il corso è suddiviso in moduli e prevede nozioni di carattere istituzionale, parlamentare, economico e di public affairs, in un’ottica attuale che prevede altresì l’utilizzo dei social network e dei new media quali strumenti utili per comunicare e creare consenso.
Un caffè con Anna Paola Concia
Lo sviluppo di una rete di relazioni umane e professionali è il valore aggiunto della consulenza di Reti.
Per questo nasce un “Un Caffè con…” .
“Un caffè con…”: conversazioni aperte e informali, dinanzi ad un caffè e ad un buon ciambellone, con un ospite prestigioso e 20 invitati.
Come sempre, l’incontro comincia alle 8.30 del mattino (in punto!). Si apre con uno speech di 15-20 minuti di un ospite proveniente dal mondo delle istituzioni, della politica, del giornalismo, dell’accademia, dell’impresa; successivamente i partecipanti condividono brevi domande, spunti di riflessione e di analisi, cui l’ospite replica. Alle 9.30, con analoga ferrea puntualità, ci si saluta. Magari non sempre con le idee più chiare, ma (questo è garantito) avendo partecipato ad una discussione interessante e stimolante con interlocutori di livello.
Mercoledì 9 maggio sarà nostra ospite l’On. Anna Paola Concia, Deputata e Responsabile nazionale sport PD. Si parlerà di crisi, sport e crescita.
Per seguire la diretta e fare delle domande cercaci su twitter #caffecon.
Per l’energia serve un piano di “manutenzione straordinaria”. Parola di Federico Testa, deputato Pd e responsabile energia dei democratici, che spiega: siamo passati da un sistema con un operatore solo all’avere un mercato energetico, ma ora bisogna ragionare sui meccanismi per farlo funzionare. E plaude alla separazione Snam-Eni operata dal Governo.
L’onorevole è stato ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con”, organizzato da Reti e Running. Introdotto come d’abitudine da Massimo Micucci, Testa ha affrontato la questione energetica italiana senza sottrarsi alle numerose domande dei presenti. “Ci sarebbero cose interessanti da fare ma non ci sono soldi, ci voleva un disegno organico”, dice a proposito delle scelte messe in campo dal Governo, per poi insistere sulla necessità di tagliare dalla bolletta alcune voci che niente hanno a che fare con l’energia, visto che il conto per le aziende e le famiglie italiane è sempre più caro, con gravi ripercussioni sulla competitività del sistema delle imprese e sui livelli di vita delle persone. Poi c’è il tema del gas, il cui costo è ancora troppo legato al prezzo del petrolio, sebbene, ha ribadito, l’apertura di un mercato è stata un’iniziativa assolutamente lodevole. E la strategia energetica nazionale dovrebbe sicuramente essere anche collegata ai settori della mobilità e dei trasporto.
Servono regole certe, questo è ovvio: il deputato si è detto contrario a interventi di tipo retroattivo sul sistema di incentivazione, su cui ancora molti punti devono ancora essere chiariti. E per quanto riguarda gli accumuli sono, sostiene, un’alternativa positiva, così da fornire l’energia «piatta», con continuità.“Serve un po’ di programmazione anche per le fonti non programmabili”, insiste. In ultimo, sollecita una riforma del titolo V, per rivedere la suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni in tema di energia, questione su cui Testa ha presentato, insieme all’onorevole Mauro Libè, una proposta di legge.
Un caffè con…Giorgio Gori, l’uomo che la politica non è la Tv
17 anni a Mediaset, quando faceva ancora tv, poi Magnolia, la società di produzione che, nell’asfittico panorama italiano, è riuscita a fare, a suo modo, innovazione; quindi il Pd, anzi: Matteo Renzi. Giorgio Gori si racconta così, in una maniera che la Thatcher avrebbe approvato: dicendo what he has done, e non what he has been. Perché è proprio questo, probabilmente, che meglio dice quello che in fondo vogliamo capire un po’ tutti: what he’s gonna do.
Possibile che un uomo come lui – giovane per gli standard italiani, ma insomma diciamo che se li porta bene – possa decidere di dedicarsi alla politica, farlo con spirito volontaristico e, soprattutto, farlo nel Pd? Possibile. “La tv – dice – è stata la mia vita. Ma quasi trent’anni son tanti e poi adesso Magnolia può camminare tranquillamente da sola, ed io – ammette – avevo voglia di fare altro.”
Fare cose utili per la comunità, cose utili per il paese. Fare politica, insomma. Ma perché farlo, e perché ora? – gli chiedono gli ospiti del Caffè con… “Perché – risponde lui – la situazione lo richiede”. E poi è stato l’incontro con Matteo Renzi: casuale ma, in fondo, mica tanto.
Già Matteo Renzi. Cosa ci fa lei con il sindaco di Firenze, nonché potenziale leader del nuovo Pd? Intanto – precisa Gori – Renzi non ha bisogno né di spin doctor né di guru. Condividiamo obiettivi e progetti ed io mi limito a dare una mano per quello di cui so – la comunicazione, ad esempio. Ma la Leopolda non è stata opera mia: è stata un’impresa di gruppo, un lavoro collettivo.
Ma perché, Gori, proprio nel Pd? – gli chiedono ancora gli ospiti del Caffè con…
“Perché – spiega – è nei valori della sinistra che mi ritrovo. Valori come l’equità, la difesa dei più deboli”. Quella sinistra – precisa però – che non è conservatrice e non teme la modernità. Una sinistra, insomma, diversa da questo Pd. Eppure – gli viene chiesto – lei ha preso la tessera, nella sua Bergamo Alta, proprio di quel Pd che a molti appare esattamente il partito conservatore che le vorrebbe non fosse. Sarà allora mica masochismo, il suo?
“E no – obietta Gori: il Labour non era poi messo meglio del Pd attuale, eppure Tony Blair è riuscito a renderlo il partito non della sinistra ma della Gran Bretagna progressista. Un partito vincente che è stato capace di cambiare nel profondo – ed in meglio – il suo paese. Ecco, perché una cosa simile non potremmo farla noi?”
Con Matteo Renzi?
Si, certo: anche con Matteo Renzi.
Ma in un paese in cui tv e politica…anzi, in cui tv è politica, come la mettiamo con la competizione fair e trasparente, l’informazione libera, partiti contendibili …e tutte quelle belle cose che apprezziamo, appunto nella politica auto-riformatrice britannica? Beh, la questione – ragiona Gori – è sostanzialmente impedire che nel nostro paese possano esserci nuovi Berlusconi.
Ma tra gli ospiti c’è chi pensa invece che il problema sia la Rai…
E Gori non si tira indietro: “dovremmo fare una Rai pubblica e una Rai privata”. Ma privatizzare così com’è – dice – non ha senso per il semplice fatto che la Rai di ora è “non commercializzabile”. Il problema, cioè, non è trovare acquirenti ma, appunto, fare in modo che ci sia qualcosa di vendibile nella scatola che si metterà sul mercato. Questo ad esempio significa togliere i partiti dalla governance, perché nessuna azienda al mondo è governata alla maniera della Rai, con un cda che si riunisce ogni settimana per disquisire delle più microscopiche inezie editoriali.
E comunque, via, la politica non è tutta tv. È il 2.0, ad esempio. E qui entriamo in un terreno delicato: la proprietà intellettuale. Ecco, sul tema, Giorgio Gori la pensa alla maniera liberale: “l’opera d’ingegno va tutelata, ma cercando nuovi modelli di business, ad esempio forme di micro-pagamento”. La strada, cioè, non è certo una persecuzione repressiva delle eventuali trasgressioni. Comunque, di questo ed altro ne parleremo un’altra volta perché, tra una domanda e l’altra, qui finisce che s’è abbondantemente sforato il tempo massimo concesso al Caffè con…e, come osserva Claudio Velardi, per un uomo di televisione questa è una cosa che non si fa .
Appuntamento a Reti martedì 6 marzo, sempre alle 8,30 per il prossimo Caffè con…Severino Nappi, Assessore al Lavoro e alla Formazione della Regione Campania.
Bonino: “Le liberalizzazioni non producono crescita, ma la favoriscono”
“Le liberalizzazioni in sé non producono crescita, ma nell’assenza di risorse da investire certamente la favoriscono”. Emma Bonino, vicepresidente del Senato, non ha dubbi: senza mai perdere di vista l’Europa, bisogna andare avanti su questa strada. Anche se qualche passo falso, ammette senza problemi, il governo Monti l’ha già fatto. La senatrice radicale è stata ospite stamattina del consueto appuntamento “Un caffè con…” formula ormai consolidata di Reti e Running. In una sala gremita e per la prima volta ripresa da Radio Radicale, dinanzi a una tazza di caffè e una fetta di ciambellone, Claudio Velardi ha introdotto la senatrice, che non si è certo sottratta a un’analisi lucida e puntuale. “La concorrenza è un bene pubblico e come tale va favorita”, ha esordito, sottolineando come invece negli ultimi vent’anni, e il tentativo fallito del governo Prodi è solo l’ultimo esempio, non c’è stato alcun passo avanti in tal senso: “A parte i convegni domenicali in Parlamento si va nel senso opposto alle liberalizzazioni, guardate cos’è successo con la riforma dell’Ordine forense. Si volevano addirittura 16 nuovi Ordini”. Bene, dunque, l’intervento deciso del governo Monti, anche se qualche critica da sollevare c’è: con tutto quello che c’è da liberalizzare, a partire da servizi pubblici locali, energia elettrica, gas, gasolio, era proprio necessario iniziare dai tassisti di cui si conosceva benissimo la resistenza al provvedimento? “E poi ho qualche perplessità anche sulla scelta dei tempi operata dal ministro Passera, che vuole un decreto al mese” continua l’esponente radicale, “E’ rischioso e gliel’ho già detto, meglio un pacchetto unico da varare agendo soprattutto a Palazzo Chigi, per evitare che come accade troppo spesso, si parta con una cosa e con il passaggio in Parlamento ne venga fuori un’altra”. Eppure, si dice convinta, se questo Governo non riesce a portare a casa le liberalizzazioni “non vedo chi altro lo possa fare”. Uno sguardo, poi, all’Ue: “La debolezza europea non è macrofinanziaria, ma politica. l’euro è stato un grande successo, comunque se ne dica, il problema è stata l’assenza di governance quando è arrivata la bufera”. E dunque “A noi sembrava che si dovesse procedere velocemente verso l’unità politica, ma sappiamo che non è andata così”, osserva, mentre invece è arrivato un nuovo trattato, basato anche su impegni assunti dal precedente Governo, che è “pesantissimo, di puro rigore. Il governo attuale è impegnato a cercare elementi di flessibilità, altrimenti saremo impegnati in manovre pesantissime per i prossimi dieci anni. Il punto è che o facciamo l’unione politica europea, o continuiamo con costosissimi pannicelli caldi”.
Numerose e come sempre ricche di spunti le domande dei nostri ospiti, tutti provenienti dal mondo delle aziende, delle professioni, delle relazioni istituzionali e dell’industria. In molti hanno insistito sui rischi che le liberalizzazioni hanno per il lavoro dei giovani: “Le liberalizzazioni sono utili in un momento di crescita, ma rischiano di essere dannose con la stagnazione”. E ci si chiede: “La commissione europea è debole e i leader politici sono sempre con un occhio alle elezioni. Come se ne esce?”. Emma Bonino lo dice senza mezzi termini: purtroppo l’Europa è fatta in modo tale che praticamente ogni anno c’è un paese che va al voto, ma sarebbe bello che il presidente della Commissione fosse eletto per votazione diretta: “Un governo federale ha bisogno dell’identificazione con il suo presidente, come succede negli Usa”. Per quanto riguarda lo scenario nazionale, l’emergenza è stato il primo impegno del governo che anzi doveva dirlo più chiaramente agli italiani: non si risolve tutto con la manovra, ci vorrà tempo, e servirebbe, dice la senatrice, un miniprogramma chiaro e realistico di un anno, che punti su cose come le dismissioni dei patrimoni immobiliari, una strada senz’altro da percorrere. Per quanto riguarda i problemi delle professioni, “un aiuto potrebbe venire dallo scenario comunitario: le professioni sono ancora poco aiutate dai fondi europei perché non prestiamo attenzione ai bandi; è vero che la burocrazia Ue è complessa ma anche l’italiana lo è. E noi siamo contribuenti dell’Unione, quindi vale la pena informarsi e sfruttarne le risorse”.
Bonino: “Concorrenza è bene comune” di Pietro Salvatori – notapolitica
Incontro con Emma Bonino sul tema “Liberalizzazioni ed Europa”
Martedì 20 dicembre 2011 alle ore 17.30 fino alle ore 20:00 presso il ReD – Restaurant & Design Auditorium Parco della Musica (viale Pietro de Coubertin 12/16 – Roma) si terrà il Christmas Cocktail organizzato da Reti e Running .
Sarà l’occasione, oltre che per scambiarsi gli auguri di Natale, anche per presentare il Master organizzato in partnership con la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi Roma Tre in “Economia delle Relazioni. Comunicare le imprese e le istituzioni”.
Abolire le Province, ma perché?
Abolire le Province, ma perché? A Reti si è affrontato uno dei temi più scottanti di questi mesi, su cui si son spesi opinione pubblica e classe politica. Spesso, senza conoscere davvero l’argomento. Il taglio degli enti provinciali è stato più volte proposto come “soluzione di tutti i mali”, o quasi tutti, ma la realtà è diversa. Lo ha spiegato Giuseppe Castiglione, presidente dell’Upi (Unione Province Italiane), e ospite dell’ormai consolidato appuntamento mattutino “Un caffè con” organizzato da Reti e Running. Introdotto come sempre da uno dei padroni di casa, Claudio Velardi, Castiglione ha fatto notare ai presenti come anche il direttore di Bankitalia abbia spiegato pubblicamente che tagliando le Province bisognerebbe trasferire ad altri le loro competenze, per cui in realtà non ci sarebbe alcun risparmio. In sostanza, è una bufala. Diverso, invece, è il discorso di un riordino delle istituzioni che “è necessario, le province devono avere una dimensione più vasta di quella attuale. E poi va posto il problema dei comuni: ce ne sono migliaia, in Italia, ciascuno con poche centinaia di abitanti. A che servono? “, continua Castiglione. Se c’è un problema comune a tutte le istituzioni, che è lo svuotamento del ruolo dei consigli comunali, provinciali, regionali, finanche del Parlamento, è bene sottolineare comunque l’impegno e le competenze delle amministrazioni provinciali, che ad esempio hanno sottoscritto un protocollo con il Ministero dello Sviluppo Economico per la banda larga. “E’ la dimostrazione di quello che andiamo dicendo da tempo” dice il presidente Upi “ e cioè che le province hanno la dimensione ideale per sostenere e sviluppare il territorio”. Non solo, ci sono 130mila km di strade provinciali che possono essere un patrimonio da spendere per rilanciare l’economia del paese in questo momento di difficoltà. In sostanza, si tratta di enti che hanno molteplici competenze e costano meno di altri istituti: “Se scomparissero, chi ne svolgerebbe i compiti?”, s’interroga Castiglione, aggiungendo che il dl di riforma costituzionale che propone l’abolizione individua comunque un ente intermedio tra Comune e Regione. “Allora è la parola Provincia che non piace?”, scherza. Puntuali e ricche di nuovi spunti le domande della fitta platea di ospiti selezionati per l’evento, cui Castiglione ha risposto ribattendo, tra l’altro, che le province non vogliono essere conservative, ma anzi suggeriscono ipotesi di autoriforma. E conclude con un appello, presentato anche a Monti: la razionalizzazione non può partire sempre dagli enti locali.
Il Twitter Factor: come cambiano le professioni con il web 2.0?
Giornalismo, diplomazia, ONG: mondi che sono cambiati con l’avvento del web 2.0, anche se c’è chi ancora non vuole ammetterlo. Eppure gli avvenimenti internazionali e nazionali degli ultimi mesi ce lo dimostrano ampiamente. Dalla primavera araba alle social-crisi politica italiana, il web e twitter sono stati protagonisti. A Reti ne abbiamo parlato con Augusto Valeriani, o @barbapreta, ospite del consueto appuntamento mattutino del “Caffè con…” organizzato da Reti e Running. Con l’ormai famoso ciambellone alla mano, Claudio Velardi ha introdotto la riflessione sul “Twitter Factor” che ha dato il titolo al libro del nostro ospite.
“La sfida più grossa”, comincia Valeriani, “è la collaborazione sul web dei professionisti con quelli che non sono tali, ma sono utenti attivi della rete e dei suoi strumenti”. Ci sono tre modalità, continua, con cui i professionisti dell’informazione si possono rapportare al mondo dell’online: concorrenza, sfruttamento, collaborazione. La concorrenza è figlia della diffidenza con cui il mestiere tradizionale si rapporta alle novità. Atteggiamento sbagliato, così come lo sfruttamento che i giornalisti troppo spesso fanno del web 2.0, attingendovi senza conoscerlo o farne parte. “Bisognerebbe invece collaborare, con modalità nuove. Il web 2.0 è diverso dagli scenari tradizionali, e i professionisti devono sapersi muovere in un ambiente tendenzialmente ostile ad attori pachidermici, che però può essere teatro a proficue interazioni”.
Una lezione da apprendere, considerando anche che si tratta di riposizionarmi in un ambiente in cui la leadership si frantuma e comunque non riesce più a controllare. D’altra parte, le potenzialità sono enormi. L’han capito anche i terroristi, che hanno iniziato a considerare web strumento di network: così i “gruppi non organizzati possono fare da soli”. Sul versante, ancora, dell’informazione, fare network online permette di collaborare al reperimento di informazioni, ma attenzione: se non collabori, la rete non ti aiuta.
Tante e come sempre puntuali le domande dei numerosi ospiti, cui Valeriani ha risposto sottolineando l’importanza della comunità online, pronta ad aiutare i propri membri con la stessa solidarietà delle comunità tradizionali. E che si instaurino relazioni di tipo “personale” anche sul web è dimostrato, ad esempio, dal fatto che i twitter account di singoli giornalisti spesso sono più seguiti di quelli delle news organization cui appartengono, tanto che se il giornalista cambiasse giornale porterebbe con sé il suo network. Le grandi firme sono avvisate: per stare sul web occorre partecipazione, o si rischia il flop.
i prossimi Caffè con…
17 novembre Un caffè con… Giuseppe Castiglione, Presidente dell’Unione Province Italiane.
23 novembre Un caffè con… Pierluigi Battista, Editorialista del Corriere della Sera
Stay tuned!
Berlusconi gioca a scacchi. E arriverà a fine mandato.
La politica italiana come una partita di scacchi. Antonio Polito, ospite del primo appuntamento di questa stagione del “Caffè con…” organizzato da Reti e Running, usa la metafora del gioco per spiegare la situazione attuale: Berlusconi si è ritirato nello stallo. Come se ne esce? Con la patta, ovvero lasciando stare e andando avanti fino alla fine della legislatura. Perché se per dieci mesi ci si organizza per mandare a casa il governo e non ci si riesce si rischia l’effetto contrario, sinistra avvisata. Per l’editorialista del Corriere della Sera dal 14 dicembre ad oggi stiamo vivendo una crisi virtuale, senza sbocco e con una paradossale stabilità: è la democrazia bloccata dei nostri giorni. C’è chi pensa che un potere non democratico – come la magistratura – possa aiutare: ma attenzione, ricorda il giornalista, nel ’92-’93 non ha funzionato.
Introdotto da Claudio Velardi, Polito ha avvisato i presenti: non ci sono elementi scatenanti per mandare a casa il governo, non essendoci le condizioni per un golpe interno al Pdl né per una mobilitazione civile più efficace di quella vista finora. Potrebbe il referendum, se la consulta lo approva. Ma se Berlusconi lo cavalcasse anziché avversarlo l’esito è tutt’altro che scontato. Superficiale, inoltre, l’opinione di chi vuole replicare la soluzione spagnola: qui manca la certezza sul futuro, non sappiamo nemmeno quanti schieramenti si presenteranno alle prossime elezioni, con un centro che potrebbe sdoppiarsi e la Lega che potrebbe affrancarsi dall’alleanza forte con il Pdl. E con questa legge elettorale 5 schieramenti al voto porterebbero a una maggioranza voluta da un numero esiguo di cittadini con il 55% dei seggi, costituendo un assurdo della democrazia. L’incertezza, anche a sinistra, è tra l’altro colpevolmente evidente anche sulla politica economica: nel 2005 l’Unione di Prodi era europeista e proponeva diversi nomi da candidare al ministro del Tesoro. Oggi si brancola nel buio.
All’intervento del giornalista del Corriere – che gli utenti di twitter hanno potuto seguire in diretta grazie all’hashtag #caffecon – hanno fatto seguito numerose e puntuali domande e osservazioni dei presenti, appartenenti al mondo delle professioni, della politica, delle aziende, delle associazioni di categoria, cui Polito ha risposto sottolineando come, di fatto, l’uscita di Fini dalla maggioranza l’ha messa in mano a dei ricattatori, ma ciò nonostante rimane improbabile un governo del Presidente, che avrebbe bisogno anche dei voti del Pdl. Ed è improbabile che il premier si accomodi all’uscita. La crisi di leadership, sottolineata da più parti, è per l’ex direttore del Riformista lo specchio della crisi della democrazia parlamentare rappresentativa, aggravata dal moltiplicarsi di forze politiche, media, lobby, “conversazione pubblica”. E in Italia, nella situazione attuale, una leadership non può far nulla se non cambiare: è qui, secondo Polito, il fallimento del Cavaliere, che è stato incapace di scommettere su se stesso.
Un’ultima parola per la piazza che tanto spazio e tanti dibattiti ha suscitato negli ultimi giorni: in Italia stiamo reagendo con la sindrome del padre triste. La realtà è che ci sono dei professionisti della protesta che sono entrati in azione, ma è bene sottolineare che anche le vere ragioni del movimento degli indignados, non aiutare le banche e colmare i debiti pubblici con i soldi dei cittadini, sono le stesse dei Tea Party della destra liberista americana. Ed è un dato su cui riflettere.
Reti si appresta a una doppietta: i prossimi appuntamenti con il “Caffè con”sono:
il 16 novembre con Augusto Valeriani, autore di “Twitter Factor. Come i nuovi media cambiano la politica internazionale“
il 17 novembre con Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione Province Italiane.
Ci vediamo, come sempre, puntuali alle 8.30! Per chiedere la tua partecipazione invia una email a reti@retionline.it
Il video dell’incontro
Per vedere i video degli altri Caffè con… visita il nostro canale YouTube
Dopo l’approvazione della mozione Lega-Pdl sulla partecipazione dell’Italia alla missione in Libia e le iperboliche conseguenze politiche dalla medesima innescate, il Governo nomina 9 nuovi sottosegretari, tra i quali alcuni esponenti del gruppo dei “Responsabili”, composto da quei parlamentari transfughi che, con il loro voto favorevole, hanno permesso a Berlusconi di ottenere la fiducia il 14 dicembre scorso, a dispetto dell’uscita dalla maggioranza di Futuro e Libertà, la formazione di Gianfranco Fini.
Entrano nell’esecutivo anche alcuni ex esponenti di Fli. Inevitabili le polemiche, anche in virtù del fatto che il Premier ha annunciato pure un ulteriore allargamento della compagine governativa ad un’altra decina di persone. Per aumentare il numero delle poltrone di governo, tuttavia, sarà necessario predisporre un disegno di legge ad hoc: al momento, infatti, esiste un preciso vincolo normativo motivato da esigenze di controllo della spesa pubblica. Il provvedimento estensivo – ha però spiegato il Capo del Governo – consentirà a ministri e sottosegretari di essere sempre presenti in Aula e permetterà a tanti parlamentari di “trovare soddisfazione” alle loro “legittime aspirazioni”. Berlusconi intende nominare al più presto anche un nuovo ministro delle Politiche comunitarie per riempire il posto lasciato vacante da Andrea Ronchi, che aveva abbandonato il Governo in seguito alla rottura dei finiani.
Intanto, il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (che mercoledì sera a Porta a Porta il Premier aveva designato come suo possibile successore a Palazzo Chigi, in caso di suo anticipato ritiro), ha illustrato il piano del governo per lo sviluppo. Il decreto legge verte soprattutto sull’alleggerimento delle procedure burocratiche per imprese e professionisti. Tra le misure stabilite, agevolazioni fiscali per chi assume al sud (a tempo indeterminato), il varo della Banca del Mezzogiorno e l’introduzione, in fase sperimentale, per due anni, di crediti di imposta per le imprese che investono in ricerca. È stata poi annunciata dal Ministro anche una circolare destinata alle Agenzia delle Entrate con la quale verranno definite le sanzioni da comminare ai funzionari della riscossione in caso di abuso di controlli fiscali. L’obiettivo è limitare l’accanimento del fisco contro imprese e liberi professionisti. L’iniziativa è stata accolta con favore dalle associazioni di categoria.
Sul fronte giudiziario si segnala la traduzione in carcere di Calisto Tanzi, l’ex patron di Parmalat condannato a 8 anni per il crac del gruppo e la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati dell’inchiesta sulla così detta ‘cricca’ composta, tra gli altri, dall’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Le accuse sono pesanti: corruzione ed illeciti scambi di favori, anche sessuali.
Si terranno sabato a Bergamo le Assise generali di Confindustria: per gli industriali, la priorità ormai non più differibile è la crescita, dunque la rimozione di quegli ostacoli strutturali – deficit infrastrutturale e carico fiscale su imprese e lavoro, soprattutto – che rendono difficile alle aziende italiane competere sui mercati internazionali. Agli industriali, tuttavia, il Premier manda un messaggio di sfida: lamentatevi meno e datevi da fare più. Attesa la replica degli imprenditori.
Le amministrative, infine. Napoli e Milano si confermano i teatri cruciali della sfida. Il Premier si predispone ad una settimana di campagna aggressiva. A Milano, rilancia i leit motivi tradizionali – i comunisti, i giudici eversivi…; a Napoli invece, dove si rinnova l’emergenza rifiuti, sarà nuovamente inviato l’esercito perché almeno il giorno del voto, i napoletani possano trovare strade igienicamente conformi agli standard del mondo sviluppato.










