Sulla rete ogni giorno vengono scambiati due milioni e mezzo di articoli. Che significa? Che al di là dei dati – l’ultimo trimestre dello scorso anno registrava un meno 20% nella vendita dei libri – non abbiamo smesso di leggere, ma solo cambiato modo. Quanto conta internet? Tanto, tantissimo, e infatti il Governo sta lavorando all’agenda digitale, ma sul tavolo ci sono un’altra serie di questioni aperte, come quella fiscale: è assurdo che l’agevolazione sull’Iva esista ancora solo per il cartaceo. E poi bisogna difendere il pluralismo: “Se avessi le risorse, sosterrei la domanda, più che l’offerta. Ma la situazione è diversa, la realtà è che dobbiamo ragionare con pochi soldi e dovremo continuare a farlo per un po’”.
Paolo Peluffo, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione, la comunicazione, l’editoria e il coordinamento amministrativo è stato ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con…” organizzato da Reti e Running. Nell’ora a sua disposizione, tra una tazzina di caffè e una fetta di ciambellone, l’ex portavoce di Ciampi non si è sottratto alle domande dei numerosi presenti.
A partire dalla spinosissima questione dei fondi all’editoria. A quando un regolamento? “Non ci sarà. E’ una materia delicata per cui ritengo che bisogna assolutamente passare per il Parlamento. La forma legislativa la deciderà il Cdm. Finanzieremo solo copie vendute – spiega – e cercheremo di sostenere nascita di imprese digitali”. E osserva che il danno fatto al finanziamento pubblico all’editoria da parte di chi, in passato e fino a oggi, ha attuato comportamenti criminali ha nociuto due volte: prima perché ha instaurato una concezione negativa del finanziamento, poi perché ha sperperato risorse, che oggi non ci sono quando invece forse proprio ora ce ne sarebbe più bisogno. Guardando al futuro, la riflessione è che “la perdita di monopolio dell’editore vale anche per il giornalista, che deve tenerne conto investendo su qualità e rappresentazione qualità: è quello che fa la differenza”.
Per il diritto d’autore passa la palla alle Autorità indipendenti, “sono state costituite, quindi operino, ma se non lo fanno abbiamo già discusso di come affrontare la questione”. In ogni caso, come per tutto il resto, il Governo non andrà a infrazione con l’Ue. E ai timori che il digitale uccida il cinema indipendente – è accaduto così per la musica, sostiene uno degli ospiti – Peluffo risponde che non è solo la questione del diritto d’autore a metterlo a repentaglio, anzi: sulla rete, lui che ha la “perversione culturale” del cinema italiano vecchio, vecchissimo, ha trovato delle vere e proprie chicche. Piuttosto bisogna interrogarsi sul fatto che c’è una generazione intera che le sale non le frequenta più, ma preferisce il tablet. “Oggi bisogna organizzare nella rete l’incontro tra utenti e autori, e in questo i marchi hanno grande valore”.
E sulla mancata comprensione, da parte di produce contenuti, della dieta di consumo di oggi: “La tv dà grande spazio al meteo. Ma la gente le previsioni le guarda sul telefonino”, osserva il sottosegretario, e anche se nessuno da quale sarà domani il modello di business per l’industria della conoscenza è assurdo “pensare di far pagare prodotto digitale quanto il cartaceo”. Tablet e smartphone, assicura, creano linee di valore più elevata di cartaceo e web, e proprio per l’incertezza dello scenario futuro “oggi fare norme troppo rigide è ancora più sbagliato che in passato”. La certezza, intanto, è che l’Italia non può più permettersi poca istruzione, è una sfida strategica. “Dobbiamo riflettere su una cosa: su itunes ci sono solo pochissimi corsi di italiano, e tutti realizzati all’estero. Davvero conta più il kazako?”.

La riforma del Lavoro? Che sbaglio farla per decreto. Si dice deluso Giuliano Cazzola, deputato Pdl, vicepresidente della Commissione Lavoro, ospite del consueto appuntamento organizzato da Reti e Running “Un caffè con…”. Deluso dal Paese, dal suo partito, e dalla scoperta che il Governo opera sul tema seguendo luoghi comuni.

Prendi la flessibilità in entrata, per esempio. C’è l’idea comune che sia un male. E allora si lavora sulle rigidità, anziché sull’elasticità, si considerano “cattivi” gli imprenditori, e soprattutto si rende impossibile il confronto: o la pensi così o stai zitto. Altro nodo, quello dei licenziamenti, su cui per l’onorevole la posizione del Pdl è simmetrica a quelle che sono le presunte difficoltà del Pd. La soluzione alla tedesca per licenziamenti economici passerà perché ragionevole, prevede, ma attenzione: non è vero che il giudice ha libertà di scelta, per i licenziamenti disciplinari per esempio la reintegra può essere obbligatoria.

C’è poi il tema dell’apprendistato, anche qui declinato partendo dalla concezione che i datori di lavoro sono tutti cattivi: “L’imprenditore, al termine del periodo previsto, deve assumere almeno la metà degli apprendisti oppure non può più averne – sottolinea Cazzola – per cui in sostanza si è costruito uno strumento coercitivo per la stabilizzazione”. E ancora, perché il contratto a termine deve costare di più? C’è sempre un pregiudizio di flessibilità “cattiva”, quando è chiaro che il contratto forzatamente prevalente è la strada sbagliata. E il deputato cita la vedova di Marco Biagi, che pochi giorni fa ha ricordato l’idea del marito: proteggere la flessibilità, non contrastarla. Bisogna, certo, rendere la precarietà protetta: attualmente gli esodati sono tutelati da norme vigenti, che però non hanno copertura finanziaria, e il rischio è che le risorse verranno dall’innalzamento delle aliquote per disoccupazione.

“Questo Governo ha fatto e continua a fare pasticci”, decreta. Ma perché, chiedono gli ospiti, il Pdl che agli imprenditori è intimamente legato non sta loro vicino? “Il difetto che ha la mia parte politica rispetto alla sinistra è l’assenza di legami con le parti sociali”, ammette. E se la flessibilità economica post ’97 ha portato aumento dell’occupazione e crescita economica, il problema oggi è la disoccupazione. Vie d’uscita? Affrontare il tema del costo del lavoro – magari nella legge di riforma fiscale – e semplificarlo, magari con Autorità indipendenti per la certificazione dei contratti. E poi, modificare l’articolo 18: “Ormai è indispensabile”.

La tempesta perfetta si abbatterà sul mondo intorno al 2030. Se non facciamo qualcosa avremo qualche problema. Ma le sfide per affrontare il cambiamento quali sono? Gianluca Comin, direttore delle relazioni esterne di Enel e ospite del consueto appuntamento settimanale di Reti e Running “Un caffè con…” ne individua tre: tecnologia, governance, comunicazione.

Introdotto da Claudio Velardi e Massimo Micucci, il past president di Ferpi, che sull’argomento ha scritto un libro intitolato, appunto, 2030 La tempesta perfetta,  parte da un presupposto: nella risposta alle sfide globali gli Stati non ce la fanno più. E in uno scenario sempre più internazionale le aziende partecipano alla costruzione delle soluzioni.  E se la tecnologia più volte ha risolto i problemi dell’uomo, ora la governance deve “crescere”, coniugando le policies locali con quelle globali, che sono diventate fondamentali. Nel frattempo bisogna sopravvivere all’eccessivo populismo della politica, che ha portato a governi eletti con grandissimo consenso finiti in minoranza nel giro di pochi mesi. La veloce perdita di appeal, dunque, induce i governi a scelte populistiche, e a questo punto la comunicazione diventa fattore abilitante per convincere i cittadini. Per cui non si può assolutamente sottovalutare il cambiamento della comunicazione. Un esempio? Il caso Uganda: la rete racconta il dittatore e gli Usa decidono per l’intervento militare. O, per guardare in casa nostra, l’emergenza neve di quest’inverno, assolutamente sociale.

“I social network permettono che il cittadino arriva prima a Ferruccio De Bortoli, e alle aziende di arrivare prima al cittadino”, sottolinea Comin, introducendo immediatamente un altro tema di riflessione: se su Twitter siamo teoricamente tutti uguali, l’accountability, termine inglese che grossolanamente possiamo tradurre con credibilità, diventa fondamentale. Per la politica, per le aziende, per i media stessi, e la riprova è il fatto che spesso singoli giornalisti sono più seguiti delle testate di appartenenza.

Cambia anche il profilo di chi lavora: la professionalità della comunicazione è un tema di sempre. Oggi c’è più verticalizzazione e specializzazione, ma avverte l’uomo di Enel, alcune professioni anche in questo campo saranno sempre generaliste, perché c’è bisogno di un’ampia sensibilità per le cose.  Sollecitato dagli ospiti, Comin fa le pulci al Governo: ottima la comunicazione di Monti e dei suoi, anche perché venivamo da una ‘sbornia’ da cui gli italiani avevano bisogno di riprendersi: “Il premier è un ottimo comunicatore fuori dai canoni, fa il contrario di quello che gli esperti suggerirebbero però funziona. Bisogna vedere, però, quanto l’efficacia della comunicazione del Governo sia per merito o perché i cittadini avevano bisogno di cambiare. Non dovremo aspettare molto, giusto qualche settimana”.

Lo storify

Tre mesi cercando di non premere il freno, anche se significa dover apportare correzioni in itinere per, come nel caso delle liberalizzazioni. Giampaolo D’Andrea, sottosegretario alla presidenza del Consiglio – Rapporti con il Parlamento è stato ospite del consueto appuntamento settimanale del Caffè conorganizzato da Reti e Running per tirare le somme su quanto fatto finora e i prossimi appuntamenti del Governo.

Introdotto, come d’abitudine, da Claudio Velardi, il sottosegretario ha chiarito le condizioni in cui il governo è nato, con una prima, grande urgenza da affrontare: mettere in ordine i conti pubblici. Il primo obiettivo, dunque, è stato il decreto Salva Italia, con cui si è dedicata maggiore attenzione alla cassa piuttosto che alla competenza, così come richiesto. Poi si è lavorato sulle liberalizzazioni per dare sostegno e rilanciare la competitività del Paese. Era, inoltre, necessario agire sul fronte europeo, e qui D’Andrea si concede una riflessione: “Nell’area europea le politiche andrebbero concertate, perché non si può parlare di paesi deboli e paesi forti. L’appartenenza all’Unione non può comportare solo vantaggi, ma anche una giusta distribuzione dei sacrifici”. Poi c’è il Semplifica Italia, per lo snellimento delle procedure e la loro velocizzazione. Dopodomani il Consiglio dei Ministri esaminerà il Semplificazione Fiscale. “Non immaginavamo di riuscire a fare tutte queste cose. Forse ci sono critiche, anzi sicuramente, ma abbiamo fatto più velocemente possibile e questo significa anche che a volte abbiamo avuto bisogno di correttivi in corsa, perché per far presto non avevamo valutato tutti gli impatti”, spiega il sottosegretario, che aggiunge: “Va sottolineata con positività la responsabilità dimostrata dai parlamentari”.

Numerose e interessanti le domande dei presenti, alcune arrivate anche via Twitter all’hashtag #caffecon, tramite il quale è sempre possibile seguire la diretta degli incontri. “Il tema dell’educazione finanziaria mi convince molto”, ha risposto D’Andrea a uno dei presenti, “perché è chiaro che in tempi come questi serve una sorta di alfabetizzazione. E il tema degli strumenti finanziari” ha aggiunto “è sicuramente al centro dell’attenzione del Governo”. Fondamentale ha spiegato, anche il tema dell’energia, e tal proposito ha rivelato che il ministro Passera “ritiene di dover esercitare un’ iniziativa più precisa, infatti arriveranno nel futuro prossimo dei provvedimenti specifici”.

Chiarissimo anche sulla questione Rai: “Abbiamo due problemi, uno legato alla conclusione del mandato del Cda e uno strutturale, che ne facciamo? Non può essere la stessa del monopolio, serve un assetto diverso. Ma non so se potrà agire questo Governo” ha avvertito D’Andrea “perché sulla Tv pubblica decide il Parlamento. In ogni caso, penso bisognerà lavorare per modificare la mission della Rai recuperando tutti gli elementi positivi esistenti”. Porta da riaprire per la questione dei farmaci di fascia C, stralciati per “mancanza di convergenza parlamentare”, ma ci si ritornerà, perché “il DL Liberalizzazioni è solo un’anticipazione. Il provvedimento vero deve ancora venire”, mentre va avanti il confronto sul lavoro, con il Governo che punta alla riduzione dei contratti e al riordino degli ammortizzatori: “Con accordo con le parti sociali la riforma avrebbe un iter più spedito in Parlamento”, ha osservato. Chiarissimo anche sulla riforma elettorale: “Nel programma di governo si dice che il Parlamento dovrebbe trovare il modo di fare regole nuove. La riforma delle istituzioni e politica è tema importante per ripresa paese, speriamo che il Parlamento ci lavori”. Un’ultima riflessione sul tema dei giornalisti: “Non so rispondere nel merito della questione dei pubblicisti, ma trovo importante la discussione su equo compenso: ne faciliteremo senza indugi l’iter parlamentare”.

Semplificazioni, liberalizzazioni: in Italia bisogna stimolare la crescita. Francesco Verbaro, docente Scuola Superiore per la Pubblica Amministrazione, affronta nel merito le riforme proposte dal Governo durante un “Caffè con” ad hoc, appuntamento ormai abituale  organizzato da Reti e Running. “Le liberalizzazioni sono la via maestra per lo sviluppo”, assicura, Verbaro, introdotto dal padrone di casa Massimo Micucci. Ma attenzione: “Non sono l’atto in sé, ma la finalità. E dunque bisogna puntare ad aumentare l’offerta qualitativa e la quantità”.  La politica, però, a volte mette i bastoni tra le ruote: nell’ultimo anno ci sono statiotto provvedimenti sulle semplificazioni, e ovviamente ogni decreto legge ha pure la sua legge di conversione. Pensate che sia finita? Ma no, ci si mette pure il proroga termini a procrastinare l’attuazione. “Questa giungla normativa rischia di portare allo svuotamento degli obiettivi”, ammonisce Verbaro, che fa un esempio di quanto possa diventare complicato raccapezzarsi tra le normative: “Volevo fare una lezione su enti locali e partecipate e ci ho messo otto giorni a recuperare i testi. Il punto è che siamo in un momento fortemente magmatico, che richiederebbe piú ordine”.

Il nodo cruciale, però, è il contenuto dei provvedimenti: “Bene intervenire sul livello normativo, ma servono cambiamenti gestionali e culturali per delle semplificazioni efficaci”. Per esempio, i servizi per il collocamento sono stati liberalizzati, ma quanti sono in grado di fare davvero intermediazione? Se gli enti non ne hanno le potenzialità finiscono per dover necessariamente ricorrere ai privati. Oppure c’è il tema dell’accesso al credito, per cui l’Italia è tra gli ultimi paesi, come riportato dal Sole24Ore. E in questo contesto le Srl con un euro di capitale che potenzialità di finanziamento hanno? Quindi, “liberalizziamo, sì, ma se non eliminiamo i vincoli  che impongono alle startup costi elevati rischiamo di favorire strutture già organizzate. In sostanza, liberalizzazioni sostanziali, o vince il più forte”.  Focus, poi sulle professioni, e in particolare sulla possibilità di creare società di professionisti, la loro previdenza e l’abolizione dei tariffari minimi. Il rischio di quest’ultima novità, però, è la proletarizzazione del lavoro: siamo in grado di reggerla? Precise e ben circostanziate le domande dei tanti presenti, tutti appartenenti al mondo del lavoro e delle istituzioni. C’è tempo, poi, per un’ultima osservazione: “Liberalizzare le partecipate ha un costo, perché in media hanno il doppio dei dipendenti necessario – tutta colpa del massiccio ricorso che si è fatto dell’in house providing – per cui bisognerebbe pensare a ricollocare il personale in esubero” osserva Verbaro “solo per il settore dei trasporti si parla di 200mila persone”.

Liberalizzazioni, il tema che ha infiammato l’Italia: ma a guardar bene questo governo non vuol sentir parlare di liberalizzare nemmeno per sbaglio. Ne è convinto il senatore Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ospite del consueto appuntamento settimanale con il “Caffè con…” organizzato da Reti e Running e come al solito trasmesso in diretta twitter con l’hashtag #caffecon.

Introdotto da Claudio Velardi, il senatore è andato subito dritto al punto, esaminando le criticità del decreto, a partire dall’enorme debolezza rappresentata dalla genericità dell’articolo 1. Pesano, poi, le grandi assenze: come poste e ferrovie, ad esempio, cui non si fa cenno. “Per questo governo la parola privatizzazione è un tabù”, accusa Rossi, che poi affronta il tema dell’articolo 18: “La sua rilevanza risiede nella liberalità del rapporto tra privati, in cui lo Stato interviene per tutelare il contraente debole. Pubblicizzare il rapporto tra privati – continua – è il vizio dell’articolo 18, e analogo vizio si trova nel decreto”. Per quanto riguarda le professioni, continua il presidente dell’Istituto Leoni, stiamo qui a discuterne ancora perché, evidentemente, la modalità di regolarizzazione del mercato non funziona. Eppure lo Stato continua a pianificare quanti notai o quante farmacie ci devono essere, forse il problema sta lì: “Perché un laureato in farmacia che vuole aprirne una non può? Facciamoglielo fare, se poi è di troppo sarà il mercato a dirlo facendolo fallire”. Resta, poi, un’altra grande inquietudine, poiché il provvedimento è contraddittorio, per cui il Parlamento ha campo libero e sfrutterà questa debolezza. Riuscirà il Governo Monti, sostenuto da una maggioranza ampia, eterogenea e quindi portatrice di interessi molto diversi, a resistere all’assalto?. La verità, sostiene Rossi, è che a dicembre il Parlamento avrebbe votato tutto, ora è molto più difficile.

Puntali e come sempre numerose le domande degli ospiti, tutti appartenenti al mondo delle aziende, dell’industria, del giornalismo, della consulenza, cui Rossi ha risposto offrendo nuovi spunti, come la sua idea di presentare un emendamento per abolire il limite d’età per la creazione di Srl con un euro, oggi riservate ai giovani. E ancora ci si interroga, prendendo spunto dall’osservazione di un ospite che fa notare come il commercio sia, alla fine, l’unico settore liberalizzato: “Gli altri creano dei ‘campioni nazionali’ e noi invece apriamo il mercato? Alcune grandi catene stanno uscendo, non entrando dall’Italia. Noi dovremmo cercare grandi imprese in grado di fare alleanze con altri paesi per diventare campioni sul mercato, si potrebbe puntare alla grande distribuzione se le coop capissero”. Un passaggio anche sul settore ferroviario, dove “la paura della ristrutturazione pesa tanto dal punto di vista sindacale”, e sui servizi pubblici: “Non c’è logica economica nelle partecipazioni di enti statali ai servizi pubblici, bisogna puntare a privatizzazione. Che il gestore sia il proprietario”. Infine, la questione Rai: “Il canone, qualsiasi cosa dica la pubblicità, non è un tributo dovuto. Non lo è affatto”.

L’ora stabilita è passata: caffè, l’immancabile ciambellone, e l’appuntamento è rinnovato a mercoledì prossimo, per parlare di Twitter e politica.

Nuovo Governo. Ma quale Governo?

On 11 novembre 2011, in News, by admin

Dall’inizio della settimana l’Italia è sotto il fuoco dei mercati. Martedì il giorno nero:  il Governo Berlusconi, per la prima volta dal suo insediamento, perde la maggioranza parlamentare. Tre deputati lasciano le fila del Pdl per passare all’Udc. Tra questi, Gabriella Carlucci, l’ex show-girl, simbolo della politica ‘televisiva’ berlsuconiana. Lo spread tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi schizza immediatamente oltre la soglia psicologica di sicurezza (raggiungendo e superando i 600 punti di differenziale), mentre nella piazza borsistica italiana la giornata chiude con un drammatico meno 7%.

Il Presidente della Repubblica convoca subito il Presidente del Consiglio. Berlusconi garantisce al Quirinale  l’impegno a rassegnare le dimissioni non appena approvata la legge di Stabilità. La promessa non tranquillizza ancora i mercati che penalizzano l’incertezza politica nella quale l’italia è ormai precipitata. Il Capo di Stato decide allora di intervenire, con una nota ufficiale, per confermare le dimissioni di Berlusconi e delineare una tempistica stringente per la formazione di un nuovo governo o, in alternativa, le elezioni anticipate. Questo rallenta la pressione degli attori finanziari, ma non quella delle istituzioni internazionali: mentre gli ispettori del Fmi arrivano in Italia per verificare la compatibilità tecnica delle misure promesse, continuano i richiami a ‘fare presto’ da parte dei leader di Francia, Germania, Commissione europea e Fondo monetario. Esplicita d’altronde l’attenzione riservata alla crisi italiana anche dalla Casa Bianca: è di giovedì il colloquio telefonico tra il Presidente Obama ed il nostro Capo dello Stato. Il problema dell’Italia, infatti, non è solo dell’Italia: da un eventuale nostro default verrebbe travolta l’intera infrastruttura finanziaria europea. Quella anglosassone conseguirebbe.

Fare presto diventa ormai impegno istituzionale tassativo comune: con l’accordo delle opposizioni, vengono ritirati tutti gli emendamenti. La legge di Stabilità arriva venerdì in Senato. Sabato l’approvazione alla Camera. Immediatamente dopo, le dimissioni di Berlusconi, quindi il giuramento del nuovo governo.

Bene, ma quale governo? Mercoledì Mario Monti – il candidato in pectore – viene a sorpresa nominato Senatore a vita. Per l’ex Commissario Ue, le ipotesi sono due: un governo tecnico ‘puro’ (soluzione, questa, caldeggiata da mercati e finanza) o un governo con personalità politiche dal profilo tecnico che  garantisca al nuovo esecutivo la forza politica necessaria per realizzare le misure impopolari, ma necessarie, richieste dagli organismi internazionali.

Pd e Terzo polo danno da subito la propria disponibilità ad appoggiare il Governo Monti – sia nella ipotesi tecnica pura, sia in quella mista. Il Pdl, invece, si spacca: ai sostenitori delle elezioni anticipate (soluzione caldeggiata dal Presidente stesso e da alcuni ‘falchi’ – La Russa, Romani, Meloni…) si contrappone il blocco dei favorevoli ad un governo Monti purché tecnico. Tra questi, il governatore della Lombardia, Formigoni, e l’ex Ministro Scajola. Altra ipotesi ancora, la indicazione di un nome alternativo a Monti da parte del Pdl. Tra le ipotesi vagliate da Berlusconi, quella dell’ex premier Lamberto Dini.

Il segretario del partito, Alfano, intanto, convoca per sabato l’ufficio di Presidenza del partito che formalizzerà la posizione ufficiale.

Nell’ipotesi al momento più accredita, quella di un governo Monti solo ‘tecnico’, si avrebbe quindi una maggioranza composta da Pdl, Terzo Polo e Pd, con Lega e Idv all’opposizione. Secondo gli analisti, questo potrebbe cambiare talmente tanto gli scenari politici da determinare la frantumazione dei poli così come li abbiamo conosciuti sino ad oggi.

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