L’agenda “segreta” del lobbista (49)

On 9 giugno 2015, in Lobbying, public affairs, by Francesca Pucci

Quello che succede nelle Istituzioni e non avete il coraggio di chiedere…

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D: Si occupa da anni del tema “rappresentanza degli interessi”, per lei, cosa significa svolgere attività di lobbying?

R: Fare lobbying significa, rappresentare la voce e la qualità di interessi particolari dentro al quadro di un sistema politico. Il sistema della politica, per funzione propria, è rivolto al perseguimento dell’interesse generale. Fare lobbying significa individuare i temi, i processi e i punti di snodo in cui interessi particolari e interesse generale si incontrano; iscrivere questi passaggi nell’agenda collettiva della politica, generando un clima di consenso; finalizzare l’assunzione di provvedimenti orientati nella direzione della tutela e promozione degli interessi particolari, laddove essi siano inseriti in un contesto generale di promozione dell’interesse generale. In questo senso, è possibile parlare di attività di lobbying ogni volta che ci si trovi di fronte a soggetti collettivi riuniti attorno ad un interesse particolare economico, ma anche sociale o territoriale, che si relazionano con il sistema politico-istituzionale, segnalando al decisore collettivo la natura e la qualità degli interessi rappresentati

D: Da tempo si parla di regolamentare tale attività, cosa ne pensa a riguardo?

R: Dopo molto tempo speso a parlare della necessità di regolamentare il lobbying, è giunto il momento di interrogarsi sul modello di regolazione più efficace per il sistema italiano. Il sistema statunitense dispiega la sua efficacia in quanto è basato su una descrizione realistica del ruolo e delle dinamiche dei soggetti del lobbying e degli attori della politica; è coerente con il modello di cultura politica, per usare l’espressione dei politologi Almond e Verba. In questo sta la chiave della sua efficacia, che non può essere intesa come “esportazione” di un modello.
Per giungere ad un modello di regolazione del lobbying adeguato anche in Italia si dovrebbe prendere in considerazione in modo serio sia la configurazione dei soggetti collettivi che operano nella rappresentanza degli interessi, sia la cultura politica ed istituzionale italiana e scrivere delle norme partendo da essi. Pensare ad un modello che ponga norme in modo coerente con questi soggetti, endogeni al sistema e alla cultura politica, è l’unica via per ottenere una regolazione efficace.

D: Riprendendo il titolo del suo libro “Lobbying e terzo settore. Un binomio possibile?”, Lei crede che terzo settore e lobbying possano essere un binomio possibile? Pensa che possa rappresentare un nuovo ambito lavorativo?

R: Dal Censimento ISTAT 2011 il Terzo Settore emerge come una delle realtà più dinamiche e del sistema italiano, con una pluralità di soggetti, dal non-profit puro delle organizzazioni di volontariato ad attori collettivi più orientati al mercato, come imprese sociali, cooperative sociali e fondazioni di erogazione.
La natura duale del Terzo Settore, né Stato né mercato, non pone certo questo comparto al di fuori o al di sopra degli effetti dell’azione politica: per questo i soggetti del Terzo Settore si sono sempre più spesso attivati per relazionarsi con i soggetti collettivi che assumevano decisioni nelle specifiche materie di attività. Di recente, l’esecutivo Renzi ha avviato una più ampia serie di riforme di sistema, con il Disegno di legge delega presentato lo scorso 6 agosto.
Il Terzo Settore manifesta una crescente esigenza di confrontarsi con il sistema politico, non solo e non tanto per rappresentare gli interessi delle organizzazioni che operano nel sociale, ma anche di tutti i cittadini che fruiscono dei servizi prestati da tali attori collettivi.

D: Che tipo di conoscenze e competenze è necessario avere per fare lobbying per i soggetti del terzo settore?

R: Il mondo del Terzo Settore è una realtà particolarmente articolata, caratterizzata da soggettività diverse, i cui interessi non coincidono necessariamente. Una buona competenza sulle tipologie di organizzazioni attive nel Terzo Settore, alle relative norme e alla qualità e direzione degli interventi, già realizzati nei confronti del sistema politico, risulta decisiva. Ritengo sia poi importante avere una discreta conoscenza delle aree e degli ambiti di intervento delle organizzazioni di privato sociale, tanto a livello regionale quanto a livello locale, e delle relative attività di relazione con istituzioni come l’Ente locale o la Regione, specialmente in materia di fornitura di servizi di welfare.

D: Pensa che la formazione sia un asset importante per preparare persone competenti su un settore dove purtroppo ancora regna l’improvvisazione?

R: Credo che la formazione sia l’elemento cruciale per il superamento della concezione del lobbista come faccendiere. Il lobbista è un professionista dotato di competenze multiple e interconnesse, che spaziano dalla capacità di scrivere un testo legislativo corretto ed efficace al corretto impiego delle leve della comunicazione persuasiva sui decisori collettivi, dalla abilità relazionale e strategica, alla conoscenza delle tecniche di creazione del consenso, anche tramite i nuovi media. Queste competenze si apprendono con la formazione, costituiscono il vero patrimonio immateriale del lobbista e sono insostituibili per fare la differenza rispetto a chi non ha avuto l’occasione e il metodo per apprenderle.
D: Quanto conta il network relazionale e quanto la conoscenza delle tematiche?
R: A mio avviso, la conoscenza delle tematiche è il vero valore aggiunto che un buon lobbista può apportare al processo decisionale. I network relazionali sono significativi, ma non hanno il medesimo valore, soprattutto in un contesto politico in cui organizzazioni e leadership sono soggetti ad un turnover molto rapido e di non sempre chiara leggibilità.

D: L’utilizzo dei mezzi di comunicazione è sempre più uno strumento necessario alla creazione del consenso. Pensa che si esso possa configurare un supporto all’attività di lobbying diretto?

R: L’impiego del sistema mediale è un supporto molto efficace tanto per chi pratica in prevalenza lobbying diretto, come i portatori di interessi già ben inseriti nel sistema politico, quanto per i portatori di interessi nuovi e ancora non accreditati. In questo secondo caso, il lobbying indiretto trova nel sistema dei mass media, tradizionali e digitali, il canale di accesso prioritario per l’iscrizione del proprio interesse nell’agenda della politica. Un uso capace dei mass media è in grado di creare la risorsa di cui la politica non può fare a meno nell’era della comunicazione pervasiva: il consenso dell’opinione pubblica. In questo senso, nessuna azione di lobbying può dirsi completa senza una media strategy.

Maria Cristina Antonucci (@CristinaAntonu) è ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e insegna Sviluppo locale ed economia sociale all’Università Roma TRE. Tra le sue pubblicazioni recenti: Rappresentanza degli interessi oggi (Carocci, 2012) Lobbying e Terzo Settore (Nuova Cultura, 2014) e Un anno di lobby (Amazon, 2014).

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“Nella vulgata comune il lobbista è ancora sinonimo di intrallazzo. L’iconografia lo dipinge come un maneggione in blazer, come l’uomo nero che smista mazzette per velocizzare una pratica o spingere un emendamento”, così recita la prima pagina de l’Espresso del 24 ottobre scorso.
Quando la stampa nazionale ci descrive le lobby come potenti, condizionanti e, in alcuni casi, un ostacolo alla politica, risulta naturale avere una percezione negativa di tale fenomeno.
2600 gruppi di pressione, 100 studi legali, 150 società di consulenza attive a Bruxelles: queste cifre fanno pensare a molti che i lobbisti siano ‘sentinelle del profitto’ e che stiano addirittura sostituendo il Parlamento.
Ma chi è esattamente il lobbista? Il professor Pier Luigi Petrillo, professore associato di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, ci dice che le lobby sono legittime espressioni di una società multiforme e che rappresentano il naturale sviluppo delle democrazie industriali. Si tratta, traducendo le sue parole, di professionisti che si affiancano alla legislazione nella rappresentanza di interessi legittimi.
Il rapporto tra lobbista e decisore è un rapporto a due: il professionista porta all’attenzione del proprio interlocutore una tematica rilevante in modo trasparente, dimostra di avere competenze specifiche in materia e cerca di influenzarlo nella direzione ‘giusta’.
Difendere interessi particolari nell’ambito dell’interesse generale del Paese disponendo di un’approfondita conoscenza giuridico-economica e dei fenomeni politici: questo è il ‘mestiere del lobbista’.
Tale professione è, pertanto, molto complessa: va dal monitoraggio istituzionale all’incontro con i decisori pubblici e privati, dall’analisi degli emendamenti all’attività di media relations.
Per questo motivo, Running, in collaborazione con Reti QuickTop, propone la XXVI edizione del corso “Comunicazione, lobby e politica che, anche quest’anno, si avvale della speciale partecipazione di docenti appartenenti al mondo accademico e delle istituzioni. Inoltre, valore aggiunto sarà conferito dal contributo scientifico dell’Università internazionale di Roma UNINT, dalla partnership con Agol (Associazione giovani opinion leader), Formiche (testata quotidiana online), e Il Rottamatore (aggregatore di 6 blog che analizzano il punto di vista di chi vuole cambiare l’Italia: dalla politica alla burocrazia).
60 ore in formula weekend, due moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, economico e di public affairs, secondo un’impronta pratica conferita da case histories e laboratori di monitoraggio legislativo e drafting. Non da ultimo, saranno trasferite conoscenze utili ai fini dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione quali strumenti necessari alla creazione del consenso.
Dal 28 novembre al 14 febbraio verrà quindi data l’opportunità ad un massimo di 20 persone, selezionate tra laureati o laureandi in materie giuridico-politiche, economiche o di comunicazione, manager di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici, di apprendere e fare propri gli strumenti del lobbista in un ambiente dinamico e stimolante.

Antonella Del Prete
@AdpDelprete

Politica nella settimana di passione

On 25 marzo 2013, in Lobbying, News, by Massimo Micucci

opera di Pep Marchegiani

La settimana si apre con interrogativi fondamentali e poche speranze di avere risposte.

Dal punto di vista istituzionale, se il Governo è lontano e confuso, tra stasera e domani ci sarà la costituzione delle Commissioni alla Camera e al Senato. In minima parte il lavoro parlamentare può essere ripreso anche se  avrà come interlocutore il Governo in carica. Che i problemi concreti siano urgenti lo dimostrano numerosi incontri attorno alle Camere sui temi energetici, sulle infrastrutture e anche sull’impatto di internet sulla politica. La vita (a chiacchiere e problemi) continua. E la Politica? I calendari parlamentari prevedono comunicazioni urgenti del Governo sul Consiglio d’Europa (al Senato e alla Camera). Le tensioni su Cipro, le misure da adottare lo rendono interessante e, si spera, utile a tenere la barra nella crisi. Ma chi risponderà ?

In questo clima, il Presidente della Repubblica avrebbe confermato, dopo faticose  consultazioni giuridiche, che il Governo Monti, è pienamente legittimato ad agire, anche durante i tentativi in corso. E’ il massimo di certezza “gestionale” che si può dare davanti ad una situazione incartata. Diversi provvedimenti di implementazione sui temi dello sviluppo vanno avanti ancora.

Napolitano a Stazzema, rivolto a una “fan” che lo incalzava, ha escluso di poter fare a 88 anni “gli straordinari”. Resterebbe di questa idea se tutti convergessero su di lui? Sarebbe comunque un ponte “oltrista” dopo l’eventuale fallimento di Bersani che potrebbe non dispiacere al PDL in vista di un Governo “appoggiabile”. Bersani ha consultato le forze sociali, una ritualità da cui non sono mancati segnali forti, come quello lanciato da Squinzi: “Senza un Governo è finita!”.

Intanto nel PD, tutti si domandano chi e che cosa siano capaci di portare PD e PDL oltre la demonizzazione reciproca del ventennio, per dare una mano “a tempo” al paese. Come? In nome di che cosa chiedere il disarmo bilaterale a tempo a due “sistemi” che si descrivono come materia e antimateria? La direzione convocata potrà dare una risposta “in streaming”? Difficilmente.

Massimo Micucci

@buzzico

Pillole di monitoraggio: il dibattito pubblico

On 31 ottobre 2012, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Il Consiglio dei Ministri del 30 ottobre 2012 ha approvato un disegno di legge di riforma complessiva degli appalti, che contiene anche disposizioni sul “dibattito pubblico” per la realizzazione di grandi opere infrastrutturali, cioè la consultazione ordinata delle popolazioni coinvolte, sul modello del “débat public” francese.

Il ddl del Governo si aggiunge alle altre proposte di legge già presentate al Parlamento che hanno l’obiettivo di definire una procedura con tempi certi che garantisca il coinvolgimento dei territori fin dalla fase progettuale delle grandi opere. Il pericolo per gli eventuali investitori è che Il dibattito pubblico possa aggiungersi al groviglio legislativo e burocratico esistente.

Noi seguiamo con molta attenzione l’iter di questi provvedimenti, aiutiamo i clienti a comprendere il senso delle norme, individuando le opportunità e le minacce per il business dell’azienda.

Per ulteriori informazioni sui nostri servizi, visita il sito www.retionline.it oppure scrivici a reti@retionline.it

Il lobbista non è un faccendiere

On 12 ottobre 2012, in Senza categoria, by admin

Prima di Tarantini, Bisignani e Lavitola, prima dei tanti tentativi di regolamentazione avanzati dalla politica italiana. Fare il lobbista è un lavoro serio. E’ la rappresentazione di interessi fatta in maniera seria, e professionale. Tutto il contrario di certe ridicole declinazioni all’italiana che finiscono all’attenzione della giustizia.

Del bisogno di professionismo di questi interlocutori la politica se n’è accorta da tempo. Il Ministero dell’Agricoltura sta lavorando a un decreto per rendere trasparente la sua interazione con le lobby, per regolare, almeno in parte, il settore applicando l’obbligo già esistente da anni di sottoporre i provvedimenti alla consultazione degli Stakeholders. Sarebbe un primo passo importante, anche alla luce delle norme contro “il traffico di influenze” che potrebbero essere inserite nel Decreto legge Anticorruzione, e che vanno ancora chiarite, perché bisogna definire i confini della legittimità di chi rappresenta ufficialmente e professionalmente interessi che debbono essere consultati.

Al di là delle evoluzioni normative che verranno, è ormai chiaro che il lobbista non è un faccendiere. Anzi. Un buon lobbista ha un patrimonio di relazioni, senza dubbio, che di per sé non costituiscono nulla di illecito, semmai è l’uso che ne se ne fa in alcuni casi a essere illegale.

Ma ha soprattutto una solida preparazione giuridica, istituzionale, economica, conosce a menadito i regolamenti parlamentari, il diritto italiano, sa la differenza tra un’interrogazione a risposta scritta e un’interpellanza urgente e sa qual è la procedura per essere auditi in commissione, sa informarsi sui lavori dell’aula. Ed è curioso, tanto, legge i giornali, parla, ascolta, si informa.

Un buon lobbista non vende fumo e non promette l’impossibile. Non promette di accontentare ogni richiesta del cliente ma lo aiuta a districarsi nella giungla della politica italiana, nell’individuazione di obiettivi possibili e possibili strategie per raggiungerlo.

Running si propone di formare questo tipo di professionista. Il suo corso “Comunicazione, Lobby e politica”, giunto alla 24sima edizione e quest’anno con un media partner d’eccezione come Spinning Politics, ha un approccio estremamente pratico, suddiviso in moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, parlamentare, economico e di public affairs, in un’ottica attuale che prevede altresì l’utilizzo dei social network e dei new media quali strumenti utili per comunicare e creare consenso. Numero chiuso e alto grado di interazioni con i docenti (la maggior parte dei quali è selezionata direttamente dal mondo delle professioni) permettono a laureati e professionisti di acquisire e sviluppare competenze ed abilità specifiche. Dal 6 novembre, per 75 ore, attraverso case histories, testimonianze, laboratori, project works e simulazioni, i partecipanti saranno chiamati a mettere immediatamente in pratica quanto imparato.

Dal blog: ILMONDOPIATTO di Massimo Micucci

http://mondopiatto.blogspot.it/2012/10/partecipazione-contro-la-corruzione.html?spref=fb

Può capitare che in un paese depredato dalla corruzione e dall’onda di conflitti di interesse, in un paese che non conosce altra speranza che le patrie galere, ci siano anche giovani ministri e dirigenti che guardano avanti. Forse non avranno l’aiuto della fama. Sto parlando del Ministro dell’ Agricoltura il Prof.  Mario Catania e del suo staff (nominiamoli:  Il consigliere Michele Corradino ed il Prof. Pierluigi Petrillo) , che hanno deciso di dare vita ad una Unità per la Trasparenza e di introdurre finalmente un albo dei lobbisti almeno per il Ministero. Senza bisogno di una nuova legge. Ottima premessa: ci sono anche troppe norme inapplicate, come quella che da anni prevede per ogni provvedimento un’ Analisi di impatto Regolatorio ( AIR) che include la consultazione dei rappresentanti di interesse. Nell’ alluvione di regole e decreti di questi mesi “tecnici” e di emergenza, gli uffici legislativi sono chiamati ad un lavoro durissimo. Governo e Parlamento si sono spesso accusati reciprocamente di incompetenza. Spesso raccomandazioni e consigli saggi, si mescolano ai sotterfugi e si perdono. Ne sanno qualcosa al Tesoro per far quadrare i conti. C’è  un ginepraio in cui sguazzano parlamarchettari irresponsabili e trafficanti di emendamenti dalla copertura inesistente. Al MIPAAF, invece, si sono detti: “visto che spesso si sbaglia, e che sarebbe obbligatorio consultare le parti interessate, che questo avviene in modo concitato e non trasparente, che non possiamo aspettare la fine del percorso di Open Data, perché non ascoltare con regolarità e secondo criteri chiari i professionisti che ufficialmente rappresentano interessi? Né è nato un decreto Ministeriale con liste e criteri (già sottoposti a discussione)  di inclusione e condivisione dei provvedimenti. Potrebbe anche essere la beta version di una legge che regolamentando la attività aiuti il regolatore a  far bene, che spesso i regolati vedono meglio dei regolatori. Come fare per evitare che si tratti di una cosa solo formale e al tempo stesso che gli interessi privati non “catturino” il decisore in una rete di iniziative ingovernabile? Invece di dire “fuori i lobbisti” si dice open lobbying: dite (scrivete) apertamente per chi lavorate, cosa volete, confrontate le vostre proposte  e in cambio avrete i disegni di legge elaborati dal Ministro prima del Consiglio dei Ministri , i vostri suggerimenti avranno una risposta ufficiale e certa dei si è dei no argomentati. Il tutto paperless cioè on line. Nessuno vieterà di incontrare un Ministro o un Direttore Generale, ma l’interazione effettiva avverrà solo così. La lista dei lobbisti sarà pubblica. Due rivoluzioni is meglio che one, sempre che non si esageri con la prudenza. Avranno caratteristiche chiare, nessuno potrà vantarsi del lavoro di altri. Meglio delle altre ipotesi formulate finora, molto vicina alla regolamentazione europea. Al MIPAAF, se riuscirà, dovremo un sincero ringraziamento. Resteranno fuori problemi che non possono essere risolti per questa via. Come definire un parlamentare che fa solo gli interessi della categoria o dell’azienda da cui proviene? Ed uno che si mette a fare il lobbista? Ci vorrebbe una legislazione e codici coerenti che impediscano grandi e piccoli conflitti di interesse. Comunque resta fuori una capacità di pressione evidente. Vi siete domandati perché le banche non hanno lobbisti? Perché i loro manager esercitano direttamente la loro influenza vastissima nei sistemi politici. Qui potrebbe qualcosa solo una diversa missione industriale degli attori finanziari ed il ripristino di autentica concorrenza. Oggi oltre a tenersi per mano verso i governi gli esponenti del Big Business lottano uniti a una politica subalterna paradossalmente contro i clienti. Questo impoverisce il sistema diffuso delle imprese. Perciò un altro strumento mancante per riequilibrare tra interessi diffusi e poteri forti è una vera Class action. Per pareggiare il terreno legale: 1 euro a testa per milioni di cittadini contro le armate legali di pochi milionari. Con uno scenario così sarà più facile contrastare sia i cattivi lobbisti (intriganti e impreparati) sia i lobbisti cattivi, che non si fanno chiamare così ma truccano le carte.

Comunicazione, lobby e politica: la formazione di Running

On 25 settembre 2012, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Comunicazione, lobby e politica – novembre 2012

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Lobby is in the air

On 30 luglio 2012, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Dal blog: ILMONDOPIATTO di Massimo Micucci http://mondopiatto.blogspot.it/2012/07/lobby-is-in-air.html

Si scrive lobby ma si intende ipocrisia. Nuovo tentativo di regolamentare le lobbies stavolta con un disegno di legge del governo. Conterrebbe regole per la identificazione e la trasparenza dei lobbisti, di qualità (ci vuole la laurea in alcune materie), regole contro le ”revolving doors”, cioè la possibilità di passare da un incarico nella PA o nella politica alla rappresentanza di interessi con tanto di sanzioni pecuniarie.. Mi sembra urgente la prima esigenza,  pericolose e ipocrite le altre.

Trasparenza, registri, identificazione. Un bravo ministro di questo governo, Mario Catania ha risolto il problema stabilendo che si deve dichiarare per chi si lavora, ci si iscrive a un registro ed è fatta. Come nell’Unione europea. Perchè non estendere semplicemente questa procedura?

Revolving doors: in un’epoca in cui CEO di banche fanno i ministri, ingegneri diventati imprenditori fanno gli editori, gli imprenditori sono in politica. In un’ epoca in cui avvocati  e giudici parlamentari  fanno gli interessi dei loro colleghi, il problema è se dopo aver esercitato il loro mandato, vanno a rappresentare interessi privati e parziali o se li rappresentano impropriamente durante il mandato?

Ben venga la precisazione di non avere incarichi in contemporanea, ma siamo nel campo del  conflitto di interessi che ha bisogno di regole ferree dal lato di chi decide, non solo  dal lato di chi rappresenta interessi.Altrimenti l’intento è di proteggere da ogni obiezione la nuova casta. Dovremmo fare anche il contrario: chi ha fatto qualunque cosa nel privato non può accedere al pubblico per due anni! Con questa legge conviene eleggersi un parlamentare o un ministro e stiamo a posto.

Veniamo ai titoli di studio. Non ci vuole la laurea nè per fare il ministro nè il parlamentare. Leggo che Arthur Brooks il maître a penser dei Repubblicani USA ha fatto per due anni il suonatore di corno in un’orchestra di Barcellona. Il direttore del MIT Media Lab negli USA, Joi Ito, è un venture capitalist non laureato. In un’epoca in cui sapere specialistico ed educazione informale rispondono ad esigenze di competenza dal futuro imprevedibile, ricorriamo arbitrariamente alle certezze del valore legale del titolo di studio per  escludere dalla professione di lobbista chi non sia laureato in scienze politiche, diritto o, bontà loro, economia. Uno dei più preparati lobbisti d’azienda che io conosca è un ingegnere ed ha anche lavorato nella pubblica amministrazione. A sua volta l’ingegner De Benedetti, oltrechè imprenditore,  è strenuo difensore degli interessi delle sue aziende, cioè è anche uno dei lobbisti più importanti del paese. Se avesse 22 anni non potrebbe esercitare per difetto di titolo di studio. (poi a chi è venuto in mente il limite dei 22 anni ad un 23 enne? nda)

A noi interessa sapere se una legge proposta da De Benedetti o  da Berlusconi trucca il mercato dell’editoria, della tv, della pubblicità. Non la laurea di chi la sostiene. Ci interessa sapere che i parlamentari che la votano abbiano ascoltato tutti i punti di vista. Cioè anche lobbisti che la pensano diversamente. Quanto alle sanzioni è curioso che riguardino solo i lobbisti così definiti a tavolino e non i decisori. Intendiamoci a tutte le latitutidini con qualunque legge ci sono lobby potenti che influenzano la politica, il problema nasce quando la politica lo nasconde, i cittadini non sanno nulla e soprattutto quando il Big Business trucca il mercato e ne altera la libertà.

Trasparenza di interessi, distinzione di ruoli, assunzione di reponsabilità sono la base di una democrazia aperta e debbono consentire un gioco di contrappesi verificabili. Non ci serve una legge teorema: “quel che non si riesce a fare è colpa delle lobbyies” . “Togliete di mezzo gli sporchi lobbisti e tutto funzionerà”. Sulla spending review hanno messo le transenne. Ma ad accalcarsi erano lobbisti di Stato: enti, istituti, fondazioni,  società pubbliche, sindacati e che non vogliono essere cancellati o resi più efficienti. Nessuno ricadrebbe in quell’albo che riguarda solo i privati. I 2000 emendamenti sono stati presentati da parlamentari, confezionati da uffici legislativi in gran parte nella stessa PA  Tutta gente che il tesserino ce l’ha, come ce l’hanno i giornalisti parlamentari. La prova è che alla fine sono più potenti farmacisti, tassisti e notai,  per via di consensi storici  amicali ed esigenze locali, di quanto non lo siano le società farmaceutiche. La politica non funziona perchè ha rapporti scarsi e oscuri con il mondo dell’impresa, perchè non si sa chi rappresenta chi. Già s’è fatto un disastro con il reato di “traffico di influenze” equiparando a trafficanti tutti coloro che hanno relazioni, o le vantano,  indipendentemente dal fatto che l’azione del funzionario pubblico dia luogo o meno ad un “vantaggio indebito con un comportamento improprio”. Per ovviare al pasticcio di una legge (bastava scrivere “esclusi quelli che svolgono attività professionale” nda) si deve fare un’altra legge. Si vuol far credere anche stavolta che il vero nemico è l’interesse privato perchè “disturba il manovratore”, invece lo è quando trucca le regole e distorce il mercato, quando il capitalismo è connivente con lo  statalismo. Al privato si chiede di essere partner dal lato dei costi e delle imposte, ma deve tacere o dire la sua nelle forme preferite dallo stato. Insomma solo se è parte dell’establishment. Il capitalismo degli amici, relazionale. Se lobbies troppo potenti falsificano il libero mercato modificando le regole è male, muore la concorrenza e i suoi vantaggi. Se i politici le subiscono sono imbelli o venduti. Ma se lo stato riduce spese, funzioni e regolamentazioni eccessive, crea giusti contrappesi anche con l’accesso dei cittadini, con la libera e trasparente competizione tra i interessi: questo è maledettamente un bene. Ci sono barriere all’influenza impropria delle lobbies: la trasparenza, gli open data, la partecipazione, ma sopratutto una seria e aggiornata regolamentazione antitrust. Il resto è roba da stato padrone, cui viene da rispondere “Lobbista sarai tu”. Regolate ma fatelo bene.