La riforma del Lavoro? Che sbaglio farla per decreto. Si dice deluso Giuliano Cazzola, deputato Pdl, vicepresidente della Commissione Lavoro, ospite del consueto appuntamento organizzato da Reti e Running “Un caffè con…”. Deluso dal Paese, dal suo partito, e dalla scoperta che il Governo opera sul tema seguendo luoghi comuni.

Prendi la flessibilità in entrata, per esempio. C’è l’idea comune che sia un male. E allora si lavora sulle rigidità, anziché sull’elasticità, si considerano “cattivi” gli imprenditori, e soprattutto si rende impossibile il confronto: o la pensi così o stai zitto. Altro nodo, quello dei licenziamenti, su cui per l’onorevole la posizione del Pdl è simmetrica a quelle che sono le presunte difficoltà del Pd. La soluzione alla tedesca per licenziamenti economici passerà perché ragionevole, prevede, ma attenzione: non è vero che il giudice ha libertà di scelta, per i licenziamenti disciplinari per esempio la reintegra può essere obbligatoria.

C’è poi il tema dell’apprendistato, anche qui declinato partendo dalla concezione che i datori di lavoro sono tutti cattivi: “L’imprenditore, al termine del periodo previsto, deve assumere almeno la metà degli apprendisti oppure non può più averne – sottolinea Cazzola – per cui in sostanza si è costruito uno strumento coercitivo per la stabilizzazione”. E ancora, perché il contratto a termine deve costare di più? C’è sempre un pregiudizio di flessibilità “cattiva”, quando è chiaro che il contratto forzatamente prevalente è la strada sbagliata. E il deputato cita la vedova di Marco Biagi, che pochi giorni fa ha ricordato l’idea del marito: proteggere la flessibilità, non contrastarla. Bisogna, certo, rendere la precarietà protetta: attualmente gli esodati sono tutelati da norme vigenti, che però non hanno copertura finanziaria, e il rischio è che le risorse verranno dall’innalzamento delle aliquote per disoccupazione.

“Questo Governo ha fatto e continua a fare pasticci”, decreta. Ma perché, chiedono gli ospiti, il Pdl che agli imprenditori è intimamente legato non sta loro vicino? “Il difetto che ha la mia parte politica rispetto alla sinistra è l’assenza di legami con le parti sociali”, ammette. E se la flessibilità economica post ’97 ha portato aumento dell’occupazione e crescita economica, il problema oggi è la disoccupazione. Vie d’uscita? Affrontare il tema del costo del lavoro – magari nella legge di riforma fiscale – e semplificarlo, magari con Autorità indipendenti per la certificazione dei contratti. E poi, modificare l’articolo 18: “Ormai è indispensabile”.

Twitter e politica: in Italia cinguettiamo da poco, ma la mania sta invadendo rapidamente istituzioni, redazioni, case. E sta cambiando il nostro modo di comunicare. Per capire come, quanto e perché ne abbiamo convocato un “Caffè con…” d’eccezione, non uno ma quattro ospiti, tutti twitstar: Roberto Rao o @robertorao, deputato Udc e portavoce di Pierferdinando Casini, Roberta Maggio alias @ubimaggio, regina degli hashtag, Stefano Menichini, ovvero @smenichini, direttore del quotidiano Europa e Andrea Di Sorte (@andreadisorte), coordinatore nazionale dei Club della Libertà. In una diretta Twitter mai così vivace, come testimoniano le decine di messaggi al nostro hashtag #caffecon e le teste chine sugli smartphone dei presenti, tutti attivissimi sul social network, Massimo Micucci ha introdotto l’ormai rituale appuntamento mattutino organizzato da Reti e Running.

“Con la rete ho provato a uscire dal cono d’ombra in cui normalmente vive chi fa il portavoce. Ho trovato il modo di comunicare me stesso”, racconta Rao, che ci rivela come se ne sia poi innamorato anche il leader Udc: “Casini ormai gestisce l’account dal suo iphone, e si vede. Twitter è una grande opportunità: dà la possibilità ai politici di uscire dal palazzo, li costringe a entrare in contatto col mondo e rispondere alla gente anche a mezzanotte, anche se la platea è ancora molto elitaria”.  L’interazione, dunque, e non una fredda comunicazione dei propri impegni è l’atteggiamento giusto per un politico sulla rete: non si può, ribadisce Rao, abbandonare tutto per venti giorni e poi dire che domani si va in tv, pena il defollow di massa. Un altro vantaggio dei cinguetti? La mattina ci trovi la rassegna stampa fatta dagli utenti più attivi, anche se attenzione, non bisogna smettere di leggere i giornali o si rischia di diventare “parassiti”.

La parola a @ubimaggio, che attacca con la sua specialità: “Gli hashtag su Twitter ci danno la linea, ed è secondo me un segnale importante che ci sia, ogni giorno, almeno un tema politico”. E poi sì, belli quelli brillanti e divertenti, ma diciamoci la verità, l’hashtag è come la canzone popolare: buca quello che intercetta il sentimento comune, non necessariamente il più creativo. Una riflessione sui numeri: negli ultimi tempi l’Italia si è accorta di Twitter, e con la crisi politica e l’arrivo dei vip è diventato più pop. Inutile storcere il naso: “Sono più apocalittica che integrata, non credo che Twitter sostituisca Facebook così come non credo che l’arrivo in massa di nuovi utenti sia necessariamente un male”. Il vantaggio indubbio del social network è, comunque, la trasparenza: su Twitter si vede subito se scrive il politico o il suo staff.

“Twitter sta diventando un flusso essenziale da seguire nell’arco della giornata”, attacca Stefano Menichini, che però puntualizza: una lettura critica del mezzo dimostra che l‘hardware è ancora quello tradizionale, cioè spesso si appoggia su agenzie di stampa e tv all news. Qual è allora il vantaggio? “L’informazione arricchita da commento diventa subito flusso d’opinione”, dice il direttore di Europa. E come si pone un giornalista riguardo al cinguettio? Conta molto la credibilità professionale acquisita e l’esposizione personale. “La novità è che ci sono giornalisti che decidono quali temi del quotidiano devono finire sulla rete e come seguirli durante il loro sviluppo”. E per quanto riguarda la politica? Un esempio del rapporto innovativo che ha con Twitter è l’elezione del sindaco di Milano con il “vento” che ha sospinto Pisapia, ma attenzione che la mobilitazione reale nel paese non può essere supplita da quella su Twitter, come dimostra il flop di #occupyscampia.

Andrea Di Sorte lo ammette subito: il Pdl è in netto ritardo, rispetto ad altri partiti, sulla presenza nei social netowrk: colpa di una cifra originaria, risalente alla discesa in campo di Berlusconi, che li porta a privilegiare tv e giornali. “Twitter lo usiamo come termometro e strumento di comunicazione”, spiega, elencando quali sono invece, per lui, i vantaggi del mezzo: innanzitutto il contatto diretto con il politico, che qui è costretto a risponderti, mentre magari la mail della Camera non la legge nemmeno. “Su Twitter è nato per gioco “formattiamo il Pdl” che ha creato un certo movimento all’interno del partito”.

Numerosi e appassionati gli interventi dei presenti, per lo più comunicatori nei partiti, nelle aziende e nelle istituzioni. Si invita a riflettere sul fatto che “la gente usa ancora Google e Facebook per informarsi, per cui nel parlare di Twitter bisognerebbe tener presenti i numeri reali”. E il media editor Idv ci rivela che “capita che Di Pietro twitta direttamente e ci smonti la linea che avevamo impostato noi dello staff”. Altri leader, invece, non sono online e tutto sommato non è un male: Berlusconi e Fini appartengono ad altre generazioni, su Twitter non ci stanno bene. “Tra l’altro preferisco che i politici siano impegnati  a governare”, osserva Menichini, mentre Rao sottolinea che la presenza social non è tutto, ma una gamba del tavolo importante, che può essere utile come “spot” per un programma elettorale. Le potenzialità, insomma, sono tante: grazie alle sentinelle della rete è stato preparato un emendamento che ha bloccato il cosiddetto SOPA italiano. “Attenzione, non abbiamo ancora visto come si comporta la politica con Twitter in campagna elettorale”, avvisa Roberta Maggio. E Menichini rimarca: “Ci rendiamo conto che Twitter è solo una conversazione, con gli stessi rischi di degenerare e creare polemiche?” Poi avvisa ancora: “La rappresentazione della realtà che i giornali prendono da internet diventa una realtà a sua volta, è come per la tv”.

Dopo la sconfitta elettorale, sia per il Pdl che per la Lega è tempo di un cambio di marcia. Berlusconi persegue due obiettivi: rimotivare la base del partito e far incassare al governo un risultato concreto e simbolicamente cruciale, la riduzione delle tasse.
Da qui le seguenti iniziative: la designazione dell’attuale Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a capo della Segreteria del partito, il nuovo organo esecutivo del Popolo delle Libertà, ed il vertice di maggioranza per il rilancio dell’azione di governo.

La novità sulla governance del Pdl è stata accolta con diffidenza: a dispetto del prestigio formale della carica, infatti, la leadership del partito continuerà ad essere in mano al Presidente. Non di vera innovazione si tratterebbe, dunque. E tuttavia della necessità di un rinnovamento nel partito si parla ormai apertamente anche all’interno del Pdl dove infatti, per la prima volta, si ventila l’ipotesi di affidare la selezione dei candidati al metodo delle primarie. Insomma, si comincia a ragionare apertamente sull’oltre Berlusconi, non essendo però ancora arrivati al ‘dopo’.

Sul piano dell’azione di governo, intanto, montano le difficoltà tra gli alleati: la Lega insiste con il decentramento dei Ministeri, iniziativa, questa, che appare ai più bizzarra e sostanzialmente inopportuna: una proposta apparentemente avanzata apposta per sollevare problemi al Cavaliere, più che ad alimentare le aspettative della base leghista.
Dall’altra parte, Berlusconi non riesce ad incassare l’ok di Tremonti al taglio delle tasse: i conti non lo permettono, insiste il Ministro dell’Economia all’unisono con la Commissione europea che, proprio in questi giorni, ammonisce l’Italia ad investire un’eventuale disponibilità finanziaria extra nel taglio del debito e nella riduzione della spesa.

È in questo stallo sostanziale che domenica e lunedì gli italiani saranno chiamati ad esprimersi su 4 referendum abrogativi: due sulla privatizzazione della gestione dei servizi idrici, uno sul nucleare, uno sul legittimo impedimento. Perché i referendum siano validi sarà necessario il raggiungimento del quorum del 50%+1 degli aventi diritto. Obiettivo, questo, difficile (ma non impossibile) da raggiungere. Il governo ha promosso l’astensione, rinunciando a difendere la scelta del NO all’abrogazione delle leggi da lui stesso approvate. Questo porta a ritenere che se invece il quorum venisse raggiunto si tratterebbe di una nuova, politicamente significativa, sconfitta di Berlusconi. In tal caso potrebbero aversi conseguenze politiche significative; tra queste l’ipotesi di un nuovo governo tecnico.

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Non è (più) un paese per vecchi

On 31 maggio 2011, in nota politica, by admin

Perde Milano, viene sconfitto a Napoli: per Berlusconi queste elezioni amministrative sono state una débâcle; per la politica italiana, in generale, il probabile avvio di una nuova stagione.

A Milano, dove il centro destra ha governato ininterrottamente negli ultimi 20 anni, vince il candidato della coalizione di centro sinistra, un ex comunista borghese come l’avvocato Giuliano Pisapia, mentre a Napoli, l’imprenditore scelto da Berlusconi per sfidare il centro sinistra, sino ad allora maggioranza in città, viene sonoramente sconfitto dall’ex magistrato, nonché Parlamentare europeo dell’Italia dei Valori, Luigi De Magistris, il politico ‘anti-politico’ che ha promesso di riportare a Napoli la legalità.

Il Pdl comunque viene sconfitto nella quasi totalità delle città dove si sono svolte le elezioni. Al nord però perde anche la Lega. In generale quindi, è la coalizione di governo a risultarne indebolita. Sul fronte opposto tuttavia va registrata la non-vittoria del Pd: né a Napoli né a Milano, infatti, a vincere sono stati i candidati proposti dal principale partito di opposizione, bensì personaggi in qualche modo estranei agli establishment partitici, e comunque riconducibili a partiti appartenenti alle ali estreme dell’opposizione.

La vittoria di Pisapia avrà un forte impatto anche sugli assetti del potere economico non solo della ‘capitale morale’ d’Italia: il nuovo Sindaco potrebbe infatti dar seguito alla proposta avanzata in campagna elettorale e creare una nuova holding pubblica che raggruppi le diverse società partecipate o possedute dal Comune. Tra i potenziali candidati al vertice del nuovo gruppo si fa il nome dell’ex ad di Unicredit, Alessandro Profumo, da sempre vicino al centro-sinistra milanese.

Il cambio al vertice di Palazzo Marino, inoltre, non sarà privo di conseguenze, oltre che per gli organigrammi del management pubblico locale, anche rispetto alla mappa del potere economico privato: la perdita di centralità del blocco economico che ha sostenuto la Moratti potrebbe infatti aprire (o ri-aprire) alcune partite di grande rilievo, come ad esempio quella per Expo 2015.

Se a Milano la prospettiva sembra destinata ad essere quella di una ‘rinascita tranquilla’ della città, a Napoli il nuovo sindaco promette invece una ‘rivoluzione’, una radicale cesura col passato affarista: la strada che l’ex Pm intenderà seguire, ed i blocchi sociali a cui intenderà appoggiarsi per realizzare il prospettato cambiamento, rimangono tuttavia ancora poco decifrabili.

In generale, l’impatto della sconfitta sul governo nazionale non si manifesterà con una immediata rottura della coalizione e, di conseguenza, con una fine anticipata della legislatura. È improbabile tuttavia che Berlusconi riesca ad impartire all’esecutivo una credibile accelerata riformatrice. Lo scenario più realistico sembra pertanto quello prospettato già da alcuni ammiccamenti tra il Pd e la Lega, ovvero un negoziato tra il partito di Bossi e l’opposizione per un piano di governo alternativo finalizzato all’approvazione di una nuova legge elettorale e di una riforma fiscale che permetta di alleggerire le tasse su imprese e famiglie.   Condizione per la realizzabilità del progetto, ovviamente, la sostituzione di Berlusconi nel ruolo di Primo Ministro.

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Vento di cambiamento

On 17 maggio 2011, in nota politica, by admin

48,04% contro 41,58%. Tenete a mente questo dato: è il risultato ottenuto a Milano, rispettivamente, dal candidato della sinistra, Giuliano Pisapia, e dalla ‘moderata’, Letizia Moratti. Per il centro-destra, una débâcle. Per Berlusconi, una umiliazione. Il Presidente del Consiglio, che aveva chiesto di fare di questo voto un referendum su di lui ed il governo, ottiene in risposta la più sonora ed esplicita bocciatura della sua ormai tramontante carriera politica.

Aveva chiesto al ‘suo’ popolo di mandare alla sinistra un segnale inequivocabile della sua inossidabile forza politica: ‘datemi più voti delle 50.000 e passa preferenze rastrellate cinque anni fa’ – aveva detto a Milano nell’ultimo di una serie di comizi a sostegno della candidata Moratti. Ebbene, ne ha ottenute meno di 30.000. Un segnale “inequivocabile”, appunto.

Non è stata vittoria al primo turno – come assicurato dal Presidente del Consiglio nonché capolista Pdl a Milano – ma ballottaggio tanto nel capoluogo lombardo quanto a Napoli. A dispetto del risultato finale che conosceremo solo tra due settimane, il dato politico del voto espresso nella berlusconia del nord e nella capitale internazionale della monnezza può dirsi ormai tratto: aldilà di ogni ragionevole dubbio, Berlusconi ha perso.

Come ha perso la sua sfida politico-culturale il Terzo polo: a Milano ottiene poco più del 5%, nonostante il dignitoso candidato ex pidiellino, Manfredi Palmeri. Un risultato che condanna l’avventura terzista di finiani e centristi alla probabile dissoluzione, e non solo al Nord: l’atteso esperimento di Latina dove Fli appoggiava la lista fascio-comunista guidata dallo scrittore Pennacchi, a dispetto della grande visibilità mediatica, ha ottenuto un umiliante 1%. Solo a Napoli il candidato terzista, l’ex rettore Pasquino, ottiene un consenso tale da mantenerlo ancora in pista per il ballottaggio: il 9%. Un tesoretto di voti spiegabile probabilmente  più che con la mobilitazione dell’elettorato d’opinione con la convergenza del voto organizzato dai ‘grandi elettori’ del capoluogo partenopeo, ovvero il neo-centrista De Mita ed il futurista Bocchino.

È improbabile che a Napoli come a Milano finiani e centristi possano concordare sulla linea da adottare al secondo turno: di certo, ad esempio, Casini non potrà dare il proprio appoggio all’ex Pm De Magistris né al proto-comunista Giuliano Pisapia mentre è difficile credere che il partito del falco anti-berlusconiano Bocchino possa finire con l’abbracciare proprio nella sua Napoli il candidato berlusconiano, Gianni Lettieri, che oltretutto, il rais pidiellino locale, il controverso Nicola Cosentino, ha già ammantato della sua bandiera, ed analogamente è improbabile che almeno il vertice nazionale di Fli possa accettare a Milano un eventuale accordo con la Moratti rinunciando così a realizzare la tanto attesa svolta anti-berlusconiana.

Da Milano, tuttavia, vengono anche altri segnali: la Lega non sfonda, anzi perde significativamente rispetto alle regionali del 2010 mentre il Pd ottiene un consenso sorprendente – primo partito, a pari merito col Pdl – probabilmente spiegabile con l’effetto-traino innescato dal candidato Pisapia.

Altro segnale peculiare, la sconfitta degli establishment partitici partenopei: il Pd messo fuori gioco dall’alternativa populistico-forcaiola di Luigi De Magistris ed il Pdl che, a dispetto del sostegno incassato dal candidato Lettieri dai maggiorenti di quello che fu il potere bassoliniano  non vince né con-vince. Il ballottaggio potrebbe adesso consegnare il candidato berlusconiano alla più umiliante delle sconfitte, qualora – come pare probabile – i voti del Pd andranno all’ex Pm, il candidato che promette di “ripulire” una Napoli che di pulizia – simbolica e materiale – ha quanto mai bisogno.

Meno significativi sul piano simbolico, ma non per questo meno sostanziali rispetto a quello politico, i dati elettorali di Torino e Bologna. In nome della continuità con la ‘buona amministrazione’ di Sergio Chiamparino, la vittoria al primo turno del compagno di partito Piero Fassino che eredita una Torino vivificata dal neo-rinascimento cultural-economico realizzato dalla giunta riformatrice del sindaco ex comunista.

Meno inequivocabile la vittoria – di un soffio – del candidato del Pd a Bologna dove, se il candidato della Lega, appoggiato dal Pdl, ottiene poco più del 30%, la vera sorpresa è rappresentata dal Movimento 5 stelle del comico anti-partitocratico Beppe Grillo, che conquista quasi il 10% dei consensi.

Che considerazioni ‘a caldo’ trarre? Ebbene, che spira vento di cambiamento in tutta la penisola. Un vento che potrebbe spazzare via qualcosa di più strutturale e profondo che il semplice ‘potere berlusconiano’: una brezza che sembra infatti soffiare sull’intero establishment politico che ha contribuito a fondare, quindi a rendere così viziosamente inconcludente, la Seconda Repubblica che, nata sull’onda della rivoluzione anti-tangentara, ha finito con il perire sotto l’asfittico peso della corruzione, del conservatorismo, della semi guerra civile.

Queste elezioni, insomma, a dispetto delle peculiarità locali, sembrano segnalare l’esistenza di movimenti della società italiana destinati a modificare nel profondo mappa e natura del potere politico nazionale. Non avverrà domani. Ma il processo è innescato.

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La vicenda Thyssen ha inaugurato ed accompagnato la polemica politico-confindustriale per buona parte della settimana, sino alla temporanea (?) chiusura del caso decretata dalle scuse ufficiali del direttore generale di Confindustria, Gianpaolo Galli, per l’applauso riservato, alle assise di Bergamo, all’ad di ThyssenKrupp, Harald Espenhahn. Un applauso frainteso, quello degli industriali, e soprattutto mal comunicato: le polemiche che ne sono derivate, tuttavia, anche in virtù dell’opportunistica indignazione mediaticamente veicolata da politici (di ogni schieramento), opinionisti (di ogni testata) e sindacati, hanno costretto gli industriali, a cominciare dalla Presidente Marcegaglia, a innescare la retromarcia e prendere le distanze persino da se stessi, ovvero dalla legittima preoccupazione di manager ed imprenditori per le conseguenze della sentenza “esemplare” comminata all’amministratore delegato del gruppo tedesco: 16 anni e mezzo per omicidio volontario con dolo eventuale – caso unico in Europa. Un caso, dunque, che sarebbe stato opportuno affrontare con serietà d’argomenti e serenità d’animo, ma così, per il momento almeno, non è stato.

Da notare: il primo a linciare mediaticamente Marcegaglia è stato il leghista Roberto Calderoli (Ministro per la Semplificazione), seguito in rapida ed incalzante successione prima dai dipietristi, poi da autorevoli esponenti del governo, come i ministri Romani e Sacconi, quindi dal Pd. Insomma, da tutti. Unanime nella riprovazione anche la stampa mainstream, che ha condannato l’applauso a prescindere dalle circostanze e dalle ragioni che l’hanno innescato.

Giustizia. Il Premier alza i toni: l’occasione gli viene offerta dall’ormai consueto appuntamento del lunedì al tribunale di Milano dove si svolgono i tre processi che lo vedono coinvolto. Dopo l’udienza per la vicenda Mediatrade della scorsa settimana (che vede Berlusconi accusato di frode fiscale e appropriazione indebita), e quella della settimana precedente per il caso Ruby (sfruttamento della prostituzione minorile e concussione, il capo d’imputazione per il Capo del Governo), questa volta il Cavaliere ha dovuto affrontare il processo Mills, nel quale è imputato per corruzione, sebbene i tempi stringano ed è praticamente ormai certa la prescrizione. Il processo si svolge a porte chiuse ma il suo show, Berlusconi, lo fa fuori dal tribunale: la magistratura è un cancro – dice più o meno testualmente – così innescando la inevitabile sequela di reazioni politico-istituzionali. La replica più ‘sensibile’ è quella del Presidente della Repubblica: Giorgio Napolitano reagisce con una difesa incondizionata della istituzione giudiziaria, e lo fa proprio nel giorno in cui, mentre il Premier va a processo, a Milano si commemora la memoria dei giudici uccisi dal terrorismo brigatista degli Anni 70.

Si determina insomma una frattura istituzionale, tra il Capo del Governo ed il Capo dello Stato. Ed a raccoglierne (e capitalizzarne politicamente) i cocci è il leder della Lega, Umberto Bossi, che in uno slancio di inconsueta morigeratezza si precipita a prendere le distanze dall’alleato di governo per sposare in pieno la posizione “saggia” ed istituzionalmente responsabile del Quirinale. L’asse con Napolitano è per Bossi un ponte con la sponda politica del ‘dopo’ – il dopo Berlusconi, ovviamente – di cui si è già avuto un assaggio nel corso della campagna elettorale per le amministrative che si svolgeranno domenica e lunedì.

Prove tattiche di mani libere – le si potrebbe definire: la Lega ha marcato le distanze dal Cavaliere, sia rispetto agli ‘eccessi’ da questo compiuti sia rispetto alle candidature di punta del Pdl, come quella della Moratti a Milano. Vera e propria competizione aperta, invece, a Gallarate, importante comune in provincia di Varese, dove Lega e Pdl corrono appunto con due candidati diversi.

Le amministrative tengono banco sino alla fine, con un progressivo inasprimento dei toni. L’acme si raggiunge mercoledì con il faccia a faccia televisivo (su Sky Tg) tra i due principali sfidanti per il Comune di Milano: nell’ultimo minuto utile, Moratti lancia un’accusa incredibile all’avvocato Pisapia: è stato condannato per il furto di un’auto usata dai terroristi per commettere un attentato. È falso. L’episodio al quale il sindaco uscente fa riferimento risale al 1978, quando il candidato sindaco di centro sinistra frequentava  ambienti estremisti. Per quel fatto, tuttavia, Pisapia viene assolto nel 1986 ‘perché il fatto non sussiste’. La vicenda scatena indignazione per Moratti e solidarietà per Pisapia. Ma la ‘moderata’ Moratti non si perde d’animo e, con il conforto di Berlusconi, rincara la dose: Pisapia – insiste – è stato amico di terroristi quindi non può essere una persona moderata. Il Premier le dà ragione: Pisapia ha l’appoggio dei centri sociali che sono violenti ed estremisti – dice – dunque Moratti ha fatto bene a sottolinearlo. Non resta che attendere lunedì, quando sarà noto l’esito delle urne, per verificare gli effetti sull’elettorato milanese di questo paradossale j’accuse scagliato dal ‘garantista’ Berlusconi contro l’innocente Pisapia.

Tra gli altri fatti politicamente significativi, l’ok della cancelliera tedesca, Angela Merkel, alla nomina di Mario Draghi  alla Bce. Puntuale il toto-successore: chi prenderà il posto dell’attuale governatore alla guida della Banca d’Italia? Il preferito del Ministro Tremonti è l’attuale Direttore generale del Ministero, Vittorio Grilli, mentre Draghi punterebbe a Fabrizio Saccomanni, che rappresenta Banca d’Italia presso la Banca per la ricostruzione che ha sede a  Londra. Ma c’è anche l’ipotesi Bini Smaghi che, in conseguenza dell’ingresso nel board europeo dell’italiano Draghi, dovrebbe lasciare il posto alla Bce a vantaggio di un francese. Vedremo. Sulla poltrona più alta di Palazzo Koch si gioca una partita importante per i futuri asset del potere italiano…forse persino più importante dell’imminente referendum politico su Silvio Berlusconi.

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Una cosa l’abbiamo capita: alla fantasia non c’è limite. In barba a tutti i diktat della vecchia politica, perché siamo sicuri che i partiti di un tempo sarebbero inorriditi dinanzi ad immagini simili, la sfida per le Amministrative 2011 si gioca sull’originalità dei manifesti. L’immagine è tutto, ma in un senso completamente diverso da com’era stato considerato finora: l’importante è stupire, e perché no, divertire. Lo sa bene Paolo Farina, candidato al consiglio comunale di Caserta in lista con l’Udc con il pallino dell’ecologia “con il verde in testa”: e infatti se l’è messo davvero in testa, grazie al Photoshop che sul capo, al posto dei capelli (assenti) gli ha creato una natura lussureggiante e rigogliosa, con tanto di nuvolette tutt’intorno, foglie svolazzanti, cielo azzurro sopra di lui e un paio di volatili. Immaginifico.

Sempre in Campania, ma a Nocera Inferiore, non si illudono gli elettori con false promesse: “Non vi promettiamo di portare il mare a Nocera… Ma sicuramente tutto il nostro impegno!”, assicura Andrea Lupi, candidato Pdl, che per ribadire il concetto si mostra a braccia conserte e sole negli occhi con mare e spiaggia dietro di lui. Emanuele Francalanza, candidato a Ragusa già segnalato ieri, ci riprova con la rima baciata con due nuovi manifesti, segnalati ancora sulla pagina Facebook di Running, società di formazione e comunicazione politica.Dice Francalanza, chi ha seminato con lungimiranza raccoglie in abbondanza, dice in una vignetta in cui guida, in formato cartoon (tranne per l’ovale del viso) un trattore blu Pdl, mentre in un’altra guida un’auto azzurra e dice “Fermi tutti!!! Son tornato, sempre Pdl tesserato. Sentivate la mia mancanza? Bene, allora votate Francalanza!”. A Napoli il candidato Pd Francesco Nicodemo gioca con le parole e, forse alludendo ai disastri democratici all’ombra del Vesuvio,  in ultimo le primarie, dice tagliente: “paNICO DEMOcratico”. Sempre a Napoli, citazione colta per il futurista finiano Piero Cafasso che rimanda ai futuristi “originali” usando come immagine per il manifesto il quadro “Visioni simultanee” di Umberto Boccioni.  Un po’ più giù, precisamente a Salerno, Roberto Viscido, candidato nella lista Campania Libera a sostegno del Pd De Luca, vuol rassicurare gli elettori che si impegnerà per la città: e infatti si fa fotografare per il manifesto concentratissimo in una conversazione al cellulare. Ma Viscido, oltre alla politica, ha pure la passione per il cinema: e infatti dietro di lui ci sono immagini della felliniana “La dolce vita”. La chicca, poi, è la versione graphic novel, stessa foto ma in bianco e nero: davvero da cultori del genere.  Carlo Zaramella, candidato sindaco Pdl ad Este, punta sul gioco di parole per lo slogan “Este mi sta a cuore. Giacinto Marra detto Giangi, candidato a sindaco di Torino con Azzurri Italiani, ci riprova: dopo Scopiamo? … Via la vecchia politica avverte “Non sbagliare, fai centro”, dove la “o” è un bersaglio con freccetta a segno, e inaugura una serie di doppi sensi sulle “palle”, conPer cambiare… Chi le ha? , e foto in cui regge nelle mani due sfere con il simbolo della lista, immagine che usa pure per gli slogan Per cambiare bisogna averle” e Politicamente equilibrato”. La fantasia sarà premiata? Il giudizio agli elettori.

È online il nuovo sito Running

On 29 gennaio 2009, in Formazione, Lobbying, Reti, Running, by Stefano Ragugini

Running ha rinnovato la propria presenza in rete, ristrutturando il proprio sito aziendale a partire  dall’idea di confronto e partecipazione.

È per questo che oltre alle informazioni sui servizi offerti, progetti e  attività in cui Running è coinvolta, la home page del sito è costruita intorno ad un blog, nel tentativo di creare un dibattito condiviso sui temi relativi alla comunicazione e alla politica.

Leadership e community building: Running si occupa di leader e di comunità, nodi cruciali di ogni processo collettivo e relazionale. Sono due elementi simbiotici: non si dà l’uno senza l’altro. In politica, dentro un’azienda o in una associazione il rapporto tra leader e comunità determina il clima e di conseguenza il successo di un’organizzazione. Le evoluzioni della leadership e delle comunità sono oggetto dell’interesse primario di Running. E dal momento che leader non si nasce ma si diventa e che le comunità hanno bisogno di essere governate, Running ha l’obiettivo di costruire percorsi strategici orientati alla formazione delle leadership e al buon governo delle comunità.

Enjoy!

www.runningonline.it

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