I ballottaggi di Milano e Napoli monopolizzano la ribalta politica della settimana appena trascorsa.
A Milano, il sindaco uscente, Letizia Moratti, sconfitta al primo turno dal candidato della sinistra Giuliano Pisapia, promette misure cattura-consenso last minute: l’abolizione di Ecopass – la congestion charge introdotta dalla sua stessa amministrazione ad inizio mandato – ed il condono delle multe automobilistiche. La candidata di centro-destra, tuttavia, pare ormai destinata alla sconfitta. Questa oltretutto la percezione anche all’interno del suo entourage: lo stesso Presidente Berlusconi, ospite mercoledì di Porta a Porta, ammette la possibilità di una sconfitta (anche a Napoli), attribuendone tuttavia la responsabilità alla debolezza dei candidati.
La Lega intanto mette sul piatto una fiche sino ad ora inedita: il trasferimento dei ministeri economici da Roma al Nord. Inizialmente appare una boutade (l’elettorato padano, più che una simbolica opportunità di lavoro pubblico è tradizionalmente più sensibile a politiche economiche filo- nordiste). A dispetto delle reazioni contrarie dell’intero Pdl, tuttavia, Bossi e Calderoli non mollano il tiro, anzi rilanciano, ventilando addirittura un progetto per il decentramento della Presidenza della Repubblica.
Cosa si nasconde dietro la strategia leghista? È possibile che dietro la improvvisa battaglia per la ‘padanizzazione’ dei ministeri vi sia in realtà un obiettivo politico immediato: aumentare la posta nella negoziazione con Berlusconi. Non è un mistero infatti che la Lega dia il Presidente del Consiglio prossimo all’uscita di scena. In questa fase dunque l’appoggio leghista al governo assume un peso politico cruciale. Porre a Berlusconi richieste sostanzialmente irricevibili serve dunque a mettere il leader del Pdl nell’angolo, o meglio: nelle mani, appunto, dell’alleato-competitor leghista.
La sconfitta del Pdl comunque sembra ormai lo scenario più probabile anche a Napoli dove il candidato dell’Idv, Luigi De Magistris, ha saputo tenere sino all’ultimo l’immagine di candidato della ‘svolta partenopea’, incassando endorsement tanto significativi quanto inattesi: tra questi, anche quello dell’ex Presidente di Confindustria, il napoletano già berlusconiano Antonio D’Amato.
Anche a Napoli, come a Milano, la campagna elettorale è stata scandita da toni sopra le righe e persino da episodi di violenza, come il rogo divampato nella notte di venerdì nella sede del comitato elettorale del candidato del Pdl, Lettieri.
Tra le altre notizie significative per la politica italiana segnaliamo il negative outlook di Standard & Poor’s sul credito sovrano del nostro paese. Pur confermando il merito di credito l’agenzia di rating prevede per l’Italia un rischio deterioramento di breve-medio termine riconducibile all’instabilità politica.
Ha destato sconcerto generale, infine, il ‘colloquio informale’ del Presidente del Consiglio italiano con il Presidente Barack Obama, durante il G8 di Deauville. La democrazia italiana – ha spiegato Berlusconi al Presidente Usa in uno scambio di battute off the records (carpito dalle telecamere ed immediatamente rimbalzato sul web) – è ostaggio dei giudici di sinistra.
Unanime la disapprovazione in Italia per la sì poco istituzionale e lucida esternazione del Capo del Governo in un consesso internazionale.
Come è possibile che il presidente di un paese impegnato in due guerre riceva il premio Nobel per la pace dopo appena 10 mesi dall’entrata in entrata in carica e senza alcun risultato di rilievo all’attivo?
Credo che la ragione risieda nella campagna presidenziale democratica del 2008 e che questo premio sancisca definitivamente il secondo dei suoi due capolavori. Il primo è ovvio, ha eletto un senatore senza esperienza e senza record. Il secondo è quello che viene a mio parere riconosciuto inconsapevolmente dal premio Nobel. Ha risanato l’immagine degli USA nel mondo, dopo 8 anni di ritorno in auge delle accuse di imperialismo yankee. Ovunque, in modo particolare nei paesi in via di sviluppo. Anche da noi, da subito, grande entusiasmo, ricerca dell’Obama italiano, riflessioni sulla selezione della classe dirigente etc etc.
Nei 10 mesi successivi nessun significativo cambiamento di politica estera è stato completato e nessun significativo risultato di pace è stato conseguito, è evidente. Eppure è arrivato il Nobel. Ricordiamoci del comizio davanti a una folla da concerto rock a Berlino, nel cuore della campagna elettorale. Nelle democrazie la distinzione tra politica interna e politica estera è spesso inadeguata. Questo Nobel, meritato o no, sancisce un capolavoro di comunicazione che ha giocato da subito su entrambe i tavoli, sbancandoli entrambe. Scusate se è poco.
Scia, cornice, scommessa: ogni fatto è interpretato per capire qual è il futuro della politica italiana.
L’idea è che “capire significa poter agire”. La politica, allora, diventa facile e divertente.
In poche parole: buona lettura!









