“Nella vulgata comune il lobbista è ancora sinonimo di intrallazzo. L’iconografia lo dipinge come un maneggione in blazer, come l’uomo nero che smista mazzette per velocizzare una pratica o spingere un emendamento”, così recita la prima pagina de l’Espresso del 24 ottobre scorso.
Quando la stampa nazionale ci descrive le lobby come potenti, condizionanti e, in alcuni casi, un ostacolo alla politica, risulta naturale avere una percezione negativa di tale fenomeno.
2600 gruppi di pressione, 100 studi legali, 150 società di consulenza attive a Bruxelles: queste cifre fanno pensare a molti che i lobbisti siano ‘sentinelle del profitto’ e che stiano addirittura sostituendo il Parlamento.
Ma chi è esattamente il lobbista? Il professor Pier Luigi Petrillo, professore associato di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, ci dice che le lobby sono legittime espressioni di una società multiforme e che rappresentano il naturale sviluppo delle democrazie industriali. Si tratta, traducendo le sue parole, di professionisti che si affiancano alla legislazione nella rappresentanza di interessi legittimi.
Il rapporto tra lobbista e decisore è un rapporto a due: il professionista porta all’attenzione del proprio interlocutore una tematica rilevante in modo trasparente, dimostra di avere competenze specifiche in materia e cerca di influenzarlo nella direzione ‘giusta’.
Difendere interessi particolari nell’ambito dell’interesse generale del Paese disponendo di un’approfondita conoscenza giuridico-economica e dei fenomeni politici: questo è il ‘mestiere del lobbista’.
Tale professione è, pertanto, molto complessa: va dal monitoraggio istituzionale all’incontro con i decisori pubblici e privati, dall’analisi degli emendamenti all’attività di media relations.
Per questo motivo, Running, in collaborazione con Reti QuickTop, propone la XXVI edizione del corso “Comunicazione, lobby e politica che, anche quest’anno, si avvale della speciale partecipazione di docenti appartenenti al mondo accademico e delle istituzioni. Inoltre, valore aggiunto sarà conferito dal contributo scientifico dell’Università internazionale di Roma UNINT, dalla partnership con Agol (Associazione giovani opinion leader), Formiche (testata quotidiana online), e Il Rottamatore (aggregatore di 6 blog che analizzano il punto di vista di chi vuole cambiare l’Italia: dalla politica alla burocrazia).
60 ore in formula weekend, due moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, economico e di public affairs, secondo un’impronta pratica conferita da case histories e laboratori di monitoraggio legislativo e drafting. Non da ultimo, saranno trasferite conoscenze utili ai fini dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione quali strumenti necessari alla creazione del consenso.
Dal 28 novembre al 14 febbraio verrà quindi data l’opportunità ad un massimo di 20 persone, selezionate tra laureati o laureandi in materie giuridico-politiche, economiche o di comunicazione, manager di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici, di apprendere e fare propri gli strumenti del lobbista in un ambiente dinamico e stimolante.

Antonella Del Prete
@AdpDelprete

Italicum, Renzi e Berlusconi

On 12 febbraio 2014, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

“Renzi è un risk-taker, chi lo assimila ad un vecchio democristiano non ha capito niente di lui.” Lo afferma il Prof. Roberto D’Alimonte che all’appuntamento settimanale “Un caffè con” organizzato da Reti ripercorre le tappe che hanno portato alla messa a punto dell’Italicum, tratteggiando anche un interessante profilo di quello che potrebbe essere il prossimo Presidente del Consiglio. “E’ uno a cui piace rischiare, si assume la responsabilità delle sue decisioni, pur sapendo che si gioca tutto: all’interno di ogni rischio vede delle opportunità”
Altra dote posseduta dal sindaco di Firenze è la capacità di negoziare, come emerge proprio dal percorso che ha portato alla definizione della proposta di legge elettorale in discussione in Parlamento.
Delle tre proposte contenute nel “menu” presentato da Renzi a Berlusconi, ci si è concentrati immediatamente su quella assimilabile al modello spagnolo, individuato come lo strumento più adatto per semplificare drasticamente il quadro politico.
La prima bozza di accordo tra i due prevedeva che, se nessuna coalizione fosse riuscita a raggiungere la soglia del 33% dei voti (poi 35%), si sarebbe proceduto alla distribuzione dei seggi attraverso un sistema proporzionale puro, senza doppio turno che non era ben visto da Berlusconi. Statisticamente, infatti, quando si vota al ballottaggio per i Comuni, i candidati di centro – destra hanno spesso la peggio.
Su queste basi si arriva al famoso incontro di sabato 18 novembre, durante il quale “succede qualcosa”. Il rottamatore, accogliendo i suggerimenti del Prof. D’Alimonte, riesce a convincere Berlusconi della necessità di introdurre il doppio turno per garantire la governabilità. Il leader di Forza Italia, dopo aver sentito il parere di Verdini, accetta anche grazie alla profonda simpatia e stima che prova per il suo interlocutore. “Verdini mi ha detto che Berlusconi, se potesse, darebbe a Matteo le chiavi di Forza Italia”, afferma il Prof. D’Alimonte, “e Renzi, che da ottimo negoziatore sa sfruttare le debolezze dell’avversario, questo lo sa e se ne approfitta”.
L’accordo di gennaio prevedeva però che la soglia di voti necessaria per aggiudicarsi il premio di maggioranza rimanesse bassa e che il premio stesso, fosse consistente. La proposta di legge in discussione in Parlamento prevede, invece, una soglia al 37% e un premio di maggioranza del 15%. Ciò è dovuto in parte alle pressioni dei piccoli partiti e in parte alle raccomandazioni del Presidente della Repubblica, che ha evidenziato la necessità di garantire quell’esigenza di rappresentatività che sta alla base della pronuncia di incostituzionalità emessa dalla Consulta nei confronti del porcellum. A queste condizioni, il rischio di uno sfilacciamento dell’accordo è reale e si somma all’incognita di quello che potrebbe succedere se realmente, nei prossimi giorni, un eventuale governo Renzi nascesse con la partecipazione di Alfano che, a quel punto, potrebbe tornare a chiedere con più forza l’introduzione delle preferenze.
D’Alimonte ritiene comunque che l’impianto della legge in discussione in Parlamento sia l’unico possibile, dato l’attuale quadro politico, anche se non nasconde che, in astratto, il modello ideale sarebbe quello francese che garantirebbe quella governabilità che, se le soglie viste sopra rimanessero invariate, sarebbe comunque a rischio dato che 10/15 parlamentari potrebbero far cambiare le sorti del governo. L’elemento oggi irrinunciabile per un’efficace riforma elettorale resta comunque il ballottaggio tra le due coalizioni più votate, che è in grado di legittimare pienamente la coalizione vincente e renderla più forte. Anche il rischio di un possibile aumento dell’astensione al secondo turno non sussiste, in quanto, come dimostra l’esperienza francese, “quando la posta è alta le persone a votare ci vanno”.
Anche l’Italicum, comunque, di cui D’Alimonte si definisce “al massimo uno zio insieme a Verdini” (affermando che gli unici veri padri sono Renzi e Berlusconi), da solo non può bastare a risolvere i problemi strutturali che impediscono l’efficiente funzionamento del sistema politico italiano. “Accanto alla legge elettorale si possono approvare subito alcune importanti riforme che vadano nella stessa direzione”. Tra esse, ad esempio, la riscrittura dei regolamenti parlamentari finalizzata a garantire una maggiore governabilità e, in attesa della riforma costituzionale che elimini il bicameralismo perfetto, la possibilità per i diciottenni di votare anche al Senato in modo da equiparare il corpo elettorale dei due rami del Parlamento.
Le cose da fare sono insomma molte e Renzi “ne è perfettamente consapevole”, così come è consapevole che in Italia ogni vera riforma strutturale rischia di essere rallentata dalle resistenze opposte dalle varie sacche di potere presenti all’interno dell’apparato burocratico dello Stato. Il sindaco di Firenze però “ha molta fiducia in se stesso ed un enorme pragmatismo”. Caratteristiche che, secondo il Prof. D’Alimonte, potrebbero portarlo ad accettare un incarico di Governo: un rischio che al suo interno nasconde anche grandi opportunità.

@fraclementi

Non è ora di staccare la spina

On 28 marzo 2013, in Energia, Infrastrutture, by Martina Colasante

Novità poco entusiasmanti per l’Italia in politica estera. In un momento di forte incertezza politica, aggravata dalla vicenda dei marò e dalle successive e inattese dimissioni del ministro degli Esteri Terzi, anche la prima azienda energetica italiana accusa il colpo della nostra scarsa autorevolezza.

Il ministro dell’energia turco Taner Yildiz ha infatti intimato all’ ENI di sospendere le sue attività a Cipro, pena la rottura delle relazioni con la Turchia e la sospensione dei progetti già avviati. L’esercito turco occupa dal 1983 la parte nord est dell’Isola, la Repubblica Turca di Cipro Nord, e Ankara non ha mai digerito le esplorazioni energetiche a largo di Cipro.
Se le risorse di Cipro, ancora tutte da verificare, interessano il Cane a sei zampe, che ha da poco ottenuto le licenze esplorative per tre blocchi offshore, non si può dire lo stesso per gli investimenti turchi. Tra questi, infatti, il gasdotto Samsun Ceyhan si rivelerà indispensabile – a detta del CEO Scaroni – solo nel caso in cui l’attraversamento del Bosforo con le petroliere diventasse troppo costoso. Gli altri progetti prevedono una partecipazione marginale di ENI e solo per brevi tratte. Inoltre, trattandosi dei gasdotti Blue Stream e South Stream, la loro eventuale sospensione comporterebbe una negoziazione con il Cremlino.
Contestualmente, altre vicende sembrano insidiare la sicurezza energetica della nostra penisola: la Libia, che fornisce il 10% del nostro fabbisogno di gas, ha interrotto per qualche giorno le forniture dirette di gas attraverso il gasdotto Greenstream, rivelando le debolezze e le insicurezze di un paese in transizione.
Mentre il Governo Italiano è in difficoltà sullo scacchiere internazionale (e non solo), grandi potenze economiche e politiche stringono accordi commerciali ed energetici. La visita di Xi Jinping in Russia ricostruisce i danneggiati rapporti energetici tra Pechino e Mosca e instaura una collaborazione trentennale a tutto tondo tra le aziende energetiche nazionali. Ormai da tempo Gazprom minacciava di rivolgere le proprie attenzioni verso il mercato asiatico, reagendo alle continue insidie della Commissione Europea e al drastico calo dei consumi europei. L’accordo stipulato prevede un incremento delle esportazioni di gas e petrolio verso Pechino, che trae vantaggio dal calo della domanda europea per ottenere una riduzione dei prezzi e regala Mosca l’ennesima scusa per mantenere invece stabili i prezzi europei. Ormai politica estera, politiche energetiche ed economia sono sempre più integrate. Anche per questo ci vorrebbe un Parlamento in funzione ed un governo pienamente in carica.

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Politica nella settimana di passione

On 25 marzo 2013, in Lobbying, News, by Massimo Micucci

opera di Pep Marchegiani

La settimana si apre con interrogativi fondamentali e poche speranze di avere risposte.

Dal punto di vista istituzionale, se il Governo è lontano e confuso, tra stasera e domani ci sarà la costituzione delle Commissioni alla Camera e al Senato. In minima parte il lavoro parlamentare può essere ripreso anche se  avrà come interlocutore il Governo in carica. Che i problemi concreti siano urgenti lo dimostrano numerosi incontri attorno alle Camere sui temi energetici, sulle infrastrutture e anche sull’impatto di internet sulla politica. La vita (a chiacchiere e problemi) continua. E la Politica? I calendari parlamentari prevedono comunicazioni urgenti del Governo sul Consiglio d’Europa (al Senato e alla Camera). Le tensioni su Cipro, le misure da adottare lo rendono interessante e, si spera, utile a tenere la barra nella crisi. Ma chi risponderà ?

In questo clima, il Presidente della Repubblica avrebbe confermato, dopo faticose  consultazioni giuridiche, che il Governo Monti, è pienamente legittimato ad agire, anche durante i tentativi in corso. E’ il massimo di certezza “gestionale” che si può dare davanti ad una situazione incartata. Diversi provvedimenti di implementazione sui temi dello sviluppo vanno avanti ancora.

Napolitano a Stazzema, rivolto a una “fan” che lo incalzava, ha escluso di poter fare a 88 anni “gli straordinari”. Resterebbe di questa idea se tutti convergessero su di lui? Sarebbe comunque un ponte “oltrista” dopo l’eventuale fallimento di Bersani che potrebbe non dispiacere al PDL in vista di un Governo “appoggiabile”. Bersani ha consultato le forze sociali, una ritualità da cui non sono mancati segnali forti, come quello lanciato da Squinzi: “Senza un Governo è finita!”.

Intanto nel PD, tutti si domandano chi e che cosa siano capaci di portare PD e PDL oltre la demonizzazione reciproca del ventennio, per dare una mano “a tempo” al paese. Come? In nome di che cosa chiedere il disarmo bilaterale a tempo a due “sistemi” che si descrivono come materia e antimateria? La direzione convocata potrà dare una risposta “in streaming”? Difficilmente.

Massimo Micucci

@buzzico

Che posto ha l’energia nelle agende elettorali dei candidati? Questa la domanda al tavolo organizzato da Quicktop Reti che ha visto la partecipazione degli esponenti dei principali schieramenti in campo e i maggiori operatori del settore elettrico. L’introduzione è stata affidata ai candidati, Cesare Cursi per il PdlSalvatore Margiotta per il PdGiuseppe Zollino di Scelta Civica, e a Carlo Stagnaroco-fondatore di Fare per Fermare il declino, con l’intervento di Chicco Testa, presidente Assoelettrica.

La critica comune sembra riguardare l’eccesso normativo in campo energetico, cui tutti vogliono rimediare riordinando la legislazione esistente per promuoverne la chiarezza e la stabilità. Il continuo mutamento del contesto normativo, infatti, rende ancor più difficoltoso compiere scelte di investimento di medio-lungo periodo per gli operatori, già gravati dalla crisi economica.

Cesare Cursi ha insistito in particolare sulle lungaggini autorizzative del nostro Paese che scoraggiano anche gli investitori esteri, e ha sottolineato la necessità di riformare il titolo V della Costituzione così da riportare l’energia sotto la competenza esclusiva dello Stato.

Salvatore Margiotta, dopo aver sottolineato come non vi sia un documento ufficiale della direzione nazionale del Pd specificamente dedicato all’energia, ha fatto riferimento alla sezione del programma del suo partito dedicata alla green economy, sottolineando l’importanza degli obiettivi di efficienza energetica e la volontà dei democratici, per esempio, di rendere stabili le detrazioni fiscali del 55% sugli interventi di riqualificazione energetica degli edifici.

Giuseppe Zollino ha elencato alcuni errori compiuti negli ultimi anni nel settore energetico, cui la strategia energetica nazionale intende porre rimedio. Occorrono ora a suo giudizio scelte coerenti con l’obiettivo della sicurezza energetica, della sostenibilità ambientale e della riduzione dei costi alla media europea. Egli suggerisce anche di avviare in fretta in Italia analisi di scenario di lungo periodo, per partecipare in modo attivo alla definizione della roadmap europea al 2050, in modo da fissare obiettivi intermedi realistici per il nostro Paese ed aiutare al contempo la crescita di filiere nazionali nelle tecnologie energetiche più adatte al contesto nazionale.

Carlo Stagnaro ha ribadito l’inutilità di avere un piano strategico, difendendo invece il libero mercato, unico a non porre ostacoli ma a offrire possibilità di sviluppo, stimolato dalla concorrenza. Chicco Testa ha concluso la prima parte dell’incontro facendo notare come il problema stia nel fatto di aver compiuto investimenti importantissimi sulla base di previsioni di crescita che non si sono avverate. Ma esiste anche, ha continuato, il problema degli elevati incentivi posti a favore dello sviluppo del settore delle rinnovabili, soldi con cui si sarebbe potuto investire – più proficuamente, sottolinea – in infrastrutture strategiche.

Subito dopo è iniziato il momento di confronto vero e proprio, in cui gli operatori hanno posto alcuni quesiti e avanzato proposte, insistendo sull’importanza di un riordino della normativa di settore e di trovare, per esempio, soluzioni ai problemi riscontrati nei territori ogni qualvolta si avviano nuove opere, introducendo nel nostro ordinamento forme di risoluzione delle controversie come quella francese del dibattito pubblico.

Hanno preso parte al tavolo:

- Aper

- Assoelettrica

- A2A

- CCSE

- Enea

- Enel

- GDF Suez

- Tenaris Dalmine

- Terna

- TirrenoPower

Pillole di monitoraggio: il dibattito pubblico

On 31 ottobre 2012, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Il Consiglio dei Ministri del 30 ottobre 2012 ha approvato un disegno di legge di riforma complessiva degli appalti, che contiene anche disposizioni sul “dibattito pubblico” per la realizzazione di grandi opere infrastrutturali, cioè la consultazione ordinata delle popolazioni coinvolte, sul modello del “débat public” francese.

Il ddl del Governo si aggiunge alle altre proposte di legge già presentate al Parlamento che hanno l’obiettivo di definire una procedura con tempi certi che garantisca il coinvolgimento dei territori fin dalla fase progettuale delle grandi opere. Il pericolo per gli eventuali investitori è che Il dibattito pubblico possa aggiungersi al groviglio legislativo e burocratico esistente.

Noi seguiamo con molta attenzione l’iter di questi provvedimenti, aiutiamo i clienti a comprendere il senso delle norme, individuando le opportunità e le minacce per il business dell’azienda.

Per ulteriori informazioni sui nostri servizi, visita il sito www.retionline.it oppure scrivici a reti@retionline.it

Lobby is in the air

On 30 luglio 2012, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Dal blog: ILMONDOPIATTO di Massimo Micucci http://mondopiatto.blogspot.it/2012/07/lobby-is-in-air.html

Si scrive lobby ma si intende ipocrisia. Nuovo tentativo di regolamentare le lobbies stavolta con un disegno di legge del governo. Conterrebbe regole per la identificazione e la trasparenza dei lobbisti, di qualità (ci vuole la laurea in alcune materie), regole contro le ”revolving doors”, cioè la possibilità di passare da un incarico nella PA o nella politica alla rappresentanza di interessi con tanto di sanzioni pecuniarie.. Mi sembra urgente la prima esigenza,  pericolose e ipocrite le altre.

Trasparenza, registri, identificazione. Un bravo ministro di questo governo, Mario Catania ha risolto il problema stabilendo che si deve dichiarare per chi si lavora, ci si iscrive a un registro ed è fatta. Come nell’Unione europea. Perchè non estendere semplicemente questa procedura?

Revolving doors: in un’epoca in cui CEO di banche fanno i ministri, ingegneri diventati imprenditori fanno gli editori, gli imprenditori sono in politica. In un’ epoca in cui avvocati  e giudici parlamentari  fanno gli interessi dei loro colleghi, il problema è se dopo aver esercitato il loro mandato, vanno a rappresentare interessi privati e parziali o se li rappresentano impropriamente durante il mandato?

Ben venga la precisazione di non avere incarichi in contemporanea, ma siamo nel campo del  conflitto di interessi che ha bisogno di regole ferree dal lato di chi decide, non solo  dal lato di chi rappresenta interessi.Altrimenti l’intento è di proteggere da ogni obiezione la nuova casta. Dovremmo fare anche il contrario: chi ha fatto qualunque cosa nel privato non può accedere al pubblico per due anni! Con questa legge conviene eleggersi un parlamentare o un ministro e stiamo a posto.

Veniamo ai titoli di studio. Non ci vuole la laurea nè per fare il ministro nè il parlamentare. Leggo che Arthur Brooks il maître a penser dei Repubblicani USA ha fatto per due anni il suonatore di corno in un’orchestra di Barcellona. Il direttore del MIT Media Lab negli USA, Joi Ito, è un venture capitalist non laureato. In un’epoca in cui sapere specialistico ed educazione informale rispondono ad esigenze di competenza dal futuro imprevedibile, ricorriamo arbitrariamente alle certezze del valore legale del titolo di studio per  escludere dalla professione di lobbista chi non sia laureato in scienze politiche, diritto o, bontà loro, economia. Uno dei più preparati lobbisti d’azienda che io conosca è un ingegnere ed ha anche lavorato nella pubblica amministrazione. A sua volta l’ingegner De Benedetti, oltrechè imprenditore,  è strenuo difensore degli interessi delle sue aziende, cioè è anche uno dei lobbisti più importanti del paese. Se avesse 22 anni non potrebbe esercitare per difetto di titolo di studio. (poi a chi è venuto in mente il limite dei 22 anni ad un 23 enne? nda)

A noi interessa sapere se una legge proposta da De Benedetti o  da Berlusconi trucca il mercato dell’editoria, della tv, della pubblicità. Non la laurea di chi la sostiene. Ci interessa sapere che i parlamentari che la votano abbiano ascoltato tutti i punti di vista. Cioè anche lobbisti che la pensano diversamente. Quanto alle sanzioni è curioso che riguardino solo i lobbisti così definiti a tavolino e non i decisori. Intendiamoci a tutte le latitutidini con qualunque legge ci sono lobby potenti che influenzano la politica, il problema nasce quando la politica lo nasconde, i cittadini non sanno nulla e soprattutto quando il Big Business trucca il mercato e ne altera la libertà.

Trasparenza di interessi, distinzione di ruoli, assunzione di reponsabilità sono la base di una democrazia aperta e debbono consentire un gioco di contrappesi verificabili. Non ci serve una legge teorema: “quel che non si riesce a fare è colpa delle lobbyies” . “Togliete di mezzo gli sporchi lobbisti e tutto funzionerà”. Sulla spending review hanno messo le transenne. Ma ad accalcarsi erano lobbisti di Stato: enti, istituti, fondazioni,  società pubbliche, sindacati e che non vogliono essere cancellati o resi più efficienti. Nessuno ricadrebbe in quell’albo che riguarda solo i privati. I 2000 emendamenti sono stati presentati da parlamentari, confezionati da uffici legislativi in gran parte nella stessa PA  Tutta gente che il tesserino ce l’ha, come ce l’hanno i giornalisti parlamentari. La prova è che alla fine sono più potenti farmacisti, tassisti e notai,  per via di consensi storici  amicali ed esigenze locali, di quanto non lo siano le società farmaceutiche. La politica non funziona perchè ha rapporti scarsi e oscuri con il mondo dell’impresa, perchè non si sa chi rappresenta chi. Già s’è fatto un disastro con il reato di “traffico di influenze” equiparando a trafficanti tutti coloro che hanno relazioni, o le vantano,  indipendentemente dal fatto che l’azione del funzionario pubblico dia luogo o meno ad un “vantaggio indebito con un comportamento improprio”. Per ovviare al pasticcio di una legge (bastava scrivere “esclusi quelli che svolgono attività professionale” nda) si deve fare un’altra legge. Si vuol far credere anche stavolta che il vero nemico è l’interesse privato perchè “disturba il manovratore”, invece lo è quando trucca le regole e distorce il mercato, quando il capitalismo è connivente con lo  statalismo. Al privato si chiede di essere partner dal lato dei costi e delle imposte, ma deve tacere o dire la sua nelle forme preferite dallo stato. Insomma solo se è parte dell’establishment. Il capitalismo degli amici, relazionale. Se lobbies troppo potenti falsificano il libero mercato modificando le regole è male, muore la concorrenza e i suoi vantaggi. Se i politici le subiscono sono imbelli o venduti. Ma se lo stato riduce spese, funzioni e regolamentazioni eccessive, crea giusti contrappesi anche con l’accesso dei cittadini, con la libera e trasparente competizione tra i interessi: questo è maledettamente un bene. Ci sono barriere all’influenza impropria delle lobbies: la trasparenza, gli open data, la partecipazione, ma sopratutto una seria e aggiornata regolamentazione antitrust. Il resto è roba da stato padrone, cui viene da rispondere “Lobbista sarai tu”. Regolate ma fatelo bene.

la nota politica

On 13 luglio 2012, in Senza categoria, by admin

Quadro Interno

Dopo un weekend segnato dall’ennesimo duro scontro tra il premier Mario Monti e il leader degli Industriali Giorgio Squinzi, la settimana ha visto riaccendersi la polemica con i sindacati. La scintilla è stata il discorso del Presidente del Consiglio all’assemblea dell’Abi, durante il quale ha dichiarato che “Le parti sociali devono essere consultate ma devono restare parti, e non soggetti ai quali il potere pubblico dà in outsourcing responsabilità di politica economica”, per poi aggiungere che ”In passato ci sono stati esercizi profondi di concertazione che hanno creato debito perché lo Stato poi interveniva a compensare gli squilibri creati. Esercizi di concertazione che hanno creato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli non trovano facilmente lavoro”.  Se nessuna replica è venuta da Confindustria, irata è stata invece la reazione delle sigle confederali, che sono tornate a paventare l’ipotesi di uno sciopero generale per il prossimo settembre.

All’interno dei partiti si è riacceso prepotentemente il dibattito su volti e assetti in campo per le prossime elezioni, dopo l’annuncio di Silvio Berlusconi di volersi ricandidare nel 2013, sconfessando dunque la linea tenuta in questi mesi dal partito di maggioranza, con la nomina del segretario Angelino Alfano, di fatto ora rimesso da parte a vantaggio del Cavaliere, e l’ipotesi di aprire alle primarie.

Novità anche all’interno dell’Esecutivo: il presidente Monti ha lasciato l’interim all’Economia per affidare il ministero di via XX Settembre a Vittorio Grilli, finora suo vice. Con la nomina è coincisa l’istituzione di un comitato per il coordinamento della politica economica e finanziaria, presieduto dal premier, di cui faranno parte i ministri dell’Economia, dello Sviluppo e altri ministri competenti, e alle cui riunioni potrà essere invitato il governatore della Banca d’Italia.

Nel frattempo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è tornato a incalzare i partiti sulla riforma della legge elettorale, auspicando il raggiungimento di un’intesa “o comunque a un confronto conclusivo nella sede parlamentare”. In risposta al Senato è stato costituito un comitato ristretto con il compito di preparare entro  10 giorni un testo base sul quale le forze politiche possano confrontarsi.

Dentro e fuori dai palazzi istituzionali si continua intanto a discutere della cosiddetta Spending Review, che dovrebbe portare 26 miliardi di risparmi attraverso tagli alla spesa pubblica: l’accusa al Governo che viene mossa da alcuni – come l’Anci e i farmacisti, che hanno già annunciato manifestazioni – è quella d’aver operato tagli lineari e indiscriminati che non tengono in conto le esigenze delle parti interessate.

Da segnalare, infine, la fumata bianca a viale Mazzini: la Commissione di Vigilanza Rai ha dato il via libera alla nomina di Anna Maria Tarantola a presidente dell’azienda, con 31 voti su 40, nessun contrario, una scheda nulla e due bianche. I parlamentari dell’Idv e della Lega non hanno preso parte alla seduta.

Quadro economico

A chiusura di una settimana che ha visto ancora protagonista la discussione sullo spread, con il differenziale Btp-Bund ancora alto nonostante gli sforzi del Governo e l’apertura dell’Europa allo scudo antispread, arriva la batosta da Moody’s, una delle principali agenzie di rating, che declassa il debito sovrano italiano. Titoli di stato giù di due gradini, nel giudizio dell’agenzia, da A3 a Baa2, appena due step sopra il livello “junk”, cioè spazzatura. Una doccia fredda dopo che i risultati positivi dell’asta dei Bot a un anno e a poche ore da quella dei titoli a medio termine prevista venerdì. La “colpa”, secondo Moody’s che ha registrato positivamente le politiche attuate dal Governo, è del rischio di contagio da Grecia e Spagna, e dell’instabilità politica del Paese, man mano che ci si avvicina alla scadenza elettorale. Per questo clima “rischioso”, nonché per la contrazione del Pil del 2% – denunciata in questi giorni anche dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – che all’Italia viene assegnato anche un outlook negativo, ovvero Moody’s prevede il deterioramento delle prospettive economiche nel breve termine»: disoccupazione in aumento e crescita debole.

Quadro Europeo e Internazionale

La due giorni dei ministri europei delle Finanze a Bruxelles, con la riunione prima dell’Eurogruppo durata fino a tarda notte, e poi dell’Ecofin, ha innanzitutto confermato l’intento unitario di attivare il meccanismo anti-spread chiesto dall’Italia, come confermato dal premier Monti in conferenza stampa, così come la  ricapitalizzazione “diretta”’ delle banche con i fondi di salvataggio dell’Eurozona, di interesse soprattutto per la Spagna. Tuttavia mancano ancora i dettagli operativi e soprattutto le modalità d’applicazione dei sue dispositivi: l’Eurogruppo ha già fissato una prossima riunione di lavoro – de visu o in teleconferenza – il 20 luglio.

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