“Nella vulgata comune il lobbista è ancora sinonimo di intrallazzo. L’iconografia lo dipinge come un maneggione in blazer, come l’uomo nero che smista mazzette per velocizzare una pratica o spingere un emendamento”, così recita la prima pagina de l’Espresso del 24 ottobre scorso.
Quando la stampa nazionale ci descrive le lobby come potenti, condizionanti e, in alcuni casi, un ostacolo alla politica, risulta naturale avere una percezione negativa di tale fenomeno.
2600 gruppi di pressione, 100 studi legali, 150 società di consulenza attive a Bruxelles: queste cifre fanno pensare a molti che i lobbisti siano ‘sentinelle del profitto’ e che stiano addirittura sostituendo il Parlamento.
Ma chi è esattamente il lobbista? Il professor Pier Luigi Petrillo, professore associato di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, ci dice che le lobby sono legittime espressioni di una società multiforme e che rappresentano il naturale sviluppo delle democrazie industriali. Si tratta, traducendo le sue parole, di professionisti che si affiancano alla legislazione nella rappresentanza di interessi legittimi.
Il rapporto tra lobbista e decisore è un rapporto a due: il professionista porta all’attenzione del proprio interlocutore una tematica rilevante in modo trasparente, dimostra di avere competenze specifiche in materia e cerca di influenzarlo nella direzione ‘giusta’.
Difendere interessi particolari nell’ambito dell’interesse generale del Paese disponendo di un’approfondita conoscenza giuridico-economica e dei fenomeni politici: questo è il ‘mestiere del lobbista’.
Tale professione è, pertanto, molto complessa: va dal monitoraggio istituzionale all’incontro con i decisori pubblici e privati, dall’analisi degli emendamenti all’attività di media relations.
Per questo motivo, Running, in collaborazione con Reti QuickTop, propone la XXVI edizione del corso “Comunicazione, lobby e politica che, anche quest’anno, si avvale della speciale partecipazione di docenti appartenenti al mondo accademico e delle istituzioni. Inoltre, valore aggiunto sarà conferito dal contributo scientifico dell’Università internazionale di Roma UNINT, dalla partnership con Agol (Associazione giovani opinion leader), Formiche (testata quotidiana online), e Il Rottamatore (aggregatore di 6 blog che analizzano il punto di vista di chi vuole cambiare l’Italia: dalla politica alla burocrazia).
60 ore in formula weekend, due moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, economico e di public affairs, secondo un’impronta pratica conferita da case histories e laboratori di monitoraggio legislativo e drafting. Non da ultimo, saranno trasferite conoscenze utili ai fini dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione quali strumenti necessari alla creazione del consenso.
Dal 28 novembre al 14 febbraio verrà quindi data l’opportunità ad un massimo di 20 persone, selezionate tra laureati o laureandi in materie giuridico-politiche, economiche o di comunicazione, manager di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici, di apprendere e fare propri gli strumenti del lobbista in un ambiente dinamico e stimolante.

Antonella Del Prete
@AdpDelprete

Regolamentare l’attività delle lobby in Italia serve a sviluppare ulteriormente la democrazia e a combattere le caste, molto numerose in Italia ma che sono tutt’altra cosa. Rappresentare in modo corretto ogni istanza della società aiuta a ridurre i margini di azione di chi vuol far pesare in modo opaco i suoi interessi»: Claudio Velardi, lobbista e fondatore di Reti, tra le prime società specializzate nella Penisola, chiarisce così l’importanza delle attività lobbistiche e soprattutto sfata la diffusa convinzione che lobby sia uguale a poteri occulti. Intanto, però, in parlamento sono stati già presentati due disegni di legge (ddl) sul tema. Il primo, alla camera, suggerisce la creazione di registri delle attività di relazione istituzionale presso gli uffici di presidenza della camere, ipotesi ampliabile anche ad assemblee regionali, provinciali e comunali. Mentre il secondo testo prevede, in seno alla presidenza del consiglio dei ministri, una struttura che monitori la rappresentanza d’interessi. Le due proposte comprendono, rispettivamente, il divieto d’iscrizione al registro per chi è stato giudicato colpevole invia definitiva e l’incompatibilità per chi ha interessi pubblici e privati contrastanti (il cosiddetto divieto di revolving doors, ndr.

Domanda. Che cosa ne pensa dei due disegni di legge presentati?

Risposta. Vorrei che venisse approvata una legge che incoraggi in modo trasparente l’attività delle lobby. È sbagliato partire da una logica punitiva, finalizzata solo a controllare il settore e prevenire gli illeciti. Il vero spirito che dovrebbe animare la normativa è aprire al dialogo la pubblica amministrazione (p.a.), rendere più facile e in tempo reale, via web, lo scambio d’informazioni tra istituzioni e soggetti privati. Con una maggiore apertura e trasparenza si eliminano i coni d’ombra.

D. In parole povere?

R. Bisogna evidenziare lo scambio tra chi chiede qualcosa alla pubblica amministrazione e quello che risponde la p.a., cosa la stessa p.a. concede, quali documenti e numeri trasmette e a chi. Se questo scambio è trasparente, allora ne beneficiano tutti. Anche quei portatori d’interessi, come i giovani, poco ascoltati finora. Peraltro, è già obbligatorio consultare gli stakeholder nelle decisioni pubbliche ma è un obbligo spesso disatteso. Per questo, mi aspetto che il governo presenti un’ulteriore proposta, che andrà nella direzione del registro dei lobbisti già esistente al ministero dell’Agricoltura.

D. E questo tipo di sistema è sufficiente per evitareilleciti?

R. Il registro è uno strumento trasparente perché gliinteressati vi si possono iscrivere, dovendo specificare poi chi incontrano e per conto di chi. Gli iscritti avranno dei doveri ma anche dei diritti, per esempio poter accedere in via privilegiata e rapida ai documenti della p.a. Inoltre, non serve una legge per creare un registro; ogni ministero lo può istituire. In un’ottica liberale, l’iscrizione non dovrebbe essere obbligatoria, posto che la caratura etica resti fondamentale sia per gli iscritti come per i non iscritti.

D. Ma non si rischia così di lasciare tutto al libero arbitrio?

R. L’etica non può essere codificata da una legge, semmai è la politica che deve individuare e sanzionare gli illeciti. Comunque, la situazione italiana non può andare peggio di così, perché non c’è situazione peggiore di una non regolamentata.

D. Regolamentare le lobby è davvero una priorità per il governo in questo momento di crisi?

R. Il tema delle lobby arriva dopo la legge anticorruzione, che parla anche di traffico illecito d’influenze, e dopo la revisione dei finanziamenti ai partiti. A questi temi la regolamentazione dell’attività delle lobby si collega direttamente perché il lobbying è un sostegno alla democrazia e allo sviluppo, se fatto con positività e trasparenza.

D. Quali sono le lobby più forti in Italia?

R. Ce sono mille, da Confindustria al sindacato, dai movimenti alle grandi aziende, che cercano sempre di esercitare pressioni. Quella che conta di più, però, rimane la politica. I politici devono comporre tutti gli interessi e hanno l’interesse ad ascoltare tutti, prima di prendere la decisione migliore.

Intervista di Marco A. Capisani pubblicata su ItaliaOggi del 13 giugno 2013

Cinque impegni. No a nuove manovre correttive, allentamento del patto di stabilità per i comuni, utilizzo della Cassa depositi e prestiti per il finanziamento – insieme con privati –di piccole infrastrutture, completamento della Strategia energetica nazionale, messa a  punto di un piano industriale, ripresa del  piano industria 2015. Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd, è il primo a sottoporsi al committment checking di Quicktop Reti, che inaugura la nuova stagione del suo consueto appuntamento “Un caffè con…” con una correzione motivata dall’esigenza di capire cosa succederà dopo il voto. Davanti alla platea selezionata – e affollata come non mai – del “caffè corretto” Stefano Fassina ha spiegato cosa vuole fare. Dopo i primi 100 giorni di Governo sarà richiamato per la resa dei conti: cosa è riuscito a fare, cosa no, dei cinque impegni assunti stamattina. In realtà ce n’è un sesto che però assomiglia di più a un sogno: un super commissario europeo al bilancio. Introdotto da Claudio Velardi, l’esponente democratico è partito proprio dall’Europa: non ci sono paesi che possono illudersi di salvarsi da soli, nemmeno quelli più solidi. Che sia vera unione, dunque, con un processo di legittimazione democratica della Commissione, rendendo più stringente il rapporto tra gruppi parlamentari nazionali e quelli europei, introducendo il supercommissario e scambiando il completamento di questo processo con una politica economica meno pro-ciclica. Bisogna tener conto dell’impatto del pareggio di bilancio sulle economie reali: la strada che stiamo percorrendo, dice Fassina, non sta producendo i risultati attesi, bisogna aumentare la domanda interna europea. Ed è su questo che si assume il primo impegno: niente più manovre correttive di finanza pubblica, il paese deve riavviare l’economia reale  se vuole ritornare a crescere. E poi allentare il patto di stabilità interno dei Comuni, per dare respiro agli enti locali. Terzo impegno, usare la Cassa depositi e prestiti con il coinvolgimento soggetti privati nel finanziamento di infrastrutture, utilizzando per attrarre i nuovi capitali il meccanismo degli sgravi fiscali. E per Fassina la Cassa deve usare anche gli introiti provenienti dalla vendita del patrimonio pubblico per finanziare gli investimenti. Un’altra cosa da fare? Completare la Strategia energetica nazionale, e rapidamente anche, per avviare la diversificazione fonti energetiche eliminando colli di bottiglia e strozzature e ottenendo, finalmente la riduzione dei costi. E a proposito di energia c’è da sistemare il sistema degli incentivi al fotovoltaico. Altro nodo delicato quello dell’industria: ecco, serve finalmente un serio piano di politica industriale, magari riprendere il piano industria2015, puntando a coniugare competitività con innovazione. E a tal proposito Fassina suggerisce di prendere in considerazione, finalmente, i servizi, anziché concentrarsi solo sul manufatturiero. Tantissime le domande di presenti e quelle arrivate su Twitter con l’hashtag #caffecorretto, cui l’esponente Pd ha cercato di rispondere dettagliatamente, parlando innanzitutto della necessità di “riorganizzare le macchine”; visto che la riforma del titolo V a oggi non ha dato i risultati sperati e quindi bisogna puntare, invece, alla centralizzazione di competenze per questioni fondamentali. Sulla questione delle imprese, altro vero spread è secondo lui la mancanza di una riforma della giustizia: se le avessimo dedicato un decimo del tempo speso sulla riforma del lavoro – la critica al governo Monti è tutt’altro che velata  – il sistema industriale ne avrebbe tratto un gran beneficio. E poi, la riforma fiscale: la priorità è chiaramente la lotta all’evasione – tenendo presente che in alcuni casi è necessità di sopravvivenza: se si riuscisse a portarla alla media europea sarebbero 50 miliardi l’anno in più nelle casse dello Stato, che potrebbero essere spesi per le politiche per la crescita. E parlando di crescita si torna all’Europa: l’Unione deve fare un salto di qualità politico anche per finalità di politica industriale, perché va rivisto il mercato globale che non è certo idilliaco. L’ora di tempo è stata abbondantemente superata, c’è tempo ancora per un caffè, una fetta di ciambellone e una chiacchiera veloce. L’appuntamento è nelle prossime settimane con gli altri rappresentanti dei maggiori schieramenti in campo: Maurizio Lupi del Pdl e Irene Tinagli di Italia Futura. Vi aspettiamo!

Qui lo storify

Il lobbista non è un faccendiere

On 12 ottobre 2012, in Senza categoria, by admin

Prima di Tarantini, Bisignani e Lavitola, prima dei tanti tentativi di regolamentazione avanzati dalla politica italiana. Fare il lobbista è un lavoro serio. E’ la rappresentazione di interessi fatta in maniera seria, e professionale. Tutto il contrario di certe ridicole declinazioni all’italiana che finiscono all’attenzione della giustizia.

Del bisogno di professionismo di questi interlocutori la politica se n’è accorta da tempo. Il Ministero dell’Agricoltura sta lavorando a un decreto per rendere trasparente la sua interazione con le lobby, per regolare, almeno in parte, il settore applicando l’obbligo già esistente da anni di sottoporre i provvedimenti alla consultazione degli Stakeholders. Sarebbe un primo passo importante, anche alla luce delle norme contro “il traffico di influenze” che potrebbero essere inserite nel Decreto legge Anticorruzione, e che vanno ancora chiarite, perché bisogna definire i confini della legittimità di chi rappresenta ufficialmente e professionalmente interessi che debbono essere consultati.

Al di là delle evoluzioni normative che verranno, è ormai chiaro che il lobbista non è un faccendiere. Anzi. Un buon lobbista ha un patrimonio di relazioni, senza dubbio, che di per sé non costituiscono nulla di illecito, semmai è l’uso che ne se ne fa in alcuni casi a essere illegale.

Ma ha soprattutto una solida preparazione giuridica, istituzionale, economica, conosce a menadito i regolamenti parlamentari, il diritto italiano, sa la differenza tra un’interrogazione a risposta scritta e un’interpellanza urgente e sa qual è la procedura per essere auditi in commissione, sa informarsi sui lavori dell’aula. Ed è curioso, tanto, legge i giornali, parla, ascolta, si informa.

Un buon lobbista non vende fumo e non promette l’impossibile. Non promette di accontentare ogni richiesta del cliente ma lo aiuta a districarsi nella giungla della politica italiana, nell’individuazione di obiettivi possibili e possibili strategie per raggiungerlo.

Running si propone di formare questo tipo di professionista. Il suo corso “Comunicazione, Lobby e politica”, giunto alla 24sima edizione e quest’anno con un media partner d’eccezione come Spinning Politics, ha un approccio estremamente pratico, suddiviso in moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, parlamentare, economico e di public affairs, in un’ottica attuale che prevede altresì l’utilizzo dei social network e dei new media quali strumenti utili per comunicare e creare consenso. Numero chiuso e alto grado di interazioni con i docenti (la maggior parte dei quali è selezionata direttamente dal mondo delle professioni) permettono a laureati e professionisti di acquisire e sviluppare competenze ed abilità specifiche. Dal 6 novembre, per 75 ore, attraverso case histories, testimonianze, laboratori, project works e simulazioni, i partecipanti saranno chiamati a mettere immediatamente in pratica quanto imparato.

Da 6 mesi a questa parte, il governo Monti ha prodotto 23 decreti-legge, 15 disegni di legge, complessivamente 65 atti normativi sottoposti al parere delle Camere, con la relativa presentazione e discussione di circa 10.000 emendamenti. Mentre 500 nuovi progetti di legge attendono di essere discussi in Parlamento.

Non sono numeri astratti, così come non sono chiacchiere quelle che si fanno nelle istituzioni. Perché poi, una volta che i provvedimenti vengono approvati, intervengono nella nostra attività quotidiana, nel nostro fare impresa, nella vita di tutti i giorni.

In questi 6 mesi, a Reti abbiamo seguito questa complessa attività istituzionale come facciamo da anni, aggiornando costantemente i nostri clienti con agende settimanali, report continui sui temi di interesse e segnalazioni quotidiane sulle urgenze politico-istituzionali.

Dai nostri uffici sono partite verso i nostri interlocutori circa 2500 e-mail personalizzate, più di 500 report tematici e 50 note politiche. Un dialogo incessante e qualificato, fatto di proposte concrete, emendamenti alle leggi, incontri mirati.  Sempre i nostri interventi sono stati ascoltati e accolti con rispetto. Spesso hanno avuto successo.

Ma l’attività non si ferma. A luglio, e comunque prima della chiusura delle Camere, sono previsti o annunciati provvedimenti sulla green economy, decisioni sui ritardi nei pagamenti della PA, l’accelerazione dell’Agenda Digitale, provvedimenti per favorire mobilità sociale e meritocrazia, per accelerare la nascita e lo sviluppo di Start-up innovative.

Un complesso di norme che – con quelle prodotte dall’inizio dell’anno – configurano un cambiamento generalizzato di leggi e regole, che impatterà con forza sulle aziende. Amministratori delegati, responsabili delle relazioni istituzionali ed esterne, uffici legali si troveranno così di fronte a nuovi problemi e nuove opportunità.

Noi siamo pronti ad affrontare questa tempesta regolatoria, in contatto trasparente e continuo con uffici legislativi, parlamentari e governo. Per cercare di evitare errori, denunciando criticità e superficialità in modo tempestivo. Per aiutare il Paese e soprattutto le aziende.

Perché non siamo lobbisti da “chiacchiere e corridoi”, ma professionisti della comunicazione con le istituzioni e dell’analisi politica e regolatoria, specialisti del conoscere, prevedere e fare. Un team di esperti consulenti e giovani professionisti qualificati che lavorano a ritmi serrati, usando il dialogo sulla rete e i moderni tools di comunicazione per informare, analizzare e proporre.

Insomma, è vero che siamo tutti preoccupati e stanchi. Ma non è ancora il momento di andare in ferie.

Per ulteriori informazioni contattateci al numero 06 675451 o scriveteci all’indirizzo s.ragugini@retionline.it

La squadra è già al lavoro per presentare a ottobre il primo piano strategico nazionale del Turismo: è una notizia, ma non dovrebbe esserla, in un Paese come l’Italia che può contare su uno straordinario patrimonio artistico e naturale e teoricamente potrebbe fare del turismo la sua principale vocazione. Potrebbe, perché sebbene una città come Roma sia visitata ogni anni da milioni di persone, la sensazione è che manchi sempre qualcosa. Alzi la mano chi, andando all’estero, non ha mai pensato che altrove sanno “vendere” anche l’aria, mentre qui, dove tra mari cristallini e monumenti strabilianti c’è da far girare la testa, ben poco è davvero valorizzato.
Ci potrebbe pensare l’Enit, l’agenzia nazionale del turismo, che da qualche mese è guidata da Pier luigi Celli. Che, ospite del “Caffè con” di questa settimana, l’ormai consueto appuntamento organizzato da Reti e Running, non nasconde le difficoltà: quella dell’agenzia è una situazione “kafkiana”, come solitamente avviene nella PA. “Il 17 rivedremo la struttura, ancora farraginosa, e lavoreremo con l’ICE per la riorganizzazione uffici esteri”. L’obiettivo è fare scelte di razionalizzazione, soprattutto sui Paesi in via di sviluppo. Per lo stesso motivo si migliorerà la presenza sul web, che sarà innovativa: “Dobbiamo essere concreti, la rivista è uno strumento vecchio, mentre internet ci può aiutare ad avere una comunicazione più efficace”. Anche se poi, a fare i conti, il leitmotiv è sempre lo stesso: tanto da fare e pochi soldi.
Il piatto forte, però, è il piano strategico che avrà, assicura Celli, spese e quadro di riferimento ben definito: perché qui si tratta di decidere che turismo vogliamo, dove, su quali mercati venderlo. Serve una linea definita: perché ci sono Regioni che oggi si autopromuovono spendendo più di quanto faccia tutto il resto del Paese, o alcuni comuni che spendono cifre importanti per pubblicizzarsi in Italia, e poi all’estero nessuno sa di quei luoghi. Dobbiamo migliorare la nostra visibilità all’estero, e per farlo serve maggiore coordinazione: oggi ci sono Regioni che non si presentano proprio al tavolo con lo Stato. Preferiscono far da sé, ma spesso con risultati poco soddisfacenti. Bisogna far sistema e cambiare il sistema, conciliando cultura e turismo e puntando sull’appeal del Belpaese: il percorso è appena iniziato.

Post scriptum: Siamo alla fine di questa stagione dei “Caffè con”. Un appuntamento settimanale che si ripete da due anni, e che ha permesso a noi di Reti e ai nostri ospiti di riflettere, imparare tanto, confrontarci e instaurare nuovi rapporti. Un format che è piaciuto, al punto di essere anche copiato (e ne siamo fieri). Per questo piccolo, piccolissimo successo dobbiamo dire grazie a ventinove persone, contando solo gli ospiti di quest’anno: Antonio Polito, Augusto Valeriani, Giuseppe Castiglione, Pierluigi Battista, Stephen Anderson, Emma Bonino, Nicola Rossi, Roberto Rao, Roberta Maggio, Stefano Menichini, Andrea Di Sorte, Francesco Verbaro, Giampaolo D’Andrea, Giorgio Gori, Severino Nappi, Gianluca Comin, Paolo De Castro, Giuliano Cazzola, Federico Testa, Deborah Bergamini, Paolo Peluffo, Anna Paola Concia, Mario Valducci, Angela Napoli, Paolo Gentiloni, Andrea Romano, Filippo Bubbico, Mike Hammer, Pier Luigi Celli.
Grazie a tutti. Appuntamento a settembre, con una tazzina e una fetta di ciambellone. Alle 8.30, in punto!

L’agenda digitale? “Arriverà entro l’anno e non comprenderà le infrastrutture”. L’Agcom? “Il presidente è più potente di tanti ministri”. E le nomine? “Due mesi di gran discutere, il problema è sempre chi mandarci”. L’onorevole Paolo Gentiloni, ex anzi “l’ultimo ministro delle Comunicazioni”, come si definisce lui, oggi membro della IX commissione, ne ha parlato al consueto appuntamento settimanale del ‘Caffè con…’ organizzato da Reti e Running. Introdotto come di consueto da Massimo Micucci e Claudio Velardi, ha immediatamente attaccato con l’hot topic delle authorities, nate negli anni ’90 con le privatizzazioni e le sollecitazioni europee. “Abbiamo assistito in questi anni a uno slittamento di competenze e poteri da Governo/Parlamento alle autorità, dove ogni presidenza è diversa dalle altre”. Le paragona a un “moderno leviatano”, perché i commissari nominati gestiscono per 7 anni una “roba gigantesca”, tanto che “i membri son più potenti dei sottosegretari di stato”. E’ un problema? Potrebbe, e un passo in avanti per risolverlo sarebbe trasformare le relazioni annuali, oggi meri show in Parlamento, in occasione di valutazione del lavoro, anziché consegnare le chiavi per sette anni. E visto che siamo in tempo di nomine val la pena ricordare che cotanti poteri richiedono competenze e professionalità, soprattutto perché la nuova Agcom dovrà decidere in tempi brevissimi su asta delle frequenze, copyright e ultimo miglio. Gentiloni assicura: “Noi del Pd metteremo in Agcom gente competente, mi preoccupano gli altri”. Si passa poi a un altro cruciale, quello dell’agenda digitale, di cui avevamo già parlato in un caffè con Deborah Bergamini. Gentiloni conferma l’importanza della sfida e il “clima favorevole” creato dal governo Monti, ma chiarisce: “L’agenda digitale è una marea di cose, ma non chiediamole né infrastrutture né di risolvere la questione del copyright”. Un dubbio sorge invece sulla cabina di regia “troppo pesante, serviva una persona unica e un unico ministero competente”. In ogni caso il testo unico che sintetizzerà le due proposte attualmente esistenti “potrebbe essere la base velocizzatrice di un inevitabile decreto del governo”, anche se è difficile che il ‘Digitaly’ arrivi a giugno, visto che il Parlamento sarà impegnato con la ex Finanziaria, più probabile che arrivi in aula a fine agosto per essere approvato, si spera, entro settembre. L’auspicio è che l’agenda digitale diventi una legge annuale con una cornice. Serve poi uno “switch off per il cartaceo”, con un programma articolato, certo, ma altrimenti il digitale non avrà mai l’impulso che gli si richiede. E ancora, la digitalizzazione della PA e un provvedimento sull’Iva, perché “non è possibile che un paese che vive sul commercio sia penultimo in Europa per l’e-commerce”. Finita qui? Macché. Serve un vincolo serio sui contratti di servizio alla Rai che deve fare la sua parte: in sostanza “dobbiamo convincere la Rai a essere la Bbc” e partecipare così all’educazione digitale. I tempi d’azione dell’agenda digitale, per Gentiloni, dipendono da digitalizzazione PA e mix e-commerce & m-payment, sul quale dice: “Facciamo su m-payment degli standard unici per far fare il botto al paese dei telefonini”. E sullo scorporo della rete guarda con perplessità all’allontanamento di Telecom dal progetto di Gamberale, cui invece si sta avvicinando Telecom, perché il principio è “ce n’è per tutti”. Ultima battuta sulla Rai: “E’ l’unica grande azienda produttrice di contenuti culturali che non dovrebbe avere paura della rete”.

Il corso “Comunicazione lobby e politica“, organizzato da Running in collaborazione con Reti, si propone di formare la figura professionale del lobbista, un professionista in grado di rappresentare interessi costituiti e di influenzare la percezione, la presentazione e la definizione delle politiche presso le Istituzioni nazionali ed europee.

Sviluppare la conoscenza dei procedimenti legislativi; trasferire competenze che permettano un dialogo con i policy makers (legislatori, autorità, soggetti regolatori); aiutare a decifrare i vari contesti politici con cui relazionarsi; trasmettere conoscenze e competenze utili alla ricerca di fonti affidabili di informazioni; sviluppare la capacità di dialogo e di creazione del consenso, utilizzando nuovi e vecchi media; trasferire gli strumenti idonei alla definizione di una azione di lobby sia diretta che indiretta: sono solo alcuni degli obiettivi del corso.

Il corso è suddiviso in moduli e prevede nozioni di carattere istituzionale, parlamentare, economico e di public affairs, in un’ottica attuale che prevede altresì l’utilizzo dei social network e dei new media quali strumenti utili per comunicare e creare consenso.

Per maggiori info contattare Stefano Ragugini
s.ragugini@retionline.it
tel. +39 06675451