Nel corso del “Caffè con…” di oggi, Matteo Leonardi (REF-E) ed Andrea Debernardi (Studio Meta) hanno scoperto una miniera d’oro che abbiamo sotto i piedi soprattutto quando ci muoviamo, in auto, in treno e con i mezzi pubblici. Il complesso studio realizzato dai due autori è contenuto nel Working Paper n. 6 “Efficienza energetica nei trasporti: stato e prospettive” di REF-E
Non si tratta di chiacchiere e distintivo o di asfissianti proposte di decrescita. Non c’è bisogno di andare a cavallo, a piedi o in bicicletta (attività da promuovere e tipiche di una vita salubre) ma basterebbe, infatti, applicare le misure promosse dalle disposizioni comunitarie.
Occorre estendere il tema dell’efficienza energetica dalle lampadine e dai frigoriferi ai trasporti pubblico e privato: ci saranno vantaggi, non solo in termini di mancata emissione, ma anche di sostenibilità economica e di funzionamento della mobilità urbana.
Il rapporto evidenzia una duplice convergenza legislativa e tecnologica in atto che occorre riconoscere e sviluppare.
Sul piano regolatorio europeo, le ultime direttive indicano chiaramente l’inclusione dei trasporti nel computo degli obiettivi di efficienza energetica, assumendo che si possa ottenere un risparmio energetico (nella misura dell’ 1,5%). Il raggiungimento di tale obiettivo dipenderà non solo attraverso l’uso di rinnovabili e/o biocombustibili, ma anche da uno sfruttamento delle potenzialità di efficienza energetica in aree ancora non sufficientemente analizzate. Si pensi al trasporto elettrico (auto elettrica) che vede un riconoscimento di titoli di efficienza energetici basato sull’uso individuale del mezzo, senza allargare la prospettiva alle auto elettriche a noleggio con le quali, ad esempio, si potrebbe avere un risparmio energetico di 5 volte superiore rispetto all’auto usata da una sola persona. Altro esempio calzante può venire dal settore ferroviario, dove l’energia prodotta e distribuita dalle Ferrovie di Stato risulta non essere contabilizzata ma su base forfettaria. Una eventuale contabilizzazione aiuterebbe a definire carichi, costi reali ed anche politiche di marketing che tengano conto dell’ “efficienza”. Analogo discorso potrebbe valere anche per il car sharing le corsie pool car, e più in generale per tutte le politiche selettive di gestione dei limiti di velocità e di gestione della mobilità urbana. Basterebbe porsi delle semplici domande: Chi ha mai calcolato il valore in termini di efficienza energetica della Zona C? chi ha conteggiato la sostenibilità economica e ambientale derivante dall’uso di pneumatici ad alta efficienza?. Questi sono solo alcuni esempi delle direzioni verso cui muoversi e che le istituzioni dovrebbero raccogliere e tradurre in politiche concrete la green economy, sottraendola dalla semplice enunciazione di principi.
Massimo Micucci, Caterina Nigo
Sotto ai titoli violenti sul femminicidio troviamo discussioni non meno aspre sulle ragioni sociali e culturali, e persino sui numeri che riguardano la violenza sulle donne.
Ancora una volta le soluzioni indicate oscillano dalla repressione su internet, agli auspici di auto limitazione delle donne (!), fino ai gadget di sicurezza, braccialetti e chissà chips sottocutanei. Una confusione che riguarda anche i numeri dei responsabili di violenza sessuale e la capacità di assicurare questi criminali alla giustizia.
Il numero di autori accertati senza il ricorso all’analisi del DNA nel Regno Unito (unici dati disponibili) è del 17%. Col ricorso all’analisi del DNA questa percentuale è salita oltre il 41%, e da quando c’è anche un Database per il raffronto dei dati conservati la percentuale è salita al 78%. Visto che l’80% dei crimini sono commessi da recidivi ci vorrebbe poco ad ottenere gli stessi risultati della Gran Bretagna.
Credo non ci sia molto da aggiungere sulla efficacia della introduzione di questa metodologia nella lotta al crimine violento. Sugli omicidi in generale i dati son ancora più chiari. In Italia c’è una legge del 2009 che regola ed istituisce un laboratorio centrale presso una Banca Dati del DNA, ma mancano (udite udite) i regolamenti attuativi, che dovevano esser pronti nel 2010. Si sono acquistate tecnologie e un sito e per 10 milioni di euro, se ne sono già stanziati altrettanti per il personale ma il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non ha bandito le gare per il personale, né procedure per la raccolta. Insomma, nella scatole del Dap e nei server del Ministero della Giustizia non c’è nulla. Zero campioni prelevati e zero profili. Il nuovo governo potrebbe fare cosa utile ed una bella figura, invece di puntare all’ennesimo braccialetto inutile. Tra l’altro i campioni raccolti su indicazioni dei giudici, sono oggi presso i laboratori scientifici dei vari corpi e teoricamente sono fuorilegge.
Vogliamo discutere soltanto o vogliamo impedire che i violenti colpiscano ?
Corrado Passera difende strenuamente l’operato del Governo Monti. Anche disintossicato dalle stanze ministeriali, è fermamente convinto della portata innovativa e riformatrice di quella conclusa. Con due ombre: la scarsa capacità di comunicazione, che “ha creato qualche problema”. E il fallimento, prima ancora della nascita, del progetto politico che sognava. “Era molto di più di un ipotesi, puntavo alla creazione di un partito nuovo che continuasse e allargasse in maniera radicale l’esperienza del Governo Monti”, confessa l’ex ministro dello Sviluppo Economico, “Quell’ipotesi non si è realizzata ho detto no a opzioni che non mi convincevano”.
L’occasione per parlarne è il consueto appuntamento settimanale del “Caffè con…”. Il Governo Monti non sempre è riuscito a farsi capire. Ma Passera ha voglia di spiegarlo, ora, come fosse l’occasione per rispondere alle critiche mosse da quel novembre di due ani fa a oggi.
Ricordiamoci dov’eravamo nel 2011, ammonisce. L’Italia ha dimostrato di saper reagire, con un grande limite: quello di voler vedere gli effetti subito. Cento giorni, duecento giorni, non bastano a vedere i risultati di riforme che invece – l’ex ministro ne è sicuro – si dispiegheranno nel tempo. “Il Governo Monti ha preso in mano riforme che aspettavano da anni”, rivendica, “quando il paese non cresce per vent’anni, bisogna andare a fondo nel problema, gli effetti si vedranno poi. Aspettarseli subito è utopistico”.
Liberalizzazioni, semplificazioni, legge su start up sono le risposte ai problemi che sono stati individuati. In sostanza: la crescita di un paese viene da un insieme di cose e condizioni, e ci vuole una visione almeno di medio periodo. Che cosa ha fatto questo Governo? Circa 47 miliardi di progetti approvati è il record di Cantiere Crescita, sulle infrastrutture è stato fatto più che negli anni precedenti. Come? Il metodo è semplice: visione complessiva, insistere sugli obiettivi, trasparenza, coinvolgimento. Non sempre è facile. Dire di no a chi godeva di rendite accumulate è stato difficilissimo: nessuno, in fondo, vuole rinunciare al suo passaggio al livello, anche se averne un ciascuno è superfluo. Prendi i contribuiti al fotovoltaico: è stata una fatica spiegare che 170 milioni impiegati lì erano inutili. D’altra parte, non sempre le resistenze della burocrazia sono ingiustificate: spesso vengono anche da procedure sbagliate o mancanza di tecnologie . Esempio ad hoc, le Poste: tutti a dire che non funzionano, ma quando si è intervenuti per ridisegnare e correggere vincoli burocratici sono migliorate.
Bisogna superare le resistenze di quelli a cui “va bene così”, e in generale ridisegnare l’assetto istituzionale sul territorio perché il diritto di veto a tutti è troppo limitante. Arriviamo alle ammissioni di colpa: una delle cose che il governo non ha fatto abbastanza, a dir di Passera, è dare attenzione a tutto ciò che è terzo settore, cultura, no profit. Vero, aveva tante cose da fare, ma fare di più.
E per le aziende? Il problema di accesso al credito, per l’ex ministro, riguarda solo una parte delle imprese, e del resto uno dei primi provvedimenti era stato proprio trovare garanzie pubbliche per il credito alle pmi. Per Passera “Se si risolve problema dei debiti della PA e si forza anche i privati a pagare in tempi utili, l’indebitamento si sgonfia di parecchio”. Uno dei tantissimi ospiti in sala chiede del ruolo dello Stato. “Io sono in generale per una progressiva disintermediazione di stato e politica, ma lo dico da ex ministro”. A una domanda sul rapporto Giavazzi ritorna un tono non proprio sereno: “Io l’avrei pubblicato, perché così, anche se poi qualcosa è venuto comunque fuori, si è creata una aspettativa superiore alla realtà. In fondo, il rapporto Giavazzi era puramente pratico, non teorico”. Si torna nello specifico con i trasporti: se ci fossero i soldi bisognerebbe investire nelle Ferrovie per accelerare l’innovazione, mentre sul piano aeroporti osserva che “lo si aspettava da anni, è stato utile dare delle linee guida”. Anche sulle frequenze tv rivendica il lavoro svolto: sarebbe stato impensabile regalarle, è iniziato invece un lungo percorso di revisione regolamento gara. Per la partenza è questione di settimane, l’Agcom ha mandato una sua proposta su cui si attende l’ ok europeo.
Sulla Robin tax, Passera ricorda che ai tempi si era espresso contro, perché pesava anche su accesso al credito. Ma bisogna essere realistici: se si toglie bisogna decidere come coprirla finanziariamente. Veniamo al mea culpa sulla comunicazione del Governo: premesso che tutti i governi sono politici, “non siamo stati molto efficaci e ha avuto dei costi”. Ma “nessuno di noi aveva mai fatto sto mestiere”, aggiunge in fretta, quasi a giustificarsi. La palla ora è passata al suo successore, Zanonato: “Mi ha fatto un’ottima impressione”. Il lavoro da fare è ancora tanto.
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