Diciamo che è cominciato in Tunisia, e poi in Egitto e in Libia, Siria e pure in Iran. Quindi da noi, con i pastori di Cagliari, i tartassati di Equitalia, i silenti dell’Inps, i quorumisti del più imprevedibile, e dunque irriverente, risultato referendario dell’era secondo-repubblicana. Cambiamenti sostanziali, ma di che? Di regime, di prospettiva, di potere?
Diciamo che a cambiare è il ‘chi’ (detiene il potere), il ‘come’ (si esercita il potere), il ‘perché’ (si ambisce a conquistare il potere).
Il potere è di chi decide. E chi decide oggi in Italia? L’Onu, il G8, il Fondo monetario, i mercati, il Parlamento nazionale, le Istituzioni europee, gli enti locali, la Chiesa, le organizzazioni criminali, le multinazionali? O Berlusconi?
L’Italia è il Paese con la più alta penetrazione di social network: siamo in 20 milioni su Facebook. Meno su Twitter, ma ci fionderemo presto pure lì. Sono quelli – Facebook e Twitter – i nuovi luoghi delle decisione?
Le ultime amministrative sono state una sorpresa: perdono i partiti, gli establishment, le organizzazioni complesse. Vince la mobilitazione spontanea, la partecipazione motivata da un bisogno di cambiamento riposto (talora ingenuamente) verso quello che, formalmente almeno, è apparso il più ‘altro’ – anzi, il più ‘oltre’ dell’offerta elettorale.
Ecco, oltre: è lì che vogliamo essere. Oltre la schizofrenica inerzia dell’ultimo ventennio di “transizione”; oltre la paura, l’immobilità, la deprimente arroganza degli establishment auto-conservativi.
Vogliamo essere lì dove già l’oltre è: nelle reti della politica vera, quella connessa alla realtà, non ostile al sovvertimento delle mappe mentali. Vogliamo essere nelle reti della creatività che crea, che guarda fuori di sé, che non si parla addosso, che non si auto-celebra. Nelle reti delle imprese visionarie e coraggiose, nei network di chi fa ricerca e innovazione - all’università, nella pubblica amministrazione, nel business - per costruirlo, l’oltre, non limitarsi a declamarlo, come diritto retorico acquisto.
Vogliamo essere oltre le zavorre – non solo ideologiche - da cui ci siamo lasciati tenere a terra (troppo a lungo, ormai). Ed oltre anche i topos fisico-residenziali della vita politica, mediatica, civile nazionale. Insomma, Bye Bye Palazzo Grazioli.
Lo diciamo con (auto)-ironia ed entusiasmo. Lo diciamo insieme ai tanti con cui abbiamo incrociato il cammino nei nostri primi dieci anni; e lo diciamo con i nuovi amici che, come noi, la strada dell’oltre, hanno già deciso di imboccarla.
Lo diciamo con tutti voi. Lo diciamo con il Bye Bye Palazzo Grazioli Twitter Party, il 30 giugno sulla Terrazza Reti. E su twitter lo diciamo così: #bbpg
Scia, cornice, scommessa: ogni fatto è interpretato per capire qual è il futuro della politica italiana.
L’idea è che “capire significa poter agire”. La politica, allora, diventa facile e divertente.
In poche parole: buona lettura!















