48,04% contro 41,58%. Tenete a mente questo dato: è il risultato ottenuto a Milano, rispettivamente, dal candidato della sinistra, Giuliano Pisapia, e dalla ‘moderata’, Letizia Moratti. Per il centro-destra, una débâcle. Per Berlusconi, una umiliazione. Il Presidente del Consiglio, che aveva chiesto di fare di questo voto un referendum su di lui ed il governo, ottiene in risposta la più sonora ed esplicita bocciatura della sua ormai tramontante carriera politica.
Aveva chiesto al ‘suo’ popolo di mandare alla sinistra un segnale inequivocabile della sua inossidabile forza politica: ‘datemi più voti delle 50.000 e passa preferenze rastrellate cinque anni fa’ – aveva detto a Milano nell’ultimo di una serie di comizi a sostegno della candidata Moratti. Ebbene, ne ha ottenute meno di 30.000. Un segnale “inequivocabile”, appunto.
Non è stata vittoria al primo turno – come assicurato dal Presidente del Consiglio nonché capolista Pdl a Milano – ma ballottaggio tanto nel capoluogo lombardo quanto a Napoli. A dispetto del risultato finale che conosceremo solo tra due settimane, il dato politico del voto espresso nella berlusconia del nord e nella capitale internazionale della monnezza può dirsi ormai tratto: aldilà di ogni ragionevole dubbio, Berlusconi ha perso.
Come ha perso la sua sfida politico-culturale il Terzo polo: a Milano ottiene poco più del 5%, nonostante il dignitoso candidato ex pidiellino, Manfredi Palmeri. Un risultato che condanna l’avventura terzista di finiani e centristi alla probabile dissoluzione, e non solo al Nord: l’atteso esperimento di Latina dove Fli appoggiava la lista fascio-comunista guidata dallo scrittore Pennacchi, a dispetto della grande visibilità mediatica, ha ottenuto un umiliante 1%. Solo a Napoli il candidato terzista, l’ex rettore Pasquino, ottiene un consenso tale da mantenerlo ancora in pista per il ballottaggio: il 9%. Un tesoretto di voti spiegabile probabilmente più che con la mobilitazione dell’elettorato d’opinione con la convergenza del voto organizzato dai ‘grandi elettori’ del capoluogo partenopeo, ovvero il neo-centrista De Mita ed il futurista Bocchino.
È improbabile che a Napoli come a Milano finiani e centristi possano concordare sulla linea da adottare al secondo turno: di certo, ad esempio, Casini non potrà dare il proprio appoggio all’ex Pm De Magistris né al proto-comunista Giuliano Pisapia mentre è difficile credere che il partito del falco anti-berlusconiano Bocchino possa finire con l’abbracciare proprio nella sua Napoli il candidato berlusconiano, Gianni Lettieri, che oltretutto, il rais pidiellino locale, il controverso Nicola Cosentino, ha già ammantato della sua bandiera, ed analogamente è improbabile che almeno il vertice nazionale di Fli possa accettare a Milano un eventuale accordo con la Moratti rinunciando così a realizzare la tanto attesa svolta anti-berlusconiana.
Da Milano, tuttavia, vengono anche altri segnali: la Lega non sfonda, anzi perde significativamente rispetto alle regionali del 2010 mentre il Pd ottiene un consenso sorprendente – primo partito, a pari merito col Pdl – probabilmente spiegabile con l’effetto-traino innescato dal candidato Pisapia.
Altro segnale peculiare, la sconfitta degli establishment partitici partenopei: il Pd messo fuori gioco dall’alternativa populistico-forcaiola di Luigi De Magistris ed il Pdl che, a dispetto del sostegno incassato dal candidato Lettieri dai maggiorenti di quello che fu il potere bassoliniano non vince né con-vince. Il ballottaggio potrebbe adesso consegnare il candidato berlusconiano alla più umiliante delle sconfitte, qualora – come pare probabile – i voti del Pd andranno all’ex Pm, il candidato che promette di “ripulire” una Napoli che di pulizia – simbolica e materiale – ha quanto mai bisogno.
Meno significativi sul piano simbolico, ma non per questo meno sostanziali rispetto a quello politico, i dati elettorali di Torino e Bologna. In nome della continuità con la ‘buona amministrazione’ di Sergio Chiamparino, la vittoria al primo turno del compagno di partito Piero Fassino che eredita una Torino vivificata dal neo-rinascimento cultural-economico realizzato dalla giunta riformatrice del sindaco ex comunista.
Meno inequivocabile la vittoria – di un soffio – del candidato del Pd a Bologna dove, se il candidato della Lega, appoggiato dal Pdl, ottiene poco più del 30%, la vera sorpresa è rappresentata dal Movimento 5 stelle del comico anti-partitocratico Beppe Grillo, che conquista quasi il 10% dei consensi.
Che considerazioni ‘a caldo’ trarre? Ebbene, che spira vento di cambiamento in tutta la penisola. Un vento che potrebbe spazzare via qualcosa di più strutturale e profondo che il semplice ‘potere berlusconiano’: una brezza che sembra infatti soffiare sull’intero establishment politico che ha contribuito a fondare, quindi a rendere così viziosamente inconcludente, la Seconda Repubblica che, nata sull’onda della rivoluzione anti-tangentara, ha finito con il perire sotto l’asfittico peso della corruzione, del conservatorismo, della semi guerra civile.
Queste elezioni, insomma, a dispetto delle peculiarità locali, sembrano segnalare l’esistenza di movimenti della società italiana destinati a modificare nel profondo mappa e natura del potere politico nazionale. Non avverrà domani. Ma il processo è innescato.
Dopo l’approvazione della mozione Lega-Pdl sulla partecipazione dell’Italia alla missione in Libia e le iperboliche conseguenze politiche dalla medesima innescate, il Governo nomina 9 nuovi sottosegretari, tra i quali alcuni esponenti del gruppo dei “Responsabili”, composto da quei parlamentari transfughi che, con il loro voto favorevole, hanno permesso a Berlusconi di ottenere la fiducia il 14 dicembre scorso, a dispetto dell’uscita dalla maggioranza di Futuro e Libertà, la formazione di Gianfranco Fini.
Entrano nell’esecutivo anche alcuni ex esponenti di Fli. Inevitabili le polemiche, anche in virtù del fatto che il Premier ha annunciato pure un ulteriore allargamento della compagine governativa ad un’altra decina di persone. Per aumentare il numero delle poltrone di governo, tuttavia, sarà necessario predisporre un disegno di legge ad hoc: al momento, infatti, esiste un preciso vincolo normativo motivato da esigenze di controllo della spesa pubblica. Il provvedimento estensivo – ha però spiegato il Capo del Governo – consentirà a ministri e sottosegretari di essere sempre presenti in Aula e permetterà a tanti parlamentari di “trovare soddisfazione” alle loro “legittime aspirazioni”. Berlusconi intende nominare al più presto anche un nuovo ministro delle Politiche comunitarie per riempire il posto lasciato vacante da Andrea Ronchi, che aveva abbandonato il Governo in seguito alla rottura dei finiani.
Intanto, il Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti (che mercoledì sera a Porta a Porta il Premier aveva designato come suo possibile successore a Palazzo Chigi, in caso di suo anticipato ritiro), ha illustrato il piano del governo per lo sviluppo. Il decreto legge verte soprattutto sull’alleggerimento delle procedure burocratiche per imprese e professionisti. Tra le misure stabilite, agevolazioni fiscali per chi assume al sud (a tempo indeterminato), il varo della Banca del Mezzogiorno e l’introduzione, in fase sperimentale, per due anni, di crediti di imposta per le imprese che investono in ricerca. È stata poi annunciata dal Ministro anche una circolare destinata alle Agenzia delle Entrate con la quale verranno definite le sanzioni da comminare ai funzionari della riscossione in caso di abuso di controlli fiscali. L’obiettivo è limitare l’accanimento del fisco contro imprese e liberi professionisti. L’iniziativa è stata accolta con favore dalle associazioni di categoria.
Sul fronte giudiziario si segnala la traduzione in carcere di Calisto Tanzi, l’ex patron di Parmalat condannato a 8 anni per il crac del gruppo e la richiesta di rinvio a giudizio per gli indagati dell’inchiesta sulla così detta ‘cricca’ composta, tra gli altri, dall’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Le accuse sono pesanti: corruzione ed illeciti scambi di favori, anche sessuali.
Si terranno sabato a Bergamo le Assise generali di Confindustria: per gli industriali, la priorità ormai non più differibile è la crescita, dunque la rimozione di quegli ostacoli strutturali – deficit infrastrutturale e carico fiscale su imprese e lavoro, soprattutto – che rendono difficile alle aziende italiane competere sui mercati internazionali. Agli industriali, tuttavia, il Premier manda un messaggio di sfida: lamentatevi meno e datevi da fare più. Attesa la replica degli imprenditori.
Le amministrative, infine. Napoli e Milano si confermano i teatri cruciali della sfida. Il Premier si predispone ad una settimana di campagna aggressiva. A Milano, rilancia i leit motivi tradizionali – i comunisti, i giudici eversivi…; a Napoli invece, dove si rinnova l’emergenza rifiuti, sarà nuovamente inviato l’esercito perché almeno il giorno del voto, i napoletani possano trovare strade igienicamente conformi agli standard del mondo sviluppato.
Claudio Velardi su The Front Page, sito di informazione politica diretto da Fabrizio Rondolino, ha analizzato idee, contenuti, principi e valori espressi ieri da Gianfranco Fini durante il discorso tenuto in occasione del primo incontro del suo nuovo partito Futuro e libertà. Nell’articolo “Una destra normale” Claudio afferma di aver sentito ieri un discorso fatto non dal capo del partito, ma dal politico che aspira al salto di qualità che reclama la leadership dell’intero centrodestra e che è pronto a candidarsi in prima persona alla guida del Paese.
Che ne pensate? Anche per voi Fini si sta aprendo la strada per il dopo Berlusconi ponendo le basi per una “destra normale”?
Una destra normale di Claudio Velardi: leggete e soprattutto commentate















