D: Si occupa da anni del tema “rappresentanza degli interessi”, per lei, cosa significa svolgere attività di lobbying?

R: Fare lobbying significa, rappresentare la voce e la qualità di interessi particolari dentro al quadro di un sistema politico. Il sistema della politica, per funzione propria, è rivolto al perseguimento dell’interesse generale. Fare lobbying significa individuare i temi, i processi e i punti di snodo in cui interessi particolari e interesse generale si incontrano; iscrivere questi passaggi nell’agenda collettiva della politica, generando un clima di consenso; finalizzare l’assunzione di provvedimenti orientati nella direzione della tutela e promozione degli interessi particolari, laddove essi siano inseriti in un contesto generale di promozione dell’interesse generale. In questo senso, è possibile parlare di attività di lobbying ogni volta che ci si trovi di fronte a soggetti collettivi riuniti attorno ad un interesse particolare economico, ma anche sociale o territoriale, che si relazionano con il sistema politico-istituzionale, segnalando al decisore collettivo la natura e la qualità degli interessi rappresentati

D: Da tempo si parla di regolamentare tale attività, cosa ne pensa a riguardo?

R: Dopo molto tempo speso a parlare della necessità di regolamentare il lobbying, è giunto il momento di interrogarsi sul modello di regolazione più efficace per il sistema italiano. Il sistema statunitense dispiega la sua efficacia in quanto è basato su una descrizione realistica del ruolo e delle dinamiche dei soggetti del lobbying e degli attori della politica; è coerente con il modello di cultura politica, per usare l’espressione dei politologi Almond e Verba. In questo sta la chiave della sua efficacia, che non può essere intesa come “esportazione” di un modello.
Per giungere ad un modello di regolazione del lobbying adeguato anche in Italia si dovrebbe prendere in considerazione in modo serio sia la configurazione dei soggetti collettivi che operano nella rappresentanza degli interessi, sia la cultura politica ed istituzionale italiana e scrivere delle norme partendo da essi. Pensare ad un modello che ponga norme in modo coerente con questi soggetti, endogeni al sistema e alla cultura politica, è l’unica via per ottenere una regolazione efficace.

D: Riprendendo il titolo del suo libro “Lobbying e terzo settore. Un binomio possibile?”, Lei crede che terzo settore e lobbying possano essere un binomio possibile? Pensa che possa rappresentare un nuovo ambito lavorativo?

R: Dal Censimento ISTAT 2011 il Terzo Settore emerge come una delle realtà più dinamiche e del sistema italiano, con una pluralità di soggetti, dal non-profit puro delle organizzazioni di volontariato ad attori collettivi più orientati al mercato, come imprese sociali, cooperative sociali e fondazioni di erogazione.
La natura duale del Terzo Settore, né Stato né mercato, non pone certo questo comparto al di fuori o al di sopra degli effetti dell’azione politica: per questo i soggetti del Terzo Settore si sono sempre più spesso attivati per relazionarsi con i soggetti collettivi che assumevano decisioni nelle specifiche materie di attività. Di recente, l’esecutivo Renzi ha avviato una più ampia serie di riforme di sistema, con il Disegno di legge delega presentato lo scorso 6 agosto.
Il Terzo Settore manifesta una crescente esigenza di confrontarsi con il sistema politico, non solo e non tanto per rappresentare gli interessi delle organizzazioni che operano nel sociale, ma anche di tutti i cittadini che fruiscono dei servizi prestati da tali attori collettivi.

D: Che tipo di conoscenze e competenze è necessario avere per fare lobbying per i soggetti del terzo settore?

R: Il mondo del Terzo Settore è una realtà particolarmente articolata, caratterizzata da soggettività diverse, i cui interessi non coincidono necessariamente. Una buona competenza sulle tipologie di organizzazioni attive nel Terzo Settore, alle relative norme e alla qualità e direzione degli interventi, già realizzati nei confronti del sistema politico, risulta decisiva. Ritengo sia poi importante avere una discreta conoscenza delle aree e degli ambiti di intervento delle organizzazioni di privato sociale, tanto a livello regionale quanto a livello locale, e delle relative attività di relazione con istituzioni come l’Ente locale o la Regione, specialmente in materia di fornitura di servizi di welfare.

D: Pensa che la formazione sia un asset importante per preparare persone competenti su un settore dove purtroppo ancora regna l’improvvisazione?

R: Credo che la formazione sia l’elemento cruciale per il superamento della concezione del lobbista come faccendiere. Il lobbista è un professionista dotato di competenze multiple e interconnesse, che spaziano dalla capacità di scrivere un testo legislativo corretto ed efficace al corretto impiego delle leve della comunicazione persuasiva sui decisori collettivi, dalla abilità relazionale e strategica, alla conoscenza delle tecniche di creazione del consenso, anche tramite i nuovi media. Queste competenze si apprendono con la formazione, costituiscono il vero patrimonio immateriale del lobbista e sono insostituibili per fare la differenza rispetto a chi non ha avuto l’occasione e il metodo per apprenderle.
D: Quanto conta il network relazionale e quanto la conoscenza delle tematiche?
R: A mio avviso, la conoscenza delle tematiche è il vero valore aggiunto che un buon lobbista può apportare al processo decisionale. I network relazionali sono significativi, ma non hanno il medesimo valore, soprattutto in un contesto politico in cui organizzazioni e leadership sono soggetti ad un turnover molto rapido e di non sempre chiara leggibilità.

D: L’utilizzo dei mezzi di comunicazione è sempre più uno strumento necessario alla creazione del consenso. Pensa che si esso possa configurare un supporto all’attività di lobbying diretto?

R: L’impiego del sistema mediale è un supporto molto efficace tanto per chi pratica in prevalenza lobbying diretto, come i portatori di interessi già ben inseriti nel sistema politico, quanto per i portatori di interessi nuovi e ancora non accreditati. In questo secondo caso, il lobbying indiretto trova nel sistema dei mass media, tradizionali e digitali, il canale di accesso prioritario per l’iscrizione del proprio interesse nell’agenda della politica. Un uso capace dei mass media è in grado di creare la risorsa di cui la politica non può fare a meno nell’era della comunicazione pervasiva: il consenso dell’opinione pubblica. In questo senso, nessuna azione di lobbying può dirsi completa senza una media strategy.

Maria Cristina Antonucci (@CristinaAntonu) è ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e insegna Sviluppo locale ed economia sociale all’Università Roma TRE. Tra le sue pubblicazioni recenti: Rappresentanza degli interessi oggi (Carocci, 2012) Lobbying e Terzo Settore (Nuova Cultura, 2014) e Un anno di lobby (Amazon, 2014).

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