L’agenda “segreta” del lobbista (49)

On 9 giugno 2015, in Lobbying, public affairs, by Francesca Pucci

Quello che succede nelle Istituzioni e non avete il coraggio di chiedere…

Tagged with:  

D: Si occupa da anni del tema “rappresentanza degli interessi”, per lei, cosa significa svolgere attività di lobbying?

R: Fare lobbying significa, rappresentare la voce e la qualità di interessi particolari dentro al quadro di un sistema politico. Il sistema della politica, per funzione propria, è rivolto al perseguimento dell’interesse generale. Fare lobbying significa individuare i temi, i processi e i punti di snodo in cui interessi particolari e interesse generale si incontrano; iscrivere questi passaggi nell’agenda collettiva della politica, generando un clima di consenso; finalizzare l’assunzione di provvedimenti orientati nella direzione della tutela e promozione degli interessi particolari, laddove essi siano inseriti in un contesto generale di promozione dell’interesse generale. In questo senso, è possibile parlare di attività di lobbying ogni volta che ci si trovi di fronte a soggetti collettivi riuniti attorno ad un interesse particolare economico, ma anche sociale o territoriale, che si relazionano con il sistema politico-istituzionale, segnalando al decisore collettivo la natura e la qualità degli interessi rappresentati

D: Da tempo si parla di regolamentare tale attività, cosa ne pensa a riguardo?

R: Dopo molto tempo speso a parlare della necessità di regolamentare il lobbying, è giunto il momento di interrogarsi sul modello di regolazione più efficace per il sistema italiano. Il sistema statunitense dispiega la sua efficacia in quanto è basato su una descrizione realistica del ruolo e delle dinamiche dei soggetti del lobbying e degli attori della politica; è coerente con il modello di cultura politica, per usare l’espressione dei politologi Almond e Verba. In questo sta la chiave della sua efficacia, che non può essere intesa come “esportazione” di un modello.
Per giungere ad un modello di regolazione del lobbying adeguato anche in Italia si dovrebbe prendere in considerazione in modo serio sia la configurazione dei soggetti collettivi che operano nella rappresentanza degli interessi, sia la cultura politica ed istituzionale italiana e scrivere delle norme partendo da essi. Pensare ad un modello che ponga norme in modo coerente con questi soggetti, endogeni al sistema e alla cultura politica, è l’unica via per ottenere una regolazione efficace.

D: Riprendendo il titolo del suo libro “Lobbying e terzo settore. Un binomio possibile?”, Lei crede che terzo settore e lobbying possano essere un binomio possibile? Pensa che possa rappresentare un nuovo ambito lavorativo?

R: Dal Censimento ISTAT 2011 il Terzo Settore emerge come una delle realtà più dinamiche e del sistema italiano, con una pluralità di soggetti, dal non-profit puro delle organizzazioni di volontariato ad attori collettivi più orientati al mercato, come imprese sociali, cooperative sociali e fondazioni di erogazione.
La natura duale del Terzo Settore, né Stato né mercato, non pone certo questo comparto al di fuori o al di sopra degli effetti dell’azione politica: per questo i soggetti del Terzo Settore si sono sempre più spesso attivati per relazionarsi con i soggetti collettivi che assumevano decisioni nelle specifiche materie di attività. Di recente, l’esecutivo Renzi ha avviato una più ampia serie di riforme di sistema, con il Disegno di legge delega presentato lo scorso 6 agosto.
Il Terzo Settore manifesta una crescente esigenza di confrontarsi con il sistema politico, non solo e non tanto per rappresentare gli interessi delle organizzazioni che operano nel sociale, ma anche di tutti i cittadini che fruiscono dei servizi prestati da tali attori collettivi.

D: Che tipo di conoscenze e competenze è necessario avere per fare lobbying per i soggetti del terzo settore?

R: Il mondo del Terzo Settore è una realtà particolarmente articolata, caratterizzata da soggettività diverse, i cui interessi non coincidono necessariamente. Una buona competenza sulle tipologie di organizzazioni attive nel Terzo Settore, alle relative norme e alla qualità e direzione degli interventi, già realizzati nei confronti del sistema politico, risulta decisiva. Ritengo sia poi importante avere una discreta conoscenza delle aree e degli ambiti di intervento delle organizzazioni di privato sociale, tanto a livello regionale quanto a livello locale, e delle relative attività di relazione con istituzioni come l’Ente locale o la Regione, specialmente in materia di fornitura di servizi di welfare.

D: Pensa che la formazione sia un asset importante per preparare persone competenti su un settore dove purtroppo ancora regna l’improvvisazione?

R: Credo che la formazione sia l’elemento cruciale per il superamento della concezione del lobbista come faccendiere. Il lobbista è un professionista dotato di competenze multiple e interconnesse, che spaziano dalla capacità di scrivere un testo legislativo corretto ed efficace al corretto impiego delle leve della comunicazione persuasiva sui decisori collettivi, dalla abilità relazionale e strategica, alla conoscenza delle tecniche di creazione del consenso, anche tramite i nuovi media. Queste competenze si apprendono con la formazione, costituiscono il vero patrimonio immateriale del lobbista e sono insostituibili per fare la differenza rispetto a chi non ha avuto l’occasione e il metodo per apprenderle.
D: Quanto conta il network relazionale e quanto la conoscenza delle tematiche?
R: A mio avviso, la conoscenza delle tematiche è il vero valore aggiunto che un buon lobbista può apportare al processo decisionale. I network relazionali sono significativi, ma non hanno il medesimo valore, soprattutto in un contesto politico in cui organizzazioni e leadership sono soggetti ad un turnover molto rapido e di non sempre chiara leggibilità.

D: L’utilizzo dei mezzi di comunicazione è sempre più uno strumento necessario alla creazione del consenso. Pensa che si esso possa configurare un supporto all’attività di lobbying diretto?

R: L’impiego del sistema mediale è un supporto molto efficace tanto per chi pratica in prevalenza lobbying diretto, come i portatori di interessi già ben inseriti nel sistema politico, quanto per i portatori di interessi nuovi e ancora non accreditati. In questo secondo caso, il lobbying indiretto trova nel sistema dei mass media, tradizionali e digitali, il canale di accesso prioritario per l’iscrizione del proprio interesse nell’agenda della politica. Un uso capace dei mass media è in grado di creare la risorsa di cui la politica non può fare a meno nell’era della comunicazione pervasiva: il consenso dell’opinione pubblica. In questo senso, nessuna azione di lobbying può dirsi completa senza una media strategy.

Maria Cristina Antonucci (@CristinaAntonu) è ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e insegna Sviluppo locale ed economia sociale all’Università Roma TRE. Tra le sue pubblicazioni recenti: Rappresentanza degli interessi oggi (Carocci, 2012) Lobbying e Terzo Settore (Nuova Cultura, 2014) e Un anno di lobby (Amazon, 2014).

Tagged with:  

“Nella vulgata comune il lobbista è ancora sinonimo di intrallazzo. L’iconografia lo dipinge come un maneggione in blazer, come l’uomo nero che smista mazzette per velocizzare una pratica o spingere un emendamento”, così recita la prima pagina de l’Espresso del 24 ottobre scorso.
Quando la stampa nazionale ci descrive le lobby come potenti, condizionanti e, in alcuni casi, un ostacolo alla politica, risulta naturale avere una percezione negativa di tale fenomeno.
2600 gruppi di pressione, 100 studi legali, 150 società di consulenza attive a Bruxelles: queste cifre fanno pensare a molti che i lobbisti siano ‘sentinelle del profitto’ e che stiano addirittura sostituendo il Parlamento.
Ma chi è esattamente il lobbista? Il professor Pier Luigi Petrillo, professore associato di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, ci dice che le lobby sono legittime espressioni di una società multiforme e che rappresentano il naturale sviluppo delle democrazie industriali. Si tratta, traducendo le sue parole, di professionisti che si affiancano alla legislazione nella rappresentanza di interessi legittimi.
Il rapporto tra lobbista e decisore è un rapporto a due: il professionista porta all’attenzione del proprio interlocutore una tematica rilevante in modo trasparente, dimostra di avere competenze specifiche in materia e cerca di influenzarlo nella direzione ‘giusta’.
Difendere interessi particolari nell’ambito dell’interesse generale del Paese disponendo di un’approfondita conoscenza giuridico-economica e dei fenomeni politici: questo è il ‘mestiere del lobbista’.
Tale professione è, pertanto, molto complessa: va dal monitoraggio istituzionale all’incontro con i decisori pubblici e privati, dall’analisi degli emendamenti all’attività di media relations.
Per questo motivo, Running, in collaborazione con Reti QuickTop, propone la XXVI edizione del corso “Comunicazione, lobby e politica che, anche quest’anno, si avvale della speciale partecipazione di docenti appartenenti al mondo accademico e delle istituzioni. Inoltre, valore aggiunto sarà conferito dal contributo scientifico dell’Università internazionale di Roma UNINT, dalla partnership con Agol (Associazione giovani opinion leader), Formiche (testata quotidiana online), e Il Rottamatore (aggregatore di 6 blog che analizzano il punto di vista di chi vuole cambiare l’Italia: dalla politica alla burocrazia).
60 ore in formula weekend, due moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, economico e di public affairs, secondo un’impronta pratica conferita da case histories e laboratori di monitoraggio legislativo e drafting. Non da ultimo, saranno trasferite conoscenze utili ai fini dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione quali strumenti necessari alla creazione del consenso.
Dal 28 novembre al 14 febbraio verrà quindi data l’opportunità ad un massimo di 20 persone, selezionate tra laureati o laureandi in materie giuridico-politiche, economiche o di comunicazione, manager di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici, di apprendere e fare propri gli strumenti del lobbista in un ambiente dinamico e stimolante.

Antonella Del Prete
@AdpDelprete

A maggior gloria della difficile posizione e opera dei 10 saggi indicati da Giorgio Napolitano, va riconosciuto che il problema del rapporto tra lobbying e politica non aveva mai avuto un richiamo  e una attenzione così alti.

Tra i lasciti meno contestati del governo Monti c’è stato il lavoro del Ministro Catania e del suo staff per indicare un metodo e un approccio al tema del dialogo con gli interessi e al rendere pubblica l’attività di lobbying. Un lavoro culminato con l’istituzione di un albo dei lobbisti e l’indicazione di una procedura affinché il processo di decision making e di elaborazione delle proposte dell’esecutivo, in in capo a una unità per la trasparenza, sia svolto  alla luce del sole e con obbligo di risposta da parte della pubblica amministrazione. Una novità concretizzatasi in modo semplice, diretto e senza ricorrere ad un complesso iter legislativo. Il resto della Pubblica Amministrazione può rapidamente dare seguito a questo esempio.

D’altro canto, dopo la introduzione del reato di traffico di influenze c’è anche il rischio che qualsiasi interazione tra pubblico e privato susciti il dubbio se non l’indagine. Avere una legittimazione chiara, che esclude dall’illecito il lavoro di rappresentanza svolto in modo professionale, riconoscibile e trasparente aiuta a chiarire possibili equivoci. La portata del punto sollevato è ben delineata da un articolo del Prof. Pierluigi Petrillo (tra gli artefici della esperienza MIPAF) su Formiche.net

E’ giusto però raccogliere anche una raccomandazione che neppure la notazione dei saggi include a pieno: il decisore pubblico deve vedersi investito anche da obblighi strutturati di interazione e trasparenza, oltre che da chiare regole in tema di conflitto di interessi come il divieto di “revolving door” (sollevato anche dal gruppo riunito da Vedrò).

Lo richiedono l’abissale distanza tra politica e cittadini, la debole esperienza del governo tecnico, spesso in difficoltà non solo dal lato del curioso rapporto con la politica, ma anche dal lato del rapporto con la società. Oggi (se ne discute a proposito di riforma dei partiti) le competenze sono diffuse nella società, non c’è decisione senza partecipazione dei cittadini e senza sperimentazione.

Ecco perché, a proposito di lobbying, dovrebbero servire più azioni e provvedimenti. Personalmente penso ad una Iniziativa istituzionale “Per la trasparenza, l’attività di lobbying”. Traduciamo in fatti, in atti semplici, non necessariamente legislativi, tutte quelle pratiche come: Open Data, Open Government e Open democracy. Non solo l’attività di lobbying deve essere chiarita ed esplicitata, ma lo stesso deve essere fatto per quella di consultazione e costruzione di politiche (dal debàt public sulle opere infrastrutturali alle elaborazione di proposte di legge). Con la messa on line del processo di elaborazione, e con l’obbligo di dare risposte da parte della PA ai suggerimenti e rilievi degli interessi organizzati e dei cittadini. Un modo per uscire dalla sfiducia verso la politica, dalla identificazione tra interessi e corruzione, dalla generalizzazione dei no e dei nimby o dalla mancanza di responsabilità.

Non è ora di staccare la spina

On 28 marzo 2013, in Energia, Infrastrutture, by Martina Colasante

Novità poco entusiasmanti per l’Italia in politica estera. In un momento di forte incertezza politica, aggravata dalla vicenda dei marò e dalle successive e inattese dimissioni del ministro degli Esteri Terzi, anche la prima azienda energetica italiana accusa il colpo della nostra scarsa autorevolezza.

Il ministro dell’energia turco Taner Yildiz ha infatti intimato all’ ENI di sospendere le sue attività a Cipro, pena la rottura delle relazioni con la Turchia e la sospensione dei progetti già avviati. L’esercito turco occupa dal 1983 la parte nord est dell’Isola, la Repubblica Turca di Cipro Nord, e Ankara non ha mai digerito le esplorazioni energetiche a largo di Cipro.
Se le risorse di Cipro, ancora tutte da verificare, interessano il Cane a sei zampe, che ha da poco ottenuto le licenze esplorative per tre blocchi offshore, non si può dire lo stesso per gli investimenti turchi. Tra questi, infatti, il gasdotto Samsun Ceyhan si rivelerà indispensabile – a detta del CEO Scaroni – solo nel caso in cui l’attraversamento del Bosforo con le petroliere diventasse troppo costoso. Gli altri progetti prevedono una partecipazione marginale di ENI e solo per brevi tratte. Inoltre, trattandosi dei gasdotti Blue Stream e South Stream, la loro eventuale sospensione comporterebbe una negoziazione con il Cremlino.
Contestualmente, altre vicende sembrano insidiare la sicurezza energetica della nostra penisola: la Libia, che fornisce il 10% del nostro fabbisogno di gas, ha interrotto per qualche giorno le forniture dirette di gas attraverso il gasdotto Greenstream, rivelando le debolezze e le insicurezze di un paese in transizione.
Mentre il Governo Italiano è in difficoltà sullo scacchiere internazionale (e non solo), grandi potenze economiche e politiche stringono accordi commerciali ed energetici. La visita di Xi Jinping in Russia ricostruisce i danneggiati rapporti energetici tra Pechino e Mosca e instaura una collaborazione trentennale a tutto tondo tra le aziende energetiche nazionali. Ormai da tempo Gazprom minacciava di rivolgere le proprie attenzioni verso il mercato asiatico, reagendo alle continue insidie della Commissione Europea e al drastico calo dei consumi europei. L’accordo stipulato prevede un incremento delle esportazioni di gas e petrolio verso Pechino, che trae vantaggio dal calo della domanda europea per ottenere una riduzione dei prezzi e regala Mosca l’ennesima scusa per mantenere invece stabili i prezzi europei. Ormai politica estera, politiche energetiche ed economia sono sempre più integrate. Anche per questo ci vorrebbe un Parlamento in funzione ed un governo pienamente in carica.

Tagged with:  

Comunicazione, lobby e politica: la formazione di Running

On 25 settembre 2012, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Comunicazione, lobby e politica – novembre 2012

src=”http://b.scorecardresearch.com/beacon.js?c1=7&c2=7400849&c3=1&c4=&c5=&c6=”>



Lobby is in the air

On 30 luglio 2012, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Dal blog: ILMONDOPIATTO di Massimo Micucci http://mondopiatto.blogspot.it/2012/07/lobby-is-in-air.html

Si scrive lobby ma si intende ipocrisia. Nuovo tentativo di regolamentare le lobbies stavolta con un disegno di legge del governo. Conterrebbe regole per la identificazione e la trasparenza dei lobbisti, di qualità (ci vuole la laurea in alcune materie), regole contro le ”revolving doors”, cioè la possibilità di passare da un incarico nella PA o nella politica alla rappresentanza di interessi con tanto di sanzioni pecuniarie.. Mi sembra urgente la prima esigenza,  pericolose e ipocrite le altre.

Trasparenza, registri, identificazione. Un bravo ministro di questo governo, Mario Catania ha risolto il problema stabilendo che si deve dichiarare per chi si lavora, ci si iscrive a un registro ed è fatta. Come nell’Unione europea. Perchè non estendere semplicemente questa procedura?

Revolving doors: in un’epoca in cui CEO di banche fanno i ministri, ingegneri diventati imprenditori fanno gli editori, gli imprenditori sono in politica. In un’ epoca in cui avvocati  e giudici parlamentari  fanno gli interessi dei loro colleghi, il problema è se dopo aver esercitato il loro mandato, vanno a rappresentare interessi privati e parziali o se li rappresentano impropriamente durante il mandato?

Ben venga la precisazione di non avere incarichi in contemporanea, ma siamo nel campo del  conflitto di interessi che ha bisogno di regole ferree dal lato di chi decide, non solo  dal lato di chi rappresenta interessi.Altrimenti l’intento è di proteggere da ogni obiezione la nuova casta. Dovremmo fare anche il contrario: chi ha fatto qualunque cosa nel privato non può accedere al pubblico per due anni! Con questa legge conviene eleggersi un parlamentare o un ministro e stiamo a posto.

Veniamo ai titoli di studio. Non ci vuole la laurea nè per fare il ministro nè il parlamentare. Leggo che Arthur Brooks il maître a penser dei Repubblicani USA ha fatto per due anni il suonatore di corno in un’orchestra di Barcellona. Il direttore del MIT Media Lab negli USA, Joi Ito, è un venture capitalist non laureato. In un’epoca in cui sapere specialistico ed educazione informale rispondono ad esigenze di competenza dal futuro imprevedibile, ricorriamo arbitrariamente alle certezze del valore legale del titolo di studio per  escludere dalla professione di lobbista chi non sia laureato in scienze politiche, diritto o, bontà loro, economia. Uno dei più preparati lobbisti d’azienda che io conosca è un ingegnere ed ha anche lavorato nella pubblica amministrazione. A sua volta l’ingegner De Benedetti, oltrechè imprenditore,  è strenuo difensore degli interessi delle sue aziende, cioè è anche uno dei lobbisti più importanti del paese. Se avesse 22 anni non potrebbe esercitare per difetto di titolo di studio. (poi a chi è venuto in mente il limite dei 22 anni ad un 23 enne? nda)

A noi interessa sapere se una legge proposta da De Benedetti o  da Berlusconi trucca il mercato dell’editoria, della tv, della pubblicità. Non la laurea di chi la sostiene. Ci interessa sapere che i parlamentari che la votano abbiano ascoltato tutti i punti di vista. Cioè anche lobbisti che la pensano diversamente. Quanto alle sanzioni è curioso che riguardino solo i lobbisti così definiti a tavolino e non i decisori. Intendiamoci a tutte le latitutidini con qualunque legge ci sono lobby potenti che influenzano la politica, il problema nasce quando la politica lo nasconde, i cittadini non sanno nulla e soprattutto quando il Big Business trucca il mercato e ne altera la libertà.

Trasparenza di interessi, distinzione di ruoli, assunzione di reponsabilità sono la base di una democrazia aperta e debbono consentire un gioco di contrappesi verificabili. Non ci serve una legge teorema: “quel che non si riesce a fare è colpa delle lobbyies” . “Togliete di mezzo gli sporchi lobbisti e tutto funzionerà”. Sulla spending review hanno messo le transenne. Ma ad accalcarsi erano lobbisti di Stato: enti, istituti, fondazioni,  società pubbliche, sindacati e che non vogliono essere cancellati o resi più efficienti. Nessuno ricadrebbe in quell’albo che riguarda solo i privati. I 2000 emendamenti sono stati presentati da parlamentari, confezionati da uffici legislativi in gran parte nella stessa PA  Tutta gente che il tesserino ce l’ha, come ce l’hanno i giornalisti parlamentari. La prova è che alla fine sono più potenti farmacisti, tassisti e notai,  per via di consensi storici  amicali ed esigenze locali, di quanto non lo siano le società farmaceutiche. La politica non funziona perchè ha rapporti scarsi e oscuri con il mondo dell’impresa, perchè non si sa chi rappresenta chi. Già s’è fatto un disastro con il reato di “traffico di influenze” equiparando a trafficanti tutti coloro che hanno relazioni, o le vantano,  indipendentemente dal fatto che l’azione del funzionario pubblico dia luogo o meno ad un “vantaggio indebito con un comportamento improprio”. Per ovviare al pasticcio di una legge (bastava scrivere “esclusi quelli che svolgono attività professionale” nda) si deve fare un’altra legge. Si vuol far credere anche stavolta che il vero nemico è l’interesse privato perchè “disturba il manovratore”, invece lo è quando trucca le regole e distorce il mercato, quando il capitalismo è connivente con lo  statalismo. Al privato si chiede di essere partner dal lato dei costi e delle imposte, ma deve tacere o dire la sua nelle forme preferite dallo stato. Insomma solo se è parte dell’establishment. Il capitalismo degli amici, relazionale. Se lobbies troppo potenti falsificano il libero mercato modificando le regole è male, muore la concorrenza e i suoi vantaggi. Se i politici le subiscono sono imbelli o venduti. Ma se lo stato riduce spese, funzioni e regolamentazioni eccessive, crea giusti contrappesi anche con l’accesso dei cittadini, con la libera e trasparente competizione tra i interessi: questo è maledettamente un bene. Ci sono barriere all’influenza impropria delle lobbies: la trasparenza, gli open data, la partecipazione, ma sopratutto una seria e aggiornata regolamentazione antitrust. Il resto è roba da stato padrone, cui viene da rispondere “Lobbista sarai tu”. Regolate ma fatelo bene.

la nota politica

On 13 luglio 2012, in Senza categoria, by admin

Quadro Interno

Dopo un weekend segnato dall’ennesimo duro scontro tra il premier Mario Monti e il leader degli Industriali Giorgio Squinzi, la settimana ha visto riaccendersi la polemica con i sindacati. La scintilla è stata il discorso del Presidente del Consiglio all’assemblea dell’Abi, durante il quale ha dichiarato che “Le parti sociali devono essere consultate ma devono restare parti, e non soggetti ai quali il potere pubblico dà in outsourcing responsabilità di politica economica”, per poi aggiungere che ”In passato ci sono stati esercizi profondi di concertazione che hanno creato debito perché lo Stato poi interveniva a compensare gli squilibri creati. Esercizi di concertazione che hanno creato i mali contro cui noi combattiamo e a causa dei quali i nostri figli non trovano facilmente lavoro”.  Se nessuna replica è venuta da Confindustria, irata è stata invece la reazione delle sigle confederali, che sono tornate a paventare l’ipotesi di uno sciopero generale per il prossimo settembre.

All’interno dei partiti si è riacceso prepotentemente il dibattito su volti e assetti in campo per le prossime elezioni, dopo l’annuncio di Silvio Berlusconi di volersi ricandidare nel 2013, sconfessando dunque la linea tenuta in questi mesi dal partito di maggioranza, con la nomina del segretario Angelino Alfano, di fatto ora rimesso da parte a vantaggio del Cavaliere, e l’ipotesi di aprire alle primarie.

Novità anche all’interno dell’Esecutivo: il presidente Monti ha lasciato l’interim all’Economia per affidare il ministero di via XX Settembre a Vittorio Grilli, finora suo vice. Con la nomina è coincisa l’istituzione di un comitato per il coordinamento della politica economica e finanziaria, presieduto dal premier, di cui faranno parte i ministri dell’Economia, dello Sviluppo e altri ministri competenti, e alle cui riunioni potrà essere invitato il governatore della Banca d’Italia.

Nel frattempo il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è tornato a incalzare i partiti sulla riforma della legge elettorale, auspicando il raggiungimento di un’intesa “o comunque a un confronto conclusivo nella sede parlamentare”. In risposta al Senato è stato costituito un comitato ristretto con il compito di preparare entro  10 giorni un testo base sul quale le forze politiche possano confrontarsi.

Dentro e fuori dai palazzi istituzionali si continua intanto a discutere della cosiddetta Spending Review, che dovrebbe portare 26 miliardi di risparmi attraverso tagli alla spesa pubblica: l’accusa al Governo che viene mossa da alcuni – come l’Anci e i farmacisti, che hanno già annunciato manifestazioni – è quella d’aver operato tagli lineari e indiscriminati che non tengono in conto le esigenze delle parti interessate.

Da segnalare, infine, la fumata bianca a viale Mazzini: la Commissione di Vigilanza Rai ha dato il via libera alla nomina di Anna Maria Tarantola a presidente dell’azienda, con 31 voti su 40, nessun contrario, una scheda nulla e due bianche. I parlamentari dell’Idv e della Lega non hanno preso parte alla seduta.

Quadro economico

A chiusura di una settimana che ha visto ancora protagonista la discussione sullo spread, con il differenziale Btp-Bund ancora alto nonostante gli sforzi del Governo e l’apertura dell’Europa allo scudo antispread, arriva la batosta da Moody’s, una delle principali agenzie di rating, che declassa il debito sovrano italiano. Titoli di stato giù di due gradini, nel giudizio dell’agenzia, da A3 a Baa2, appena due step sopra il livello “junk”, cioè spazzatura. Una doccia fredda dopo che i risultati positivi dell’asta dei Bot a un anno e a poche ore da quella dei titoli a medio termine prevista venerdì. La “colpa”, secondo Moody’s che ha registrato positivamente le politiche attuate dal Governo, è del rischio di contagio da Grecia e Spagna, e dell’instabilità politica del Paese, man mano che ci si avvicina alla scadenza elettorale. Per questo clima “rischioso”, nonché per la contrazione del Pil del 2% – denunciata in questi giorni anche dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – che all’Italia viene assegnato anche un outlook negativo, ovvero Moody’s prevede il deterioramento delle prospettive economiche nel breve termine»: disoccupazione in aumento e crescita debole.

Quadro Europeo e Internazionale

La due giorni dei ministri europei delle Finanze a Bruxelles, con la riunione prima dell’Eurogruppo durata fino a tarda notte, e poi dell’Ecofin, ha innanzitutto confermato l’intento unitario di attivare il meccanismo anti-spread chiesto dall’Italia, come confermato dal premier Monti in conferenza stampa, così come la  ricapitalizzazione “diretta”’ delle banche con i fondi di salvataggio dell’Eurozona, di interesse soprattutto per la Spagna. Tuttavia mancano ancora i dettagli operativi e soprattutto le modalità d’applicazione dei sue dispositivi: l’Eurogruppo ha già fissato una prossima riunione di lavoro – de visu o in teleconferenza – il 20 luglio.

Tagged with:  

Traffico di influenze illecite: ecco l’emendamento

On 29 maggio 2012, in News, by Stefano Ragugini

Anche a seguito delle notizie emerse e degli interventi ripetuti di molti di noi (caffè con On. Angela Napoli) gli On.li Del Tenno e Bellotti hanno depositato un emendamento che mi sembra ottimo sull’art 346 bis sul traffico di influenze illecite.
L’emendamento riguarda esplicitamente il tema della rappresentanza di interessi e chiarisce il tema della illiceità e recita come segue :

Emendamento all’articolo 13
Al comma 1, lettera r) aggiungere in fine il seguente comma:
“Non è illecita l’attività di mediazione e rappresentanza esercitata in forma professionale, nell’ambito di un rapporto di lavoro autonomo o dipendente, presso istituzioni politiche e amministrazioni pubbliche e finalizzata a perseguire obiettivi leciti per conto di portatori di interessi particolari, che si avvalgono di detta attività esclusivamente al fine di partecipare, attraverso la produzione di documenti di analisi e proposta, al processo di elaborazione delle decisioni pubbliche.”

Fonte

https://www.facebook.com/massimo.micucci?ref=ts