Anna Paola Concia, parlamentare eterodossa del Partito Democratico, ex atleta, ex manager sportivo (è stata, tra l’altro, dirigente degli Internazionali di Tennis), non ha  dubbi su cosa significhi sport: il 3% del Pil italiano.

Lo sport è il dominio per eccellenza delle politiche pubbliche: è politica sociale, è politica sanitaria ed è politica economica. Eppure – è l’amara constatazione della deputata piddina – sembra che alla politica non importi granché. La politica, anzi – soprattutto a sinistra – mantiene da sempre un rapporto bipolare (nel senso di schizofrenico) con lo sport, ed il calcio in particolare: lo snobbano senza rendersi conto che, intanto, a Palazzo Chigi è arrivato il Presidente  del Milan.

Ma non è solo un problema di gauche caviar: la politica italiana (all’estero non è affatto così) non riesce proprio a vedere nello sport un’opportunità per razionalizzare la spesa della salute ad esempio, migliorare l’educazione scolastica, favorire forme di socializzazione sane tra adolescenti e, in definitiva, creare opportunità per le imprese. Ovvero fare dello sport – tutto, non solo del calcio – un asset economico nazionale.

Il peso economico dello sport, d’altronde, è già da tempo materia di studio accademico. Il prof Ruta coordina il FIFA Master in management sportivo alla Bocconi di Milano – spiega al Caffè con…Ebbene, dice, abbiamo nel Paese le risorse per formare nuovi e attuali dirigenti dello sport, ma il sistema sportivo italiano potrebbe essere più ricettivo e propositivo. Di che stupirsi, quindi? L’onorevole Concia, anzi, rilancia: i primi a cui bisognerebbe insegnare management sportivo – dice – sono i presidenti delle squadre di calcio.

Altra questione sollevata dai partecipanti: ma perché gli atleti nazionali sono praticamente tutti membri delle forze dell’Ordine? Beh – constata Concia – perché l’Arma garantisce loro un lavoro. All’estero non è così. D’altronde, all’estero, non ci sarebbe neppure stato bisogno di organizzare un Caffè con…per sottolineare la crucialità economico-sociale dell’industria sportiva: sarebbe stata pleonastico.

Twitter @kuliscioff

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Twitter e politica: in Italia cinguettiamo da poco, ma la mania sta invadendo rapidamente istituzioni, redazioni, case. E sta cambiando il nostro modo di comunicare. Per capire come, quanto e perché ne abbiamo convocato un “Caffè con…” d’eccezione, non uno ma quattro ospiti, tutti twitstar: Roberto Rao o @robertorao, deputato Udc e portavoce di Pierferdinando Casini, Roberta Maggio alias @ubimaggio, regina degli hashtag, Stefano Menichini, ovvero @smenichini, direttore del quotidiano Europa e Andrea Di Sorte (@andreadisorte), coordinatore nazionale dei Club della Libertà. In una diretta Twitter mai così vivace, come testimoniano le decine di messaggi al nostro hashtag #caffecon e le teste chine sugli smartphone dei presenti, tutti attivissimi sul social network, Massimo Micucci ha introdotto l’ormai rituale appuntamento mattutino organizzato da Reti e Running.

“Con la rete ho provato a uscire dal cono d’ombra in cui normalmente vive chi fa il portavoce. Ho trovato il modo di comunicare me stesso”, racconta Rao, che ci rivela come se ne sia poi innamorato anche il leader Udc: “Casini ormai gestisce l’account dal suo iphone, e si vede. Twitter è una grande opportunità: dà la possibilità ai politici di uscire dal palazzo, li costringe a entrare in contatto col mondo e rispondere alla gente anche a mezzanotte, anche se la platea è ancora molto elitaria”.  L’interazione, dunque, e non una fredda comunicazione dei propri impegni è l’atteggiamento giusto per un politico sulla rete: non si può, ribadisce Rao, abbandonare tutto per venti giorni e poi dire che domani si va in tv, pena il defollow di massa. Un altro vantaggio dei cinguetti? La mattina ci trovi la rassegna stampa fatta dagli utenti più attivi, anche se attenzione, non bisogna smettere di leggere i giornali o si rischia di diventare “parassiti”.

La parola a @ubimaggio, che attacca con la sua specialità: “Gli hashtag su Twitter ci danno la linea, ed è secondo me un segnale importante che ci sia, ogni giorno, almeno un tema politico”. E poi sì, belli quelli brillanti e divertenti, ma diciamoci la verità, l’hashtag è come la canzone popolare: buca quello che intercetta il sentimento comune, non necessariamente il più creativo. Una riflessione sui numeri: negli ultimi tempi l’Italia si è accorta di Twitter, e con la crisi politica e l’arrivo dei vip è diventato più pop. Inutile storcere il naso: “Sono più apocalittica che integrata, non credo che Twitter sostituisca Facebook così come non credo che l’arrivo in massa di nuovi utenti sia necessariamente un male”. Il vantaggio indubbio del social network è, comunque, la trasparenza: su Twitter si vede subito se scrive il politico o il suo staff.

“Twitter sta diventando un flusso essenziale da seguire nell’arco della giornata”, attacca Stefano Menichini, che però puntualizza: una lettura critica del mezzo dimostra che l‘hardware è ancora quello tradizionale, cioè spesso si appoggia su agenzie di stampa e tv all news. Qual è allora il vantaggio? “L’informazione arricchita da commento diventa subito flusso d’opinione”, dice il direttore di Europa. E come si pone un giornalista riguardo al cinguettio? Conta molto la credibilità professionale acquisita e l’esposizione personale. “La novità è che ci sono giornalisti che decidono quali temi del quotidiano devono finire sulla rete e come seguirli durante il loro sviluppo”. E per quanto riguarda la politica? Un esempio del rapporto innovativo che ha con Twitter è l’elezione del sindaco di Milano con il “vento” che ha sospinto Pisapia, ma attenzione che la mobilitazione reale nel paese non può essere supplita da quella su Twitter, come dimostra il flop di #occupyscampia.

Andrea Di Sorte lo ammette subito: il Pdl è in netto ritardo, rispetto ad altri partiti, sulla presenza nei social netowrk: colpa di una cifra originaria, risalente alla discesa in campo di Berlusconi, che li porta a privilegiare tv e giornali. “Twitter lo usiamo come termometro e strumento di comunicazione”, spiega, elencando quali sono invece, per lui, i vantaggi del mezzo: innanzitutto il contatto diretto con il politico, che qui è costretto a risponderti, mentre magari la mail della Camera non la legge nemmeno. “Su Twitter è nato per gioco “formattiamo il Pdl” che ha creato un certo movimento all’interno del partito”.

Numerosi e appassionati gli interventi dei presenti, per lo più comunicatori nei partiti, nelle aziende e nelle istituzioni. Si invita a riflettere sul fatto che “la gente usa ancora Google e Facebook per informarsi, per cui nel parlare di Twitter bisognerebbe tener presenti i numeri reali”. E il media editor Idv ci rivela che “capita che Di Pietro twitta direttamente e ci smonti la linea che avevamo impostato noi dello staff”. Altri leader, invece, non sono online e tutto sommato non è un male: Berlusconi e Fini appartengono ad altre generazioni, su Twitter non ci stanno bene. “Tra l’altro preferisco che i politici siano impegnati  a governare”, osserva Menichini, mentre Rao sottolinea che la presenza social non è tutto, ma una gamba del tavolo importante, che può essere utile come “spot” per un programma elettorale. Le potenzialità, insomma, sono tante: grazie alle sentinelle della rete è stato preparato un emendamento che ha bloccato il cosiddetto SOPA italiano. “Attenzione, non abbiamo ancora visto come si comporta la politica con Twitter in campagna elettorale”, avvisa Roberta Maggio. E Menichini rimarca: “Ci rendiamo conto che Twitter è solo una conversazione, con gli stessi rischi di degenerare e creare polemiche?” Poi avvisa ancora: “La rappresentazione della realtà che i giornali prendono da internet diventa una realtà a sua volta, è come per la tv”.

La politica italiana come una partita di scacchi. Antonio Polito, ospite del primo appuntamento di questa stagione del “Caffè con…” organizzato da Reti e Running, usa la metafora del gioco per spiegare la situazione attuale: Berlusconi si è ritirato nello stallo. Come se ne esce? Con la patta, ovvero lasciando stare e andando avanti fino alla fine della legislatura. Perché se per dieci mesi ci si organizza per mandare a casa il governo e non ci si riesce si rischia l’effetto contrario, sinistra avvisata. Per l’editorialista del Corriere della Sera dal 14 dicembre ad oggi stiamo vivendo una crisi virtuale, senza sbocco e con una paradossale stabilità: è la democrazia bloccata dei nostri giorni. C’è chi pensa che un potere non democratico – come la magistratura – possa aiutare: ma attenzione, ricorda il giornalista, nel ’92-’93 non ha funzionato.

Introdotto da Claudio Velardi, Polito ha avvisato i presenti: non ci sono elementi scatenanti per mandare a casa il governo, non essendoci le condizioni per un golpe interno al Pdl né per una mobilitazione civile più efficace di quella vista finora. Potrebbe il referendum, se la consulta lo approva. Ma se Berlusconi lo cavalcasse anziché avversarlo l’esito è tutt’altro che scontato. Superficiale, inoltre, l’opinione di chi vuole replicare la soluzione spagnola: qui manca la certezza sul futuro, non sappiamo nemmeno quanti schieramenti si presenteranno alle prossime elezioni, con un centro che potrebbe sdoppiarsi e la Lega che potrebbe affrancarsi dall’alleanza forte con il Pdl. E con questa legge elettorale 5 schieramenti al voto porterebbero a una maggioranza voluta da un numero esiguo di cittadini con il 55% dei seggi, costituendo un assurdo della democrazia. L’incertezza, anche a sinistra, è tra l’altro colpevolmente evidente anche sulla politica economica: nel 2005 l’Unione di Prodi era europeista e proponeva diversi nomi da candidare al ministro del Tesoro. Oggi si brancola nel buio.

All’intervento del giornalista del Corriere – che gli utenti di twitter hanno potuto seguire in diretta grazie all’hashtag #caffecon – hanno fatto seguito numerose e puntuali domande e osservazioni dei presenti, appartenenti al mondo delle professioni, della politica, delle aziende, delle associazioni di categoria, cui Polito ha risposto sottolineando come, di fatto, l’uscita di Fini dalla maggioranza l’ha messa in mano a dei ricattatori, ma ciò nonostante rimane improbabile un governo del Presidente, che avrebbe bisogno anche dei voti del Pdl. Ed è improbabile che il premier si accomodi all’uscita. La crisi di leadership, sottolineata da più parti, è per l’ex direttore del Riformista lo specchio della crisi della democrazia parlamentare rappresentativa, aggravata dal moltiplicarsi di forze politiche, media, lobby, “conversazione pubblica”. E in Italia, nella situazione attuale, una leadership non può far nulla se non cambiare: è qui, secondo Polito, il fallimento del Cavaliere, che è stato incapace di scommettere su se stesso.

Un’ultima parola per la piazza che tanto spazio e tanti dibattiti ha suscitato negli ultimi giorni: in Italia stiamo reagendo con la sindrome del padre triste. La realtà è che ci sono dei professionisti della protesta che sono entrati in azione, ma è bene sottolineare che anche le vere ragioni del movimento degli indignados, non aiutare le banche e colmare i debiti pubblici con i soldi dei cittadini, sono le stesse dei Tea Party della destra liberista americana. Ed è un dato su cui riflettere.

Reti si appresta a una doppietta: i prossimi appuntamenti con il “Caffè con”sono:

il 16 novembre con Augusto Valeriani, autore di “Twitter Factor. Come i nuovi media cambiano la politica internazionale

il 17 novembre con Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione Province Italiane.

Ci vediamo, come sempre, puntuali alle 8.30! Per chiedere la tua partecipazione invia una email a reti@retionline.it

Il video dell’incontro

Per vedere i video degli altri Caffè con… visita il nostro canale YouTube

Tremons

On 8 luglio 2011, in nota politica, by admin

Approvata dal Consiglio dei Ministri la manovra finanziaria. Di importo superiore a 70 miliardi spalmati in tre anni, il provvedimento ha aperto non pochi squarci nella maggioranza. I tagli alla spesa e le nuove imposte, infatti, non trovano concordi né il Pdl né la Lega. È probabile quindi che, pur mantenendo i saldi finali, la manovra venga emendata in Parlamento, in particolare per i tagli agli enti locali, il superbollo auto e l’imposta sui depositi finanziari.

Più che dai contenuti della manovra, tuttavia, l’attenzione di tutti è stata monopolizzata da una misura salva-Fininvest, apparsa a sorpresa alla vigilia della presentazione ufficiale del testo, e subito ritirata in virtù delle polemiche suscitate. Il provvedimento prevedeva la possibilità per un’impresa condannata in primo grado al risarcimento di una somma superiore a 20 milioni di euro di congelare il pagamento della sanzione sino al terzo grado di giudizio. La norma, se approvata, avrebbe permesso a Fininvest – condannata in secondo grado nella vicenda del così detto Lodo Mondadori al versamento di 750 milioni di euro all’editore Debenedetti – di annullare o rinviare il pagamento della sanzione.

Il fatto che il verdetto sulla vicenda che coinvolge l’azienda del Premier sia atteso proprio nei prossimi giorni, ha reso quanto meno intempestiva l’iniziativa. Il Ministro Tremonti ha pubblicamente respinto la paternità della norma ‘ad aziendam’, facendo intendere che la responsabilità dovesse essere ricercata dalle parti di Palazzo Chigi. Il Presidente del Consiglio, a sua volta, ha invece sostenuto – poi smentito dal ministro Bossi – che l’intero esecutivo ne fosse non solo a conoscenza ma anche favorevole.

Intanto, è stato richiesto l’arresto di uno dei più stretti collaboratori del ministro dell’Economia, l’onorevole Milanese, accusato di corruzione in un’inchiesta che coinvolge anche altri alti esponenti della Guardia di Finanza. L’inchiesta lambisce il Ministro Tremonti, al quale Milanese è da sempre molto vicino. Tremonti viene tirato in ballo in virtù di un appartamento di lusso, preso in affitto dall’inquisito in pieno centro storico, a Roma, dove appunto il Ministro si appoggia durante la sua permanenza nella Capitale. Tremonti ha tuttavia annunciato che, per ovvie ragioni di opportunità, lascerà quella casa.

Infine, la notizia a sorpresa: Berlusconi non si presenterà alle prossime elezioni del 2013. Il candidato del Pdl – ha annunciato il Premier in un’intervista a la Repubblica – sarà Angelino Alfano. Per il Quirinale – ha poi aggiunto Berlusconi – il nome giusto è Gianni Letta.

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Bye bye Palazzo Grazioli #bbPG

On 21 giugno 2011, in Eventi, by admin

Diciamo che è cominciato in Tunisia, e poi in Egitto e in Libia, Siria e pure in Iran. Quindi da noi, con i pastori di Cagliari, i tartassati di Equitalia, i silenti dell’Inps, i quorumisti del più imprevedibile, e dunque irriverente, risultato referendario dell’era secondo-repubblicana. Cambiamenti sostanziali, ma di che? Di regime, di prospettiva, di potere?

Diciamo che a cambiare è il ‘chi’ (detiene il potere), il ‘come’ (si esercita il potere), il ‘perché’ (si ambisce a conquistare il potere).

Il potere è di chi decide. E chi decide oggi in Italia? L’Onu, il G8, il Fondo monetario, i mercati, il Parlamento nazionale, le Istituzioni europee, gli enti locali, la Chiesa, le organizzazioni criminali, le multinazionali? O Berlusconi?

L’Italia è il Paese con la più alta penetrazione di social network: siamo in 20 milioni su Facebook. Meno su Twitter, ma ci fionderemo presto pure lì. Sono quelli – Facebook e Twitter – i  nuovi luoghi delle decisione?

Le ultime amministrative sono state una sorpresa: perdono i partiti, gli establishment, le organizzazioni complesse. Vince la mobilitazione spontanea, la partecipazione motivata da un bisogno di cambiamento riposto (talora ingenuamente) verso quello che, formalmente almeno, è apparso il più ‘altro’ – anzi, il più ‘oltre’ dell’offerta elettorale.

Ecco, oltre: è lì che vogliamo essere. Oltre la schizofrenica inerzia dell’ultimo ventennio di “transizione”; oltre la paura, l’immobilità, la deprimente arroganza degli establishment auto-conservativi.

Vogliamo essere lì dove già l’oltre è: nelle reti della politica vera, quella connessa alla realtà, non ostile al sovvertimento delle mappe mentali. Vogliamo essere nelle reti della creatività che crea, che guarda fuori di sé, che non si parla addosso, che non si auto-celebra. Nelle reti delle imprese visionarie e coraggiose, nei network di chi fa ricerca e innovazione - all’università, nella pubblica amministrazione, nel business - per costruirlo, l’oltre, non limitarsi a declamarlo, come diritto retorico acquisto.

Vogliamo essere oltre le zavorre – non solo ideologiche - da cui ci siamo lasciati tenere a terra (troppo a lungo, ormai). Ed oltre anche i topos fisico-residenziali della vita politica, mediatica, civile nazionale. Insomma, Bye Bye Palazzo Grazioli.

Lo diciamo con (auto)-ironia ed entusiasmo. Lo diciamo insieme ai tanti con cui abbiamo incrociato il cammino nei nostri primi dieci anni; e lo diciamo con i nuovi  amici che, come noi, la strada dell’oltre, hanno già deciso di imboccarla.

Lo diciamo con tutti voi. Lo diciamo con il Bye Bye Palazzo Grazioli Twitter Party, il 30 giugno sulla Terrazza Reti.  E su twitter lo diciamo così: #bbpg

“Vedi Alfano, fare il delfino di un pescecane è un mestiere rischiosissimo”. Battuta d’alemianamente strepitosa  - se ne converrà. Battuta che,  del ventennio più schizofrenicamente immobile che al nostro paese sia capitato la ventura di vivere, riassume con inusitata lucidità le ragioni del fallimento: il cannibalismo consustanziale alla forma leaderistico-plebiscitaria che non ha connessione nel reale, che non ha dimensione altra che il sé.

La politica – nelle forme e nei contenuti – in questo ventennio non è stata affatto rivoluzionata ma devastata, sostituita da una comunicazione non referenziale, non esperienziabile. Sostituita cioè dal vuoto, che è cosa diversa dalla immaterialità della parola. Le parole, anzi, in politica contano eccome. Contano perché o sono atti performativi o non sono. Ma il ventennio testé trascorso di fattuale ha prodotto zero, il deserto. Come la leadership del delfino che il pescecane si mangerà.

Le parole sono importanti, in politica. Gianluca Giansante al tema ha dedicato un libro, da poco edito per Carocci, che non parla (solo) agli addetti ai lavori ma sostanzialmente a tutti noi. Perché tutti noi siamo immersi nei social, e i social sono più che una rete, più che una piazza: sono le forme e gli strumenti contemporanei della decisione. E nei social le parole si usano, si manipolano, si consumano. Si fanno esse stesse politica, consenso, (dis)-informazione.
Le parole, in politica, sono importanti, già. Lo sono, però, se restano. E restano se diventano fatti, azioni, scelte.  

E adesso facciamo un gioco – diciamo – savianesco: l’elenco dei politici italiani contemporanei che alle parole hanno fatto corrispondere una trasformazione del reale. Ecco, viene in mente qualcuno?

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Dopo la sconfitta elettorale, sia per il Pdl che per la Lega è tempo di un cambio di marcia. Berlusconi persegue due obiettivi: rimotivare la base del partito e far incassare al governo un risultato concreto e simbolicamente cruciale, la riduzione delle tasse.
Da qui le seguenti iniziative: la designazione dell’attuale Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a capo della Segreteria del partito, il nuovo organo esecutivo del Popolo delle Libertà, ed il vertice di maggioranza per il rilancio dell’azione di governo.

La novità sulla governance del Pdl è stata accolta con diffidenza: a dispetto del prestigio formale della carica, infatti, la leadership del partito continuerà ad essere in mano al Presidente. Non di vera innovazione si tratterebbe, dunque. E tuttavia della necessità di un rinnovamento nel partito si parla ormai apertamente anche all’interno del Pdl dove infatti, per la prima volta, si ventila l’ipotesi di affidare la selezione dei candidati al metodo delle primarie. Insomma, si comincia a ragionare apertamente sull’oltre Berlusconi, non essendo però ancora arrivati al ‘dopo’.

Sul piano dell’azione di governo, intanto, montano le difficoltà tra gli alleati: la Lega insiste con il decentramento dei Ministeri, iniziativa, questa, che appare ai più bizzarra e sostanzialmente inopportuna: una proposta apparentemente avanzata apposta per sollevare problemi al Cavaliere, più che ad alimentare le aspettative della base leghista.
Dall’altra parte, Berlusconi non riesce ad incassare l’ok di Tremonti al taglio delle tasse: i conti non lo permettono, insiste il Ministro dell’Economia all’unisono con la Commissione europea che, proprio in questi giorni, ammonisce l’Italia ad investire un’eventuale disponibilità finanziaria extra nel taglio del debito e nella riduzione della spesa.

È in questo stallo sostanziale che domenica e lunedì gli italiani saranno chiamati ad esprimersi su 4 referendum abrogativi: due sulla privatizzazione della gestione dei servizi idrici, uno sul nucleare, uno sul legittimo impedimento. Perché i referendum siano validi sarà necessario il raggiungimento del quorum del 50%+1 degli aventi diritto. Obiettivo, questo, difficile (ma non impossibile) da raggiungere. Il governo ha promosso l’astensione, rinunciando a difendere la scelta del NO all’abrogazione delle leggi da lui stesso approvate. Questo porta a ritenere che se invece il quorum venisse raggiunto si tratterebbe di una nuova, politicamente significativa, sconfitta di Berlusconi. In tal caso potrebbero aversi conseguenze politiche significative; tra queste l’ipotesi di un nuovo governo tecnico.

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Non è (più) un paese per vecchi

On 31 maggio 2011, in nota politica, by admin

Perde Milano, viene sconfitto a Napoli: per Berlusconi queste elezioni amministrative sono state una débâcle; per la politica italiana, in generale, il probabile avvio di una nuova stagione.

A Milano, dove il centro destra ha governato ininterrottamente negli ultimi 20 anni, vince il candidato della coalizione di centro sinistra, un ex comunista borghese come l’avvocato Giuliano Pisapia, mentre a Napoli, l’imprenditore scelto da Berlusconi per sfidare il centro sinistra, sino ad allora maggioranza in città, viene sonoramente sconfitto dall’ex magistrato, nonché Parlamentare europeo dell’Italia dei Valori, Luigi De Magistris, il politico ‘anti-politico’ che ha promesso di riportare a Napoli la legalità.

Il Pdl comunque viene sconfitto nella quasi totalità delle città dove si sono svolte le elezioni. Al nord però perde anche la Lega. In generale quindi, è la coalizione di governo a risultarne indebolita. Sul fronte opposto tuttavia va registrata la non-vittoria del Pd: né a Napoli né a Milano, infatti, a vincere sono stati i candidati proposti dal principale partito di opposizione, bensì personaggi in qualche modo estranei agli establishment partitici, e comunque riconducibili a partiti appartenenti alle ali estreme dell’opposizione.

La vittoria di Pisapia avrà un forte impatto anche sugli assetti del potere economico non solo della ‘capitale morale’ d’Italia: il nuovo Sindaco potrebbe infatti dar seguito alla proposta avanzata in campagna elettorale e creare una nuova holding pubblica che raggruppi le diverse società partecipate o possedute dal Comune. Tra i potenziali candidati al vertice del nuovo gruppo si fa il nome dell’ex ad di Unicredit, Alessandro Profumo, da sempre vicino al centro-sinistra milanese.

Il cambio al vertice di Palazzo Marino, inoltre, non sarà privo di conseguenze, oltre che per gli organigrammi del management pubblico locale, anche rispetto alla mappa del potere economico privato: la perdita di centralità del blocco economico che ha sostenuto la Moratti potrebbe infatti aprire (o ri-aprire) alcune partite di grande rilievo, come ad esempio quella per Expo 2015.

Se a Milano la prospettiva sembra destinata ad essere quella di una ‘rinascita tranquilla’ della città, a Napoli il nuovo sindaco promette invece una ‘rivoluzione’, una radicale cesura col passato affarista: la strada che l’ex Pm intenderà seguire, ed i blocchi sociali a cui intenderà appoggiarsi per realizzare il prospettato cambiamento, rimangono tuttavia ancora poco decifrabili.

In generale, l’impatto della sconfitta sul governo nazionale non si manifesterà con una immediata rottura della coalizione e, di conseguenza, con una fine anticipata della legislatura. È improbabile tuttavia che Berlusconi riesca ad impartire all’esecutivo una credibile accelerata riformatrice. Lo scenario più realistico sembra pertanto quello prospettato già da alcuni ammiccamenti tra il Pd e la Lega, ovvero un negoziato tra il partito di Bossi e l’opposizione per un piano di governo alternativo finalizzato all’approvazione di una nuova legge elettorale e di una riforma fiscale che permetta di alleggerire le tasse su imprese e famiglie.   Condizione per la realizzabilità del progetto, ovviamente, la sostituzione di Berlusconi nel ruolo di Primo Ministro.

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Sbroccati

On 27 maggio 2011, in nota politica, by admin

I ballottaggi di Milano e Napoli monopolizzano la ribalta politica della settimana appena trascorsa.

A Milano, il sindaco uscente, Letizia Moratti, sconfitta al primo turno dal candidato della sinistra Giuliano Pisapia, promette misure cattura-consenso last minute: l’abolizione di Ecopass – la congestion charge introdotta dalla sua stessa amministrazione ad inizio mandato – ed il condono delle multe automobilistiche. La candidata di centro-destra, tuttavia, pare ormai destinata alla sconfitta. Questa oltretutto la percezione anche all’interno del suo entourage: lo stesso Presidente Berlusconi, ospite mercoledì di Porta a Porta, ammette la possibilità di una sconfitta (anche a Napoli), attribuendone tuttavia la responsabilità alla debolezza dei candidati.

La Lega intanto mette sul piatto una fiche sino ad ora inedita: il trasferimento dei ministeri economici da Roma al Nord. Inizialmente appare una boutade (l’elettorato padano, più che una simbolica opportunità di lavoro pubblico è tradizionalmente più sensibile a politiche economiche filo- nordiste). A dispetto delle reazioni contrarie dell’intero Pdl, tuttavia, Bossi e Calderoli non mollano il tiro, anzi rilanciano, ventilando addirittura un progetto per il decentramento della Presidenza della Repubblica.

Cosa si nasconde dietro la strategia leghista? È possibile che dietro la improvvisa battaglia per la ‘padanizzazione’ dei ministeri vi sia in realtà un obiettivo politico immediato: aumentare la posta nella negoziazione con Berlusconi. Non è un mistero infatti che la Lega dia il Presidente del Consiglio prossimo all’uscita di scena. In questa fase dunque l’appoggio leghista al governo assume un peso politico cruciale. Porre a Berlusconi richieste sostanzialmente irricevibili serve dunque a mettere il leader del Pdl nell’angolo, o meglio: nelle mani, appunto, dell’alleato-competitor leghista.

La sconfitta del Pdl comunque sembra ormai lo scenario più probabile anche a Napoli dove il candidato dell’Idv, Luigi De Magistris, ha saputo tenere sino all’ultimo l’immagine di candidato della ‘svolta partenopea’, incassando endorsement tanto significativi quanto inattesi: tra questi, anche quello dell’ex Presidente di Confindustria,  il napoletano già berlusconiano Antonio D’Amato.

Anche a Napoli, come a Milano, la campagna elettorale è stata scandita da toni sopra le righe e persino da episodi di violenza, come il rogo divampato nella notte di venerdì nella sede del comitato elettorale del candidato del Pdl, Lettieri.

Tra le altre notizie significative per la politica italiana segnaliamo il negative outlook di Standard & Poor’s sul credito sovrano del nostro paese. Pur confermando il merito di credito l’agenzia di rating prevede per l’Italia un rischio deterioramento di breve-medio termine riconducibile all’instabilità politica.

Ha destato sconcerto generale, infine, il ‘colloquio informale’ del Presidente del Consiglio italiano con il Presidente Barack Obama, durante il G8 di Deauville. La democrazia italiana – ha spiegato Berlusconi al Presidente Usa in uno scambio di battute off the records (carpito dalle telecamere ed immediatamente rimbalzato sul web) – è ostaggio dei giudici di sinistra.

Unanime la disapprovazione in Italia per la sì poco istituzionale e lucida esternazione del Capo del Governo in un consesso internazionale.

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Vento di cambiamento

On 17 maggio 2011, in nota politica, by admin

48,04% contro 41,58%. Tenete a mente questo dato: è il risultato ottenuto a Milano, rispettivamente, dal candidato della sinistra, Giuliano Pisapia, e dalla ‘moderata’, Letizia Moratti. Per il centro-destra, una débâcle. Per Berlusconi, una umiliazione. Il Presidente del Consiglio, che aveva chiesto di fare di questo voto un referendum su di lui ed il governo, ottiene in risposta la più sonora ed esplicita bocciatura della sua ormai tramontante carriera politica.

Aveva chiesto al ‘suo’ popolo di mandare alla sinistra un segnale inequivocabile della sua inossidabile forza politica: ‘datemi più voti delle 50.000 e passa preferenze rastrellate cinque anni fa’ – aveva detto a Milano nell’ultimo di una serie di comizi a sostegno della candidata Moratti. Ebbene, ne ha ottenute meno di 30.000. Un segnale “inequivocabile”, appunto.

Non è stata vittoria al primo turno – come assicurato dal Presidente del Consiglio nonché capolista Pdl a Milano – ma ballottaggio tanto nel capoluogo lombardo quanto a Napoli. A dispetto del risultato finale che conosceremo solo tra due settimane, il dato politico del voto espresso nella berlusconia del nord e nella capitale internazionale della monnezza può dirsi ormai tratto: aldilà di ogni ragionevole dubbio, Berlusconi ha perso.

Come ha perso la sua sfida politico-culturale il Terzo polo: a Milano ottiene poco più del 5%, nonostante il dignitoso candidato ex pidiellino, Manfredi Palmeri. Un risultato che condanna l’avventura terzista di finiani e centristi alla probabile dissoluzione, e non solo al Nord: l’atteso esperimento di Latina dove Fli appoggiava la lista fascio-comunista guidata dallo scrittore Pennacchi, a dispetto della grande visibilità mediatica, ha ottenuto un umiliante 1%. Solo a Napoli il candidato terzista, l’ex rettore Pasquino, ottiene un consenso tale da mantenerlo ancora in pista per il ballottaggio: il 9%. Un tesoretto di voti spiegabile probabilmente  più che con la mobilitazione dell’elettorato d’opinione con la convergenza del voto organizzato dai ‘grandi elettori’ del capoluogo partenopeo, ovvero il neo-centrista De Mita ed il futurista Bocchino.

È improbabile che a Napoli come a Milano finiani e centristi possano concordare sulla linea da adottare al secondo turno: di certo, ad esempio, Casini non potrà dare il proprio appoggio all’ex Pm De Magistris né al proto-comunista Giuliano Pisapia mentre è difficile credere che il partito del falco anti-berlusconiano Bocchino possa finire con l’abbracciare proprio nella sua Napoli il candidato berlusconiano, Gianni Lettieri, che oltretutto, il rais pidiellino locale, il controverso Nicola Cosentino, ha già ammantato della sua bandiera, ed analogamente è improbabile che almeno il vertice nazionale di Fli possa accettare a Milano un eventuale accordo con la Moratti rinunciando così a realizzare la tanto attesa svolta anti-berlusconiana.

Da Milano, tuttavia, vengono anche altri segnali: la Lega non sfonda, anzi perde significativamente rispetto alle regionali del 2010 mentre il Pd ottiene un consenso sorprendente – primo partito, a pari merito col Pdl – probabilmente spiegabile con l’effetto-traino innescato dal candidato Pisapia.

Altro segnale peculiare, la sconfitta degli establishment partitici partenopei: il Pd messo fuori gioco dall’alternativa populistico-forcaiola di Luigi De Magistris ed il Pdl che, a dispetto del sostegno incassato dal candidato Lettieri dai maggiorenti di quello che fu il potere bassoliniano  non vince né con-vince. Il ballottaggio potrebbe adesso consegnare il candidato berlusconiano alla più umiliante delle sconfitte, qualora – come pare probabile – i voti del Pd andranno all’ex Pm, il candidato che promette di “ripulire” una Napoli che di pulizia – simbolica e materiale – ha quanto mai bisogno.

Meno significativi sul piano simbolico, ma non per questo meno sostanziali rispetto a quello politico, i dati elettorali di Torino e Bologna. In nome della continuità con la ‘buona amministrazione’ di Sergio Chiamparino, la vittoria al primo turno del compagno di partito Piero Fassino che eredita una Torino vivificata dal neo-rinascimento cultural-economico realizzato dalla giunta riformatrice del sindaco ex comunista.

Meno inequivocabile la vittoria – di un soffio – del candidato del Pd a Bologna dove, se il candidato della Lega, appoggiato dal Pdl, ottiene poco più del 30%, la vera sorpresa è rappresentata dal Movimento 5 stelle del comico anti-partitocratico Beppe Grillo, che conquista quasi il 10% dei consensi.

Che considerazioni ‘a caldo’ trarre? Ebbene, che spira vento di cambiamento in tutta la penisola. Un vento che potrebbe spazzare via qualcosa di più strutturale e profondo che il semplice ‘potere berlusconiano’: una brezza che sembra infatti soffiare sull’intero establishment politico che ha contribuito a fondare, quindi a rendere così viziosamente inconcludente, la Seconda Repubblica che, nata sull’onda della rivoluzione anti-tangentara, ha finito con il perire sotto l’asfittico peso della corruzione, del conservatorismo, della semi guerra civile.

Queste elezioni, insomma, a dispetto delle peculiarità locali, sembrano segnalare l’esistenza di movimenti della società italiana destinati a modificare nel profondo mappa e natura del potere politico nazionale. Non avverrà domani. Ma il processo è innescato.

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