“Nella vulgata comune il lobbista è ancora sinonimo di intrallazzo. L’iconografia lo dipinge come un maneggione in blazer, come l’uomo nero che smista mazzette per velocizzare una pratica o spingere un emendamento”, così recita la prima pagina de l’Espresso del 24 ottobre scorso.
Quando la stampa nazionale ci descrive le lobby come potenti, condizionanti e, in alcuni casi, un ostacolo alla politica, risulta naturale avere una percezione negativa di tale fenomeno.
2600 gruppi di pressione, 100 studi legali, 150 società di consulenza attive a Bruxelles: queste cifre fanno pensare a molti che i lobbisti siano ‘sentinelle del profitto’ e che stiano addirittura sostituendo il Parlamento.
Ma chi è esattamente il lobbista? Il professor Pier Luigi Petrillo, professore associato di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, ci dice che le lobby sono legittime espressioni di una società multiforme e che rappresentano il naturale sviluppo delle democrazie industriali. Si tratta, traducendo le sue parole, di professionisti che si affiancano alla legislazione nella rappresentanza di interessi legittimi.
Il rapporto tra lobbista e decisore è un rapporto a due: il professionista porta all’attenzione del proprio interlocutore una tematica rilevante in modo trasparente, dimostra di avere competenze specifiche in materia e cerca di influenzarlo nella direzione ‘giusta’.
Difendere interessi particolari nell’ambito dell’interesse generale del Paese disponendo di un’approfondita conoscenza giuridico-economica e dei fenomeni politici: questo è il ‘mestiere del lobbista’.
Tale professione è, pertanto, molto complessa: va dal monitoraggio istituzionale all’incontro con i decisori pubblici e privati, dall’analisi degli emendamenti all’attività di media relations.
Per questo motivo, Running, in collaborazione con Reti QuickTop, propone la XXVI edizione del corso “Comunicazione, lobby e politica che, anche quest’anno, si avvale della speciale partecipazione di docenti appartenenti al mondo accademico e delle istituzioni. Inoltre, valore aggiunto sarà conferito dal contributo scientifico dell’Università internazionale di Roma UNINT, dalla partnership con Agol (Associazione giovani opinion leader), Formiche (testata quotidiana online), e Il Rottamatore (aggregatore di 6 blog che analizzano il punto di vista di chi vuole cambiare l’Italia: dalla politica alla burocrazia).
60 ore in formula weekend, due moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, economico e di public affairs, secondo un’impronta pratica conferita da case histories e laboratori di monitoraggio legislativo e drafting. Non da ultimo, saranno trasferite conoscenze utili ai fini dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione quali strumenti necessari alla creazione del consenso.
Dal 28 novembre al 14 febbraio verrà quindi data l’opportunità ad un massimo di 20 persone, selezionate tra laureati o laureandi in materie giuridico-politiche, economiche o di comunicazione, manager di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici, di apprendere e fare propri gli strumenti del lobbista in un ambiente dinamico e stimolante.

Antonella Del Prete
@AdpDelprete

I dieci milioni di tweet lanciati durante il primo dibattito presidenziale sono forse l’immagine più nota e forte dell’importanza che i social network hanno avuto nelle elezioni americane, e di riflesso hanno in qualunque scenario politico. E non è un caso che il vincitore di quelle elezioni, Barack Obama, abbia fiutato sin dal 2008 l’importanza del dialogo in rete, e abbia potenziato in maniera esponenziale la sua presenza online per il 2012.
Ne abbiamo parlato con Michael Slaby, chief of Integration and Information Officer di Obama for America, ospite per un’ora della XXIV edizione del corso “Comunicazione, lobby e politica” organizzato da Running in collaborazione con Spinning Politics.

I numeri elencati da Slaby sono impressionanti: circa 125 milioni di elettori contattati personalmente, grazie all’incrocio dei database a disposizione della squadra, quello dei finanziatori e quello dei possibili elettori, un lavoraccio enorme di dati e numeri realizzato da uno staff di circa 250 persone e reso operativo da 700mila volontari sparsi per gli States e armati di smartphone e app, che hanno contribuito al voto per Obama di 64 milioni diamericani. Anche il fundraising ha giovato dell’integrazione di tutti i dati a disposizione di #Obama2012 e dell’aiuto della rete: 4,4 milioni i cittadini americani che hanno offerto il loro sostegno economico, ed è interessante sapere che soltanto online sono stati raccolti 690 milioni di dollari,.

Il battage elettorale, comunque, va accompagnato da elementi concreti. Slaby ne è  convinto: un buon candidato deve conoscere i desideri e i sentimenti della gente, e ci tratteggia l’immagine di migliaia di persone impegnate a leggere- e per quanto possibile, a rispondere – una quantità innumerevole di messaggi su twitter, su facebook, email. E soprattutto deve essere se stesso, costruire e portare in giro un’immagine coerente con una sua identità: anche perché i social networks, twitter in particolare, sono praticamente infallibili nelsmascherare le bugie. Ed è proprio qui il potere maggiore dei social media: stanno cambiando la politica avvicinandola e facendola dialogare

con gli elettori. Sarebbe un errore non capirlo.

La squadra è già al lavoro per presentare a ottobre il primo piano strategico nazionale del Turismo: è una notizia, ma non dovrebbe esserla, in un Paese come l’Italia che può contare su uno straordinario patrimonio artistico e naturale e teoricamente potrebbe fare del turismo la sua principale vocazione. Potrebbe, perché sebbene una città come Roma sia visitata ogni anni da milioni di persone, la sensazione è che manchi sempre qualcosa. Alzi la mano chi, andando all’estero, non ha mai pensato che altrove sanno “vendere” anche l’aria, mentre qui, dove tra mari cristallini e monumenti strabilianti c’è da far girare la testa, ben poco è davvero valorizzato.
Ci potrebbe pensare l’Enit, l’agenzia nazionale del turismo, che da qualche mese è guidata da Pier luigi Celli. Che, ospite del “Caffè con” di questa settimana, l’ormai consueto appuntamento organizzato da Reti e Running, non nasconde le difficoltà: quella dell’agenzia è una situazione “kafkiana”, come solitamente avviene nella PA. “Il 17 rivedremo la struttura, ancora farraginosa, e lavoreremo con l’ICE per la riorganizzazione uffici esteri”. L’obiettivo è fare scelte di razionalizzazione, soprattutto sui Paesi in via di sviluppo. Per lo stesso motivo si migliorerà la presenza sul web, che sarà innovativa: “Dobbiamo essere concreti, la rivista è uno strumento vecchio, mentre internet ci può aiutare ad avere una comunicazione più efficace”. Anche se poi, a fare i conti, il leitmotiv è sempre lo stesso: tanto da fare e pochi soldi.
Il piatto forte, però, è il piano strategico che avrà, assicura Celli, spese e quadro di riferimento ben definito: perché qui si tratta di decidere che turismo vogliamo, dove, su quali mercati venderlo. Serve una linea definita: perché ci sono Regioni che oggi si autopromuovono spendendo più di quanto faccia tutto il resto del Paese, o alcuni comuni che spendono cifre importanti per pubblicizzarsi in Italia, e poi all’estero nessuno sa di quei luoghi. Dobbiamo migliorare la nostra visibilità all’estero, e per farlo serve maggiore coordinazione: oggi ci sono Regioni che non si presentano proprio al tavolo con lo Stato. Preferiscono far da sé, ma spesso con risultati poco soddisfacenti. Bisogna far sistema e cambiare il sistema, conciliando cultura e turismo e puntando sull’appeal del Belpaese: il percorso è appena iniziato.

Post scriptum: Siamo alla fine di questa stagione dei “Caffè con”. Un appuntamento settimanale che si ripete da due anni, e che ha permesso a noi di Reti e ai nostri ospiti di riflettere, imparare tanto, confrontarci e instaurare nuovi rapporti. Un format che è piaciuto, al punto di essere anche copiato (e ne siamo fieri). Per questo piccolo, piccolissimo successo dobbiamo dire grazie a ventinove persone, contando solo gli ospiti di quest’anno: Antonio Polito, Augusto Valeriani, Giuseppe Castiglione, Pierluigi Battista, Stephen Anderson, Emma Bonino, Nicola Rossi, Roberto Rao, Roberta Maggio, Stefano Menichini, Andrea Di Sorte, Francesco Verbaro, Giampaolo D’Andrea, Giorgio Gori, Severino Nappi, Gianluca Comin, Paolo De Castro, Giuliano Cazzola, Federico Testa, Deborah Bergamini, Paolo Peluffo, Anna Paola Concia, Mario Valducci, Angela Napoli, Paolo Gentiloni, Andrea Romano, Filippo Bubbico, Mike Hammer, Pier Luigi Celli.
Grazie a tutti. Appuntamento a settembre, con una tazzina e una fetta di ciambellone. Alle 8.30, in punto!

Italia Futura sarà in campo alle prossime elezioni? Alla fine, la risposta non è chiara, anche se è evidente che l’idea c’è e dev’essere ancora strutturata. “Non è più un think tank, ma evidentemente una struttura radicata sul territorio e dunque in cerca di consenso. Ma la trasformazione in partito sarà discussa”.

Andrea Romano, direttore di Italia Futura, è semplicemente entusiasta nel parlare del progetto, e guai a indicarlo come una creatura esclusivamente di Montezemolo, indubbiamente il volto più noto ma non l’unico, perché Italia Futura è un gruppo di sviluppisti. Dice proprio così, introdotto da Claudio Velardi al “Caffè con…”, l’appuntamento settimanale di Reti e Running.
“Non soddisfatti delle etichette che ci hanno dato: non ci sentiamo moderati né conservatori, centristi men che mai. Sviluppisti sì, crediamo sia l’occasione per fare le riforme mai attuate in Italia e che si debba puntare su crescita e sviluppo, dell’industria culturale in particolar modo”, spiega, per poi riflettere sul tema dominante della stagione politica a venire che sarà quello fiscale, il ritorno alle tasse come leva di crescita (ve lo ricordate il ’92-’94?) - molto più del dibattito sulla casta o del conflitto ideologico che nemmeno esiste più.
Nel frattempo si lavora sul territorio, sono nate già 15 associazioni regionali, e circa 60mila iscritti. Romano ci dice pure che la quota associativa più bassa, per i giovani, è di circa venti euro, mentre i “benemeriti” ne pagano 15mila una tantum e diecimila tanto, finora sono circa una settantina. Così si mantiene Italia Futura mentre decide se trasformarsi o meno in un partito, e con chiaro in mente che “non siamo interessati a definire alleanze con pezzi di politica che ha già i suoi problemi”. Tutti avvisati, che questo, per riassumere, “è un tentativo di criticare democraticamente la politica”. Appunto, che pensa del governo Monti? “Sta facendo il suo dovere, il problema è che l’Italia ha perso punti di riferimento”, prendi il berlusconismo, “non l’ho mai demonizzato, è stata una grandissima esperienza. Ma è finito. E Italia Futura? “Ha del potenziale per contrastare la deriva populistica, che non è solo Grillo, e può essere distruttiva. Sarà articolata nei prossimi mesi”.
Tutte da vedere le prossime elezioni, dove ci saranno in campo forze “conservatrici” come il Pd, ancorato a una visione pessimistica della produzione, e poi un fronte da riaggregare. “Abbiamo in mente passi concreti, presenteremo un manifesto articolato per la crescita”, assicura, sottolineando “in un Paese normale non ci sarebbe stato bisogno di Italia Futura“. Ovvero, Montezemolo c’è perché i partiti – con la loro altissima mortalità – hanno fallito. Per ora, comunque, candidati del patron della Ferrari non ce ne sono, e anzi quei parlamentari che in questi mesi han provato ad avvicinare il progetto sono stati scoraggiati perché “non ci interessa fare gruppi o altro, piuttosto guardiamo con interesse a bravi amministratori locali magari stufi dei loro partiti. E in generale vogliamo coinvolgere persone che hanno dimostrato di saper far bene all’incrocio tra pubblico e privato”.
Il tempo è scaduto, ma Claudio Velardi prenota Andrea Romano per ottobre: e allora dovrà dirci cosa farà Italia Futura…

L’agenda digitale? “Arriverà entro l’anno e non comprenderà le infrastrutture”. L’Agcom? “Il presidente è più potente di tanti ministri”. E le nomine? “Due mesi di gran discutere, il problema è sempre chi mandarci”. L’onorevole Paolo Gentiloni, ex anzi “l’ultimo ministro delle Comunicazioni”, come si definisce lui, oggi membro della IX commissione, ne ha parlato al consueto appuntamento settimanale del ‘Caffè con…’ organizzato da Reti e Running. Introdotto come di consueto da Massimo Micucci e Claudio Velardi, ha immediatamente attaccato con l’hot topic delle authorities, nate negli anni ’90 con le privatizzazioni e le sollecitazioni europee. “Abbiamo assistito in questi anni a uno slittamento di competenze e poteri da Governo/Parlamento alle autorità, dove ogni presidenza è diversa dalle altre”. Le paragona a un “moderno leviatano”, perché i commissari nominati gestiscono per 7 anni una “roba gigantesca”, tanto che “i membri son più potenti dei sottosegretari di stato”. E’ un problema? Potrebbe, e un passo in avanti per risolverlo sarebbe trasformare le relazioni annuali, oggi meri show in Parlamento, in occasione di valutazione del lavoro, anziché consegnare le chiavi per sette anni. E visto che siamo in tempo di nomine val la pena ricordare che cotanti poteri richiedono competenze e professionalità, soprattutto perché la nuova Agcom dovrà decidere in tempi brevissimi su asta delle frequenze, copyright e ultimo miglio. Gentiloni assicura: “Noi del Pd metteremo in Agcom gente competente, mi preoccupano gli altri”. Si passa poi a un altro cruciale, quello dell’agenda digitale, di cui avevamo già parlato in un caffè con Deborah Bergamini. Gentiloni conferma l’importanza della sfida e il “clima favorevole” creato dal governo Monti, ma chiarisce: “L’agenda digitale è una marea di cose, ma non chiediamole né infrastrutture né di risolvere la questione del copyright”. Un dubbio sorge invece sulla cabina di regia “troppo pesante, serviva una persona unica e un unico ministero competente”. In ogni caso il testo unico che sintetizzerà le due proposte attualmente esistenti “potrebbe essere la base velocizzatrice di un inevitabile decreto del governo”, anche se è difficile che il ‘Digitaly’ arrivi a giugno, visto che il Parlamento sarà impegnato con la ex Finanziaria, più probabile che arrivi in aula a fine agosto per essere approvato, si spera, entro settembre. L’auspicio è che l’agenda digitale diventi una legge annuale con una cornice. Serve poi uno “switch off per il cartaceo”, con un programma articolato, certo, ma altrimenti il digitale non avrà mai l’impulso che gli si richiede. E ancora, la digitalizzazione della PA e un provvedimento sull’Iva, perché “non è possibile che un paese che vive sul commercio sia penultimo in Europa per l’e-commerce”. Finita qui? Macché. Serve un vincolo serio sui contratti di servizio alla Rai che deve fare la sua parte: in sostanza “dobbiamo convincere la Rai a essere la Bbc” e partecipare così all’educazione digitale. I tempi d’azione dell’agenda digitale, per Gentiloni, dipendono da digitalizzazione PA e mix e-commerce & m-payment, sul quale dice: “Facciamo su m-payment degli standard unici per far fare il botto al paese dei telefonini”. E sullo scorporo della rete guarda con perplessità all’allontanamento di Telecom dal progetto di Gamberale, cui invece si sta avvicinando Telecom, perché il principio è “ce n’è per tutti”. Ultima battuta sulla Rai: “E’ l’unica grande azienda produttrice di contenuti culturali che non dovrebbe avere paura della rete”.

Sulla rete ogni giorno vengono scambiati due milioni e mezzo di articoli. Che significa? Che al di là dei dati – l’ultimo trimestre dello scorso anno registrava un meno 20% nella vendita dei libri – non abbiamo smesso di leggere, ma solo cambiato modo. Quanto conta internet? Tanto, tantissimo, e infatti il Governo sta lavorando all’agenda digitale, ma sul tavolo ci sono un’altra serie di questioni aperte, come quella fiscale: è assurdo che l’agevolazione sull’Iva esista ancora solo per il cartaceo. E poi bisogna difendere il pluralismo: “Se avessi le risorse, sosterrei la domanda, più che l’offerta. Ma la situazione è diversa, la realtà è che dobbiamo ragionare con pochi soldi e dovremo continuare a farlo per un po’”.
Paolo Peluffo, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione, la comunicazione, l’editoria e il coordinamento amministrativo è stato ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con…” organizzato da Reti e Running. Nell’ora a sua disposizione, tra una tazzina di caffè e una fetta di ciambellone, l’ex portavoce di Ciampi non si è sottratto alle domande dei numerosi presenti.
A partire dalla spinosissima questione dei fondi all’editoria. A quando un regolamento? “Non ci sarà. E’ una materia delicata per cui ritengo che bisogna assolutamente passare per il Parlamento. La forma legislativa la deciderà il Cdm. Finanzieremo solo copie vendute – spiega – e cercheremo di sostenere nascita di imprese digitali”. E osserva che il danno fatto al finanziamento pubblico all’editoria da parte di chi, in passato e fino a oggi, ha attuato comportamenti criminali ha nociuto due volte: prima perché ha instaurato una concezione negativa del finanziamento, poi perché ha sperperato risorse, che oggi non ci sono quando invece forse proprio ora ce ne sarebbe più bisogno. Guardando al futuro, la riflessione è che “la perdita di monopolio dell’editore vale anche per il giornalista, che deve tenerne conto investendo su qualità e rappresentazione qualità: è quello che fa la differenza”.
Per il diritto d’autore passa la palla alle Autorità indipendenti, “sono state costituite, quindi operino, ma se non lo fanno abbiamo già discusso di come affrontare la questione”. In ogni caso, come per tutto il resto, il Governo non andrà a infrazione con l’Ue. E ai timori che il digitale uccida il cinema indipendente – è accaduto così per la musica, sostiene uno degli ospiti – Peluffo risponde che non è solo la questione del diritto d’autore a metterlo a repentaglio, anzi: sulla rete, lui che ha la “perversione culturale” del cinema italiano vecchio, vecchissimo, ha trovato delle vere e proprie chicche. Piuttosto bisogna interrogarsi sul fatto che c’è una generazione intera che le sale non le frequenta più, ma preferisce il tablet. “Oggi bisogna organizzare nella rete l’incontro tra utenti e autori, e in questo i marchi hanno grande valore”.
E sulla mancata comprensione, da parte di produce contenuti, della dieta di consumo di oggi: “La tv dà grande spazio al meteo. Ma la gente le previsioni le guarda sul telefonino”, osserva il sottosegretario, e anche se nessuno da quale sarà domani il modello di business per l’industria della conoscenza è assurdo “pensare di far pagare prodotto digitale quanto il cartaceo”. Tablet e smartphone, assicura, creano linee di valore più elevata di cartaceo e web, e proprio per l’incertezza dello scenario futuro “oggi fare norme troppo rigide è ancora più sbagliato che in passato”. La certezza, intanto, è che l’Italia non può più permettersi poca istruzione, è una sfida strategica. “Dobbiamo riflettere su una cosa: su itunes ci sono solo pochissimi corsi di italiano, e tutti realizzati all’estero. Davvero conta più il kazako?”.

L’agenda digitale è un grande sogno senza alternative: se non si fa l’Italia è fuori dalla modernità. Il Governo Monti l’ha capito e ha messo su una cabina di regia con scadenze ambiziose – la data del 30 giugno è davvero vicina – che vanno rispettate a tutti i costi. Ma la pattuglia dei “parlamentari” digitali che lavora alla legge cresce ed è multipartisan.
Ne ha parlato, nel consueto appuntamento settimanale “Un caffè con..” organizzato da Reti e Running la deputata Pdl Deborah Bergamini, vice-presidente della Commissione d’inchiesta su pirateria e contraffazione e membro della IX Commissione, nonché rappresentante italiana al Consiglio d’Europa. Introdotta da Massimo Micucci, l’onorevole ha immediatamente evidenziato che l’Italia ha un problema già dal punto di vista delle infrastrutture digitali, come l’assenza del cavo. E che sul tema dell’agenda digitale serve la massima collaborazione, sconfessando, per così dire, l’impostazione attuale di un Governo che si assume il peso delle riforme e un Parlamento chiamato a ratificare. Così, per esempio, in Commissione è stata presentata una proposta a firma Palmieri che integra quella Gentiloni, con l’obiettivo di portare un testo unico in aula per affiancare il lavoro della cabina di regia, che nel frattempo sta facendo una serie di audizioni, e a tal proposito la Bergamini anticipa che chiederà di essere ascoltata come relatrice della proposta di legge Gentiloni – Rao.
E lancia un appello affinché ci sia partecipazione alla consultazione sull’agenda digitale, così da utilizzare queste settimane per raccogliere nuovi spunti e riflessioni. “Su questo tema si misura il futuro del Paese”, dice convinta, “ci salveremo tagliando la spesa, non tassando. Digitalizzarlo serve a tagliare costi e creare efficienza, e dobbiamo farlo, partendo dalla PA”. E aggiunge: “Il modello produttivo italiano, se regge, è quello che può avvalersi meglio dello sviluppo della rete, può mettere insieme il tessuto delle imprese e tecnologia”. Per questo, suggerisce, bisogna investire in formazione ai cittadini e in start up innovative, che “hanno le carte in regola per affermarsi, ma si trovano davanti mille ostacoli”, oltre che in infrastrutture digitali.

“C’é grande volontà di andare avanti sull’agenda digitale”, assicura a beneficio degli scettici, prima di lasciare spazio alle numerose domande dei presenti, che hanno toccato anche il tema della regolamentazione della rete, “ma con l’agenda digitale non vogliamo normarla, piuttosto portarla a tutti”, assicura lei, perché la “rete deve rimanere libera”. E cita la dichiarazione dei diritti dell’uomo: “La libertà consiste nel potere di fare tutto ciò che non nuoce agli altri”.
C’è spazio anche per la questione delle “rassegne libere”, sollevata da uno dei presenti che sostiene che “schierarsi a favore delle rassegne libere significa aprire la strada al partito dei pirati in Italia”. La Bergamini non si pronuncia, ma dice soltanto che “da quando sono parlamentare e ho accesso alla rassegna della Camera – che credo essere più completa di quella disponibile sul sito – non compro più i giornali”. Alle nove e mezza la discussione si chiude, c’è tempo ancora per un caffè, una fetta di ciambellone e qualche chiacchiera.
Appuntamento martedì 24 aprile con Paolo Peluffo, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione, la comunicazione, l’editoria e il coordinamento amministrativo.

Per l’energia serve un piano di “manutenzione straordinaria”. Parola di Federico Testa, deputato Pd e responsabile energia dei democratici, che spiega: siamo passati da un sistema con un operatore solo all’avere un mercato energetico, ma ora bisogna ragionare sui meccanismi per farlo funzionare. E plaude alla separazione Snam-Eni operata dal Governo.
L’onorevole è stato ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con”, organizzato da Reti e Running. Introdotto come d’abitudine da Massimo Micucci, Testa ha affrontato la questione energetica italiana senza sottrarsi alle numerose domande dei presenti. “Ci sarebbero cose interessanti da fare ma non ci sono soldi, ci voleva un disegno organico”, dice a proposito delle scelte messe in campo dal Governo, per poi insistere sulla necessità di tagliare dalla bolletta alcune voci che niente hanno a che fare con l’energia, visto che il conto per le aziende e le famiglie italiane è sempre più caro, con gravi ripercussioni sulla competitività del sistema delle imprese e sui livelli di vita delle persone. Poi c’è il tema del gas, il cui costo è ancora troppo legato al prezzo del petrolio, sebbene, ha ribadito, l’apertura di un mercato è stata un’iniziativa assolutamente lodevole. E la strategia energetica nazionale dovrebbe sicuramente essere anche collegata ai settori della mobilità e dei trasporto.
Servono regole certe, questo è ovvio: il deputato si è detto contrario a interventi di tipo retroattivo sul sistema di incentivazione, su cui ancora molti punti devono ancora essere chiariti. E per quanto riguarda gli accumuli sono, sostiene, un’alternativa positiva, così da fornire l’energia «piatta», con continuità.“Serve un po’ di programmazione anche per le fonti non programmabili”, insiste. In ultimo, sollecita una riforma del titolo V, per rivedere la suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni in tema di energia, questione su cui Testa ha presentato, insieme all’onorevole Mauro Libè, una proposta di legge.

Lo storify dell’incontro

La riforma del Lavoro? Che sbaglio farla per decreto. Si dice deluso Giuliano Cazzola, deputato Pdl, vicepresidente della Commissione Lavoro, ospite del consueto appuntamento organizzato da Reti e Running “Un caffè con…”. Deluso dal Paese, dal suo partito, e dalla scoperta che il Governo opera sul tema seguendo luoghi comuni.

Prendi la flessibilità in entrata, per esempio. C’è l’idea comune che sia un male. E allora si lavora sulle rigidità, anziché sull’elasticità, si considerano “cattivi” gli imprenditori, e soprattutto si rende impossibile il confronto: o la pensi così o stai zitto. Altro nodo, quello dei licenziamenti, su cui per l’onorevole la posizione del Pdl è simmetrica a quelle che sono le presunte difficoltà del Pd. La soluzione alla tedesca per licenziamenti economici passerà perché ragionevole, prevede, ma attenzione: non è vero che il giudice ha libertà di scelta, per i licenziamenti disciplinari per esempio la reintegra può essere obbligatoria.

C’è poi il tema dell’apprendistato, anche qui declinato partendo dalla concezione che i datori di lavoro sono tutti cattivi: “L’imprenditore, al termine del periodo previsto, deve assumere almeno la metà degli apprendisti oppure non può più averne – sottolinea Cazzola – per cui in sostanza si è costruito uno strumento coercitivo per la stabilizzazione”. E ancora, perché il contratto a termine deve costare di più? C’è sempre un pregiudizio di flessibilità “cattiva”, quando è chiaro che il contratto forzatamente prevalente è la strada sbagliata. E il deputato cita la vedova di Marco Biagi, che pochi giorni fa ha ricordato l’idea del marito: proteggere la flessibilità, non contrastarla. Bisogna, certo, rendere la precarietà protetta: attualmente gli esodati sono tutelati da norme vigenti, che però non hanno copertura finanziaria, e il rischio è che le risorse verranno dall’innalzamento delle aliquote per disoccupazione.

“Questo Governo ha fatto e continua a fare pasticci”, decreta. Ma perché, chiedono gli ospiti, il Pdl che agli imprenditori è intimamente legato non sta loro vicino? “Il difetto che ha la mia parte politica rispetto alla sinistra è l’assenza di legami con le parti sociali”, ammette. E se la flessibilità economica post ’97 ha portato aumento dell’occupazione e crescita economica, il problema oggi è la disoccupazione. Vie d’uscita? Affrontare il tema del costo del lavoro – magari nella legge di riforma fiscale – e semplificarlo, magari con Autorità indipendenti per la certificazione dei contratti. E poi, modificare l’articolo 18: “Ormai è indispensabile”.