Trasporti: la miniera dell’efficienza

On 19 giugno 2013, in caffè con, by admin

Nel corso del “Caffè con… di oggi, Matteo Leonardi (REF-E) ed Andrea Debernardi (Studio Meta) hanno scoperto una miniera d’oro che abbiamo sotto i piedi soprattutto quando ci muoviamo, in auto, in treno e con i mezzi pubblici. Il complesso studio realizzato dai due autori è contenuto nel Working Paper n. 6 “Efficienza energetica nei trasporti: stato e prospettive” di REF-E

Non si tratta di chiacchiere e distintivo o di asfissianti proposte di decrescita. Non c’è bisogno di andare a cavallo, a piedi o in bicicletta (attività  da promuovere e tipiche di una vita salubre) ma  basterebbe, infatti, applicare le  misure promosse dalle disposizioni comunitarie.

Occorre estendere il tema dell’efficienza energetica dalle lampadine e dai frigoriferi ai trasporti pubblico e privato: ci saranno vantaggi, non  solo in termini di mancata emissione, ma anche di sostenibilità economica e di funzionamento della mobilità urbana.

Il rapporto evidenzia  una duplice convergenza legislativa e tecnologica in atto che occorre riconoscere e sviluppare.

Sul piano regolatorio europeo, le ultime direttive indicano chiaramente l’inclusione dei trasporti nel computo degli obiettivi di efficienza energetica, assumendo che si possa ottenere un risparmio  energetico (nella misura dell’ 1,5%). Il raggiungimento di tale obiettivo dipenderà non solo attraverso l’uso di rinnovabili e/o biocombustibili, ma anche da uno sfruttamento delle potenzialità di efficienza energetica in aree ancora non sufficientemente analizzate. Si pensi al trasporto elettrico (auto elettrica) che vede un riconoscimento di titoli di efficienza energetici basato sull’uso  individuale del mezzo, senza allargare la prospettiva alle auto elettriche a noleggio con le quali, ad esempio, si potrebbe avere un risparmio energetico di 5 volte superiore rispetto all’auto usata da una sola persona. Altro esempio calzante può venire dal settore ferroviario, dove l’energia prodotta e distribuita dalle Ferrovie di Stato risulta non essere contabilizzata ma su base forfettaria. Una eventuale contabilizzazione aiuterebbe a  definire carichi, costi reali ed anche politiche di marketing che tengano conto dell’ “efficienza”. Analogo discorso potrebbe valere anche per il car sharing le corsie pool car, e più in generale per tutte le politiche selettive di gestione dei limiti di velocità e di gestione della mobilità urbana. Basterebbe porsi delle semplici domande: Chi ha mai calcolato il valore in termini di efficienza energetica della Zona C? chi ha conteggiato la sostenibilità economica e ambientale derivante dall’uso di pneumatici ad alta efficienza?. Questi sono solo alcuni esempi delle direzioni verso cui muoversi e che le istituzioni dovrebbero raccogliere e tradurre in politiche concrete la green economy, sottraendola dalla semplice enunciazione di principi.

Massimo Micucci, Caterina Nigo

Regolamentare l’attività delle lobby in Italia serve a sviluppare ulteriormente la democrazia e a combattere le caste, molto numerose in Italia ma che sono tutt’altra cosa. Rappresentare in modo corretto ogni istanza della società aiuta a ridurre i margini di azione di chi vuol far pesare in modo opaco i suoi interessi»: Claudio Velardi, lobbista e fondatore di Reti, tra le prime società specializzate nella Penisola, chiarisce così l’importanza delle attività lobbistiche e soprattutto sfata la diffusa convinzione che lobby sia uguale a poteri occulti. Intanto, però, in parlamento sono stati già presentati due disegni di legge (ddl) sul tema. Il primo, alla camera, suggerisce la creazione di registri delle attività di relazione istituzionale presso gli uffici di presidenza della camere, ipotesi ampliabile anche ad assemblee regionali, provinciali e comunali. Mentre il secondo testo prevede, in seno alla presidenza del consiglio dei ministri, una struttura che monitori la rappresentanza d’interessi. Le due proposte comprendono, rispettivamente, il divieto d’iscrizione al registro per chi è stato giudicato colpevole invia definitiva e l’incompatibilità per chi ha interessi pubblici e privati contrastanti (il cosiddetto divieto di revolving doors, ndr.

Domanda. Che cosa ne pensa dei due disegni di legge presentati?

Risposta. Vorrei che venisse approvata una legge che incoraggi in modo trasparente l’attività delle lobby. È sbagliato partire da una logica punitiva, finalizzata solo a controllare il settore e prevenire gli illeciti. Il vero spirito che dovrebbe animare la normativa è aprire al dialogo la pubblica amministrazione (p.a.), rendere più facile e in tempo reale, via web, lo scambio d’informazioni tra istituzioni e soggetti privati. Con una maggiore apertura e trasparenza si eliminano i coni d’ombra.

D. In parole povere?

R. Bisogna evidenziare lo scambio tra chi chiede qualcosa alla pubblica amministrazione e quello che risponde la p.a., cosa la stessa p.a. concede, quali documenti e numeri trasmette e a chi. Se questo scambio è trasparente, allora ne beneficiano tutti. Anche quei portatori d’interessi, come i giovani, poco ascoltati finora. Peraltro, è già obbligatorio consultare gli stakeholder nelle decisioni pubbliche ma è un obbligo spesso disatteso. Per questo, mi aspetto che il governo presenti un’ulteriore proposta, che andrà nella direzione del registro dei lobbisti già esistente al ministero dell’Agricoltura.

D. E questo tipo di sistema è sufficiente per evitareilleciti?

R. Il registro è uno strumento trasparente perché gliinteressati vi si possono iscrivere, dovendo specificare poi chi incontrano e per conto di chi. Gli iscritti avranno dei doveri ma anche dei diritti, per esempio poter accedere in via privilegiata e rapida ai documenti della p.a. Inoltre, non serve una legge per creare un registro; ogni ministero lo può istituire. In un’ottica liberale, l’iscrizione non dovrebbe essere obbligatoria, posto che la caratura etica resti fondamentale sia per gli iscritti come per i non iscritti.

D. Ma non si rischia così di lasciare tutto al libero arbitrio?

R. L’etica non può essere codificata da una legge, semmai è la politica che deve individuare e sanzionare gli illeciti. Comunque, la situazione italiana non può andare peggio di così, perché non c’è situazione peggiore di una non regolamentata.

D. Regolamentare le lobby è davvero una priorità per il governo in questo momento di crisi?

R. Il tema delle lobby arriva dopo la legge anticorruzione, che parla anche di traffico illecito d’influenze, e dopo la revisione dei finanziamenti ai partiti. A questi temi la regolamentazione dell’attività delle lobby si collega direttamente perché il lobbying è un sostegno alla democrazia e allo sviluppo, se fatto con positività e trasparenza.

D. Quali sono le lobby più forti in Italia?

R. Ce sono mille, da Confindustria al sindacato, dai movimenti alle grandi aziende, che cercano sempre di esercitare pressioni. Quella che conta di più, però, rimane la politica. I politici devono comporre tutti gli interessi e hanno l’interesse ad ascoltare tutti, prima di prendere la decisione migliore.

Intervista di Marco A. Capisani pubblicata su ItaliaOggi del 13 giugno 2013

Su una cosa sono d’accordo: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti non s’ha da fare. I perché sono prevedibilmente diversi, ma ugualmente rappresentano una pesante ipoteca sul successo del provvedimento cui sta lavorando il governo di Enrico Letta che, a questo punto è sicuro, se arriverà alla fine del suo percorso sarà comunque in una forma ben diversa dalla bozza vista finora.

Maurizio Bianconi e Antonio Misiani sanno quello che dicono quando parlano di soldi e partiti: sono tesorieri, rispettivamente, di Pdl e Pd. Quelli che tengono i cordoni della borsa, insomma, e che ospiti di “Un caffè con…” doppio, per una volta, hanno fatto l’elenco dei limiti del provvedimento in discussione.

L’analisi è impietosa e parte dal quadro generale, dal rapporto tra la politica e i soldi per nutrirla. Tutto sommato sorprende un po’ che Bianconi confermi che il Pdl sia contrario ai finanziamenti privati, e che allerti: se il funzionamento della democrazia attraverso i partiti così come dall’articolo 49 della Costituzione, attenzione, perché nessuno fa niente per niente.

Gli fa eco il collega del Pd, Misiani: lo Stato, dice, non può disinteressarsi di come i partiti si procurano i soldi, e amplia il discorso. Il punto per lui è restituire sovranità ai cittadini anche sul finanziamento, ma la libertà di scelta, sostiene, deve essere orientata, perché in sistemi come quello Usa dove il finanziamento privato alla politica è prassi consolidata finisce che chi mette i soldi detta l’agenda. Quindi, sostanzialmente, ok alla legge, ma senza prese in giro: il sistema del due per mille non funzionerà, pensa piuttosto alle possibilità offerte dal credito di imposta, servizi, voucher. Altro limite? La mancanza di un tetto alle donazioni che rischia di creare situazioni di pesante disequilibrio, perché “non tutti hanno dietro Silvio Berlusconi”. Volta e gira, si finisce sempre a parlar del Cav, anche se Bianconi chiarisce che i soldi al Pdl – 18 milioni – li ha prestati Forza Italia e non l’ex premier, e comunque il punto è un altro: fatto il tetto, trovato l’inganno, qualcuno escogiterà un sistema per bypassarlo.

Fioccano le domande e arrivano le risposte: ancora sul due per mille e il provvedimento del Governo Bianconi lamenta che la soluzione escogitata è una cosa “tipicamente clericale, un peccato veniale: tolgo il finanziamento e metto il due per mille, visto che è poco è meno grave”, e il punto in definitiva è uno soltanto, o si finanziano i partiti o non si finanziano. E seguendo la strada dei finanziamenti privati, il ruolo del partito sarà definito non da quello che dico ma dai soldi che porto, che poi è un po’ quello che nel Pdl già succede.

A chi gli cita l’esempio di Renzi, lancia ammonimenti: per Bianconi il sindaco di Firenze è “la sintesi del malcostume dell’Italia che è di centrodestra ma fa tanto figo esser di sinistra”.  E si concede una battuta: Renzi ha il gusto della battuta come Berlusconi, ma non ha la sua gioia per la vita.

Cosa succederà ai partiti? Misiani conferma che in ogni caso bisognerà rivedere la struttura partiti, che già ora è snella rispetto al passato. E, in ogni caso, se l’esperienza americana ci insegna che la trasparenza è condizione necessaria ma non sufficiente, lasciare le cose come stanno è l’errore peggiore da commettere.

Cambiare è necessario, ma Bianconi ammonisce: smettiamo di inseguire la gente e diciamo le cose come stanno, perché questa legge, così come impostata, insegue il beneficio dell’indulgenza. In sostanza, il costo della politica attraverso i partiti è un costo insopprimibile. E riprende Misiani: Enrico Letta non può parlare di abolizione ma di riorganizzazione del finanziamento pubblico. Il Governo è avvisato.

Distinguere i lobbisti, quelli veri, da personaggi improbabili e impreparati. Il problema è tutto lì, in una confusione che getta ombre su un’intera categoria funzionale alla vita democratica. Il Ministro alla Funzione Pubblica Giampiero D’Alia lo dice chiaramente: dobbiamo guardare al modello statunitense e europeo, perché è ora di fare qualcosa. La lobbying è una realtà, e va affontata, senza pregiudizi e preconcetti.

L’occasione per discuterne è la presentazione di “Trafficante sarà lei!” di Massimo Micucci, uno dei principali lobbisti italiani, e Santo Primavera, giovane studioso della materia, al dipartimento della Funzione Pubblica. Il libro era in programma già da tempo ma l’argomento oggi è quanto mai scottante:nell’ultimo Cdm il governo Letta ha annunciato un provvedimento sulla regolamentazione dell’attività di lobbying, assecondando una richiesta sospesa ormai da tempo e dando seguito al primo passo compiuto dal ministero dell’Agricoltura che nella scorsa legislatura ha istituito l’albo dei lobbisti. Ma l’urgenza viene anche da un altro punto, tutt’altro che secondario.

“Innanzitutto – spiega il ministro – perché la legge anticorruzione ha previsto il reato di traffico di influenze illecite: bisogna dunque chiarire quale sia l’attività d’influenza ‘lecita’. In secondo luogo, la legge è necessaria perché nel momento in cui il governo si prepara ad abolire il sistema dei rimborsi ai partiti va regolato il rapporto tra mondo delle imprese e politica, a garanzia di chi fa attività di lobbying e di chi è chiamato a prendere decisioni pubbliche”. Per D’Alia bisogna adeguarsi alle normative che ci sono negli Usa e in altri Paesi europei, evitando così di confondere chi svolge questa attività con professionalità con chi lo fa in modo ‘improvvisato’. “E’ un dibattito nuovo per il Paese – ha concluso il ministro – ma va affrontato con serietà e chiarezza a garanzia di tutti”.

Introdotto da Claudio Velardi, moderatore dell’evento, anche Pierluigi Petrillo insiste sulla necessità di regolamentazione. Se ne discute da tanto, i tentativi ci sono stati e spesso sono stati anche osteggiati, perché a qualcuno la trasparenza non conviene. E mentre all’Agricoltura approvavano il registro dei lobbisti, il Governo introduceva il reato di traffico di influenze illecite. Ovvero, per dirla con le parole di Petrillo, docente  di Teoria e Tecniche di Lobbying Università Unitelma Sapienza, “Conoscendo il problema, per risolverlo, ne è stato creato uno maggiore”. Soprattutto se si considera che quell’ “illecite” è stato aggiunto solo dopo una lunga mediazione. Francesco Verbaro, docente alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, insiste sull’utilizzo distorto del termine lobby come sinonimo di poteri forti, corporazione, quando poi è tutt’altro e i guasti, se ci sono, sono lì come altrove. Gli fa eco Primavera, che taglia corto: in Italia si dice lobbisti per dire faccendieri. Eppure la ricerca di una definizione corretta, che trasmetta il vero senso del mestiere, va avanti dagli anni Settanta. Quali le prospettive? Mentre il Governo lavora al suo provvedimento, Primavera immagina una legge quadro sulla scia della 241 del 1990, che dia delle indicazioni e garantisca autonomia regolamentare per Camera e Senato, e poi anche per i consigli regionali. I tempi sono senz’altro maturi se, come racconta Micucci, i cittadini sempre più chiedono aiuto ad altri cittadini, piuttosto che alla istituzioni di cui non si fidano. La crisi della politica è evidente e i risultati delle amministrative sono solo un’ultima prova. E se proprio vogliamo parlare di traffico di influenze, allora parlare di lobby è guardare solo a una porzione del fenomeno, che avviene in primo luogo all’interno della stessa Pubblica Amministrazione, dove funzionari e dirigenti spesso hanno un potere enorme e a volte lo usano in maniera impropria. Non può prescindere dall’esigere trasparenza all’interno delle istituzioni, per prima cosa, e questo non vuol dire che la regolamentazione dell’attività di lobbying non sia necessaria. Anzi. Basta però tenere a mente che senza rappresentanza di interessi la democrazia non funziona.

In un Paese in cui la corruzione ha confini labili e pieni di penombre e zone grigie, nel mirino del legislatore finisce l’attività di lobbying, con l’introduzione – nella legge anticorruzione varata dal governo Monti – del “reato di traffico di influenze illecite”. L’aggettivo è stato aggiunto dopo una lunga mediazione, poiché all’inizio, complice un pregiudizio tutto italiano, era intenzione considerare reato qualsiasi “traffico di influenze”. Che, al netto delle degenerazioni illegali – e quelle sì, vanno punite – altro non è che la rappresentanza di interessi legittimi presso il decisore politico. La democrazia passa anche di qui.

E se tutti, in fondo, siamo lobbisti, nel momento stesso in cui peroriamo la nostra causa, grande o piccola che sia, l’etichetta negativa è stretta, e mal appiccicata. “Trafficante sarà lei!” è il libro di Massimo Micucci e Santo Primavera che, analizzando lo scenario italiano, spiega perché lobbying e corruzione sono due cose distinte che solo una lettura superficiale può accomunare. Con l’illecito recentemente introdotto ci si è affidati all’imposizione della norma giuridica per tutelare la giustizia, invece di promuovere il cambiamento dal basso, che esiste ed è attivo e vitale come dimostrano le tante proposte di (auto)regolamentazione dell’attività di lobbying nate in questi anni per mano dei diretti interessati.
Micucci, uno dei principali lobbisti italiani, e Primavera, giovane studioso della materia, tengono a mente l’importanza del rapporto tra cittadino e decisore, oggi sempre più distanti, nel sostenere che i lobbisti non sono dei trafficanti, e che identificare  l’attività di lobbying con il traffico di influenze illecite porta con sé il rischio gravissimo di impedire il confronto tra regolatori ai regolati.

E’ questo il nodo del dibattito che vedrà protagonisti Gianpiero D’Alia, Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Pier Luigi Petrillo, Professore di Teoria e Tecniche di Lobbying Università Unitelma Sapienza, Claudio Velardi, comunicatore e lobbista, e naturalmente gli autori. L’appuntamento è per mercoledì 29 maggio alle ore 17 presso la sala Tarantelli del Dipartimento Funzione Pubblica (Palazzo Vidoni,  Corso Vittorio Emanuele II  116, Roma).

Dopo il pedofilo pentito, il mazzettaro schermato, la prostituta redenta e via dicendo, abbiamo anche il portaborse di spalle che denuncia, alle Iene naturalmente e non ai magistrati, l’inaccettabile pratica delle lobbies che avrebbero a libro paga senatori e deputati.

Non dice chi sono, ma dice di che settori industriali si tratta e dà i numeri: “1.000, 2.000 anche 5000 al mese”. Stando a questa approfondita indagine giornalistica un senatore costa meno di una  olgettina, e verrebbe pagato in nero attraverso il suo assistente. Con tutti i sofisticati software di controllo sul contante sopra i 1000 euro come può sfuggire un comportamento del genere?

Indignazione generalizzata contro le lobbies che, quando non c’è di peggio, servono sempre. Ma questa è delinquenza o corruzione. L’attività di rappresentanza di interessi è davvero un’altra cosa. Il Presidente del Senato, che già aveva ringraziato le Iene per aver segnalato che alcuni suoi dipendenti timbravano il cartellino senza recarsi al lavoro, ha subito reagito dicendo che ha già presentato ulteriori norme anticorruzione e si augura che vengano approvate. Poi, ricordando che il Senato è pur sempre sotto la sua diretta responsabilità, ha fatto notare che  “con denunce anonime è difficile accertare”.

Un appello a tutti: adesso basta con le chiacchiere! Regolate l’attività di lobbying e di rappresentanza di interessi come in Europa. Bisogna agire, e fuori da ogni ipocrisia. Il malaffare si cela nella politica e nell’amministrazione quando resta totalmente in ombra e separata dalla realtà. Di questa separazione chi vuole approfitta per fare traffici. Basta aprire e semplificare.  Siamo in uno stato assurdo, in cui un gran commis superpagato si lamenta pubblicamente di dover cambiare lavoro.

Aprite porte, finestre e dati del Governo e del Parlamento. Si può fare subito.  Il  Ministero per Agricoltura (MIPAAF) ha già adottato un registro dei lobbisti semplicemente applicando la normativa che impone per tutte le leggi una analisi di impatto regolatoria e la consultazione degli stakeholders. Senza dover avviare l’iter di una nuova legge. Oggi c’è in quel ministero una procedura che garantisce di  sapere chi vuole che cosa e solo a chi sta in quella lista sono accessibili i documenti in elaborazione. Per di più alle domande degli stakeholders si garantisce una risposta. Stop.

Governo e Parlamento possono adottare una procedura analoga, tra l’altro applicando un criterio di trasparenza già esistente e largamente  disatteso. Alla presidenza del Consiglio si sta riscrivendola procedura dell’Analisi di Impatto regolatorio. Do it!  Nel giro di un mese, senatori e deputati potranno legittimamente sostenere una causa o un’altra, e i rappresentanti di interessi potranno esplicitare le loro richieste. Certo, i delinquenti che scambiano il loro voto ci saranno, ma la loro “esclusiva” perderà di valore: oggi tutto ciò che dovrebbe esser pubblico è privato e riservato a pochi (si pensi che i decreti elaborati dal Tremonti-Team venivano nascosti persino ai ministri interessati) e viceversa.

La trasparenza, l’apertura vera, la accessibilità sono la vera medicina. Il traffico di influenze esiste grazie al monopolio dell’influenza da parte di uno Stato padrone. Possiamo liberarcene  con deterrenti appropriati (anche per i decisori pubblici), ma soprattutto col vantaggio della partecipazione. Forse è proprio per non mettere mano al privilegio dell’informazione da parte della “mano pubblica” che si evocano i lobbisti, pur di tenere lontani i cittadini.

La Pubblica Amministrazione italiana è informatizzata? La digitalizzazione è in corso da ben 19 anni, solo l’anno scorso è arrivata l’Agenzia Digitale, in recepimento di quella europea, cui sono stati affidati compiti e responsabilità molto ampi. E Consip, intanto? Ne abbiamo parlato con l’amministratore delegato Domenico Casalino, ospite del consueto appuntamento settimanale “Un caffè con…”.

La recente evoluzione del contesto normativo ha rafforzato il ruolo di Consip come centrale di committenza, delineando 3 ambiti di intervento: programma di razionalizzazione della spesa, affidamenti di legge e atti amministrativi, procurement verticale per la Pa. Per capire di che cifre parliamo, basti pensare che la spesa diretta per l’ICT nel prossimo quinquennio è pari a 26 miliardi di euro, di cui circa 10 per gare nel 2013-2014.

Sta di fatto che intanto l’agenda digitale è indietro su molti temi, come quello dei pagamenti elettronici. Nella PA ci sono residuati bellici, dice Casalino, che ce li rendono impossibili. O possiamo prendere per esempio la giustizia digitale, dove pure ci sono tante resistenze. E nel settore ricerca e innovazione gli appalti sono un po’ i motori della ricerca applicata. Per farla davvero, l’agenda digitale, bisognerebbe riorganizzare le responsabilità declinate oggi in una miriade di soggetti pubblici, tenendo presente che l’agenda digitale è incaricata di dare le indicazioni strategiche, domani anche quelle regolatorie. E l’affare è grosso: parliamo di una spesa per l’Ict di 5,3 miliardi di euro l’anno, con la spesa indiretta arriviamo a dieci: ma se guardiamo alla digitalizzazione i risultati non si vedono. Anche perché il 20% del budget, racconta l’ad Consip, non si traduce in risultati, soprattutto per gare bloccate, rallentate o annullate, nonché per le difficoltà di governo dei progetti complessi.

Dal primo luglio il public procurement diventerà per Consip l’esclusiva missione, con la cessione del ramo d’azienda per l’informatica a Sogei. E “dal primo aprile bandiamo tutte le loro gare”, sottolinea Casalino , ricordando a tal proposito i numeri di Consip: quasi 32 miliardi di euro di gare bandite, più di mille ricorsi ricevuti, solo due persi, l’ultimo nel 2005. “Ci impegniamo a garantire un sistema equilibrato di ruoli e responsabilità tra policy maker, soggetti abilitanti e responsabili del raggiungimento degli obiettivi”. E sempre sulle gare, sottolinea le cautele prese per tutelare le pmi italiane e non farle schiacciare dalle realtà più grandi: dal 2005 gare tarate sulla capacità produttiva del sistema italiano e per i servizi si valuta l’offerta economicamente più vantaggiosa e mai il prezzo più basso.

Per quanto riguarda il rapporto tra Consip e Agenzia Digitale, “a fronte di quadro giuridico molto complesso abbiamo adottato un approccio estremamente pragmatico” spiega “Dialoghiamo ogni giorno, loro sono regolatori e strateghi, noi realizzatori di progetti trasversali. “Se attendessimo ogni decreto attuativo non ce la faremmo mai”, confida. Realizzare progetti complessi ICT con gli strumenti ordinari potrebbe richiedere anni, ma Consip renderà disponibili accordi quadro in grado di accelerare. E sul cloud, fa presente che a volte nella PA più che Ced si vedono piccole sale macchine negli scantinati.  La strategia dell’agenzia è quella di aggregare i CED e quindi Consip sviluppa acquisti cloud, poiché le regole tecniche ormai ci permettono di affrontare la criticità della sicurezza dei dati

Femminicidio, violenza e tecnologie

On 15 maggio 2013, in Quicktop, Reti, net affairs, by Massimo Micucci

Sotto ai titoli violenti sul femminicidio troviamo discussioni non meno aspre sulle ragioni sociali e culturali, e persino sui numeri che riguardano la violenza sulle donne.

Ancora una volta le soluzioni indicate oscillano dalla repressione su internet, agli auspici di auto limitazione delle donne (!), fino ai gadget di sicurezza, braccialetti e chissà  chips sottocutanei. Una confusione che riguarda anche i numeri dei responsabili di violenza sessuale e la capacità di assicurare questi criminali alla giustizia.

Il numero di autori accertati senza il ricorso all’analisi del DNA nel Regno Unito (unici dati disponibili) è del 17%. Col  ricorso all’analisi del DNA questa percentuale è salita oltre il 41%, e da quando c’è anche un Database per il raffronto dei dati conservati la percentuale è salita al 78%. Visto che l’80%  dei crimini sono commessi da recidivi ci vorrebbe poco ad ottenere gli stessi risultati della Gran Bretagna.

Credo non ci sia molto da aggiungere sulla efficacia della introduzione di questa metodologia nella lotta al crimine violento. Sugli omicidi in generale i dati son ancora più chiari. In Italia c’è una legge del 2009 che regola ed istituisce un laboratorio centrale presso una Banca Dati del DNA,  ma mancano (udite udite) i regolamenti attuativi, che dovevano esser pronti nel 2010. Si sono acquistate tecnologie e un sito e per 10 milioni di euro, se ne sono già stanziati altrettanti per il personale ma il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non ha bandito le gare per il personale, né procedure per la raccolta. Insomma, nella scatole del Dap e nei server del Ministero della Giustizia non c’è nulla. Zero campioni prelevati e zero profili. Il nuovo governo potrebbe fare cosa utile ed una bella figura, invece di puntare all’ennesimo braccialetto inutile. Tra l’altro i campioni raccolti su indicazioni dei giudici, sono oggi presso i laboratori scientifici dei vari corpi e teoricamente sono fuorilegge.

Vogliamo discutere soltanto o vogliamo impedire che i violenti colpiscano ?

Il ritiro all’abbazia di Spineto sarà sicuramente servito per compattare la squadra di Governo e per dettare alcune linee guida “comportamentali”. Ma al di là della scampagnata, le divisioni tra PD e PDL rimangono molte.
Un esempio? La nascita della nuova Authority dei Trasporti. Su cui ci sono posizioni completamente diverse. Al punto che per Altero Matteoli, Pdl, nuovo presidente della Commissione Lavori Pubblici del Senato non serve, mentre per Michele Meta, Pd, neo presidente della Commissione Trasporti della Camera, non è più rinviabile.
Matteoli, presidente della commissione che deve intervenire proprio nel processo di costituzione del nuovo organismo, sostiene che la nuova Authority non sia necessaria “perché c’è un Ministero e poi non tutte le autorità che abbiamo costituito in questi anni hanno dato risultati”. Per Meta, invece, la stessa authority “è attesa da almeno sedici anni in Italia” e “si tratta di una priorità per il nuovo Governo e il Parlamento, perché dobbiamo recuperare un ritardo rispetto agli altri Paesi europei” soprattutto alla luce dell’apertura del mercato ferroviario delle merci prima e dei passeggeri poi. L’uni il contrario dell’altro, insomma, con la necessità di arrivare a una posizione univoca che trovi entrambi d’accordo.
Non solo Imu e Ius Soli, quindi. Il Governo di “strada” ne dovrà fare molta. E vedremo se ci sarà o meno un’Authority che saprà e dovrà regolamentarla.

Corrado Passera difende strenuamente l’operato del Governo Monti. Anche disintossicato dalle stanze ministeriali, è fermamente convinto della portata innovativa e riformatrice di quella conclusa. Con due ombre: la scarsa capacità di comunicazione, che “ha creato qualche problema”. E il fallimento, prima ancora della nascita, del progetto politico che sognava. “Era molto di più di un ipotesi, puntavo alla creazione di un partito nuovo che continuasse e allargasse in maniera radicale l’esperienza del Governo Monti”, confessa l’ex ministro dello Sviluppo Economico, “Quell’ipotesi non si è realizzata ho detto no a opzioni che non mi convincevano”.

L’occasione per parlarne è il consueto appuntamento settimanale del “Caffè con…”. Il Governo Monti non sempre è riuscito a farsi capire. Ma Passera ha voglia di spiegarlo, ora, come fosse l’occasione per rispondere alle critiche mosse da quel novembre di due ani fa a oggi.

Ricordiamoci dov’eravamo nel 2011, ammonisce. L’Italia ha dimostrato di saper reagire, con un grande limite: quello di voler vedere gli effetti subito. Cento giorni, duecento giorni, non bastano a vedere i risultati di riforme che invece – l’ex ministro ne è sicuro – si dispiegheranno nel tempo. “Il Governo Monti ha preso in mano riforme che aspettavano da anni”, rivendica, “quando il paese non cresce per vent’anni, bisogna andare a fondo nel problema, gli effetti si vedranno poi. Aspettarseli subito è utopistico”.

Liberalizzazioni, semplificazioni, legge su start up sono le risposte ai problemi che sono stati individuati. In sostanza: la crescita di un paese viene da un insieme di cose e condizioni, e ci vuole una visione almeno di medio periodo. Che cosa ha fatto questo Governo? Circa 47 miliardi di progetti approvati è il record di Cantiere Crescita, sulle infrastrutture è stato fatto più che negli anni precedenti. Come? Il metodo è semplice: visione complessiva, insistere sugli obiettivi, trasparenza, coinvolgimento. Non sempre è facile. Dire di no a chi godeva di rendite accumulate è stato difficilissimo: nessuno, in fondo, vuole rinunciare al suo passaggio al livello, anche se averne un ciascuno è superfluo. Prendi i contribuiti al fotovoltaico: è stata una fatica spiegare che 170 milioni impiegati lì erano inutili. D’altra parte, non sempre le resistenze della burocrazia sono ingiustificate: spesso vengono anche da procedure sbagliate o mancanza di tecnologie . Esempio ad hoc, le  Poste: tutti a dire che non funzionano, ma quando si è intervenuti per ridisegnare e correggere vincoli burocratici sono migliorate.

Bisogna superare le resistenze di quelli a cui “va bene così”, e in generale ridisegnare l’assetto istituzionale sul territorio perché  il diritto di veto a tutti è troppo limitante. Arriviamo alle ammissioni di colpa: una delle cose che il governo non ha fatto abbastanza, a dir di Passera, è dare attenzione a tutto ciò che è terzo settore, cultura, no profit. Vero, aveva tante cose da fare, ma fare di più.

E per le aziende? Il problema di accesso al credito, per l’ex ministro, riguarda solo una parte delle imprese, e del resto uno dei primi provvedimenti era stato proprio trovare garanzie pubbliche per il credito alle pmi. Per Passera “Se si risolve problema dei debiti della PA e si forza anche i privati a pagare in tempi utili, l’indebitamento si sgonfia di parecchio”. Uno dei tantissimi ospiti in sala chiede del ruolo dello Stato. “Io sono in generale per una progressiva disintermediazione di stato e politica, ma lo dico da ex ministro”. A una domanda sul rapporto Giavazzi ritorna un tono non proprio sereno: “Io l’avrei pubblicato, perché così, anche se poi qualcosa è venuto comunque fuori, si è creata una aspettativa superiore alla realtà. In fondo, il rapporto Giavazzi era puramente pratico, non teorico”. Si torna nello specifico con i trasporti: se ci fossero i soldi bisognerebbe investire nelle Ferrovie per accelerare l’innovazione, mentre sul piano aeroporti osserva che “lo si aspettava da anni, è stato utile dare delle linee guida”. Anche sulle frequenze tv rivendica il lavoro svolto: sarebbe stato impensabile regalarle, è iniziato invece un lungo percorso di revisione regolamento gara. Per la partenza è questione di settimane, l’Agcom ha mandato una sua proposta su cui si attende l’ ok europeo.

Sulla Robin tax, Passera ricorda che ai tempi si era espresso contro, perché pesava anche su accesso al credito. Ma bisogna essere realistici: se si toglie bisogna decidere come coprirla finanziariamente. Veniamo al mea culpa sulla comunicazione del Governo: premesso che tutti i governi sono politici, “non siamo stati molto efficaci e ha avuto dei costi”. Ma “nessuno di noi aveva mai fatto sto mestiere”, aggiunge in fretta, quasi a giustificarsi. La palla ora è passata al suo successore, Zanonato: “Mi ha fatto un’ottima impressione”. Il lavoro da fare è ancora tanto.

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