Sotto ai titoli violenti sul femminicidio troviamo discussioni non meno aspre sulle ragioni sociali e culturali, e persino sui numeri che riguardano la violenza sulle donne.
Ancora una volta le soluzioni indicate oscillano dalla repressione su internet, agli auspici di auto limitazione delle donne (!), fino ai gadget di sicurezza, braccialetti e chissà chips sottocutanei. Una confusione che riguarda anche i numeri dei responsabili di violenza sessuale e la capacità di assicurare questi criminali alla giustizia.
Il numero di autori accertati senza il ricorso all’analisi del DNA nel Regno Unito (unici dati disponibili) è del 17%. Col ricorso all’analisi del DNA questa percentuale è salita oltre il 41%, e da quando c’è anche un Database per il raffronto dei dati conservati la percentuale è salita al 78%. Visto che l’80% dei crimini sono commessi da recidivi ci vorrebbe poco ad ottenere gli stessi risultati della Gran Bretagna.
Credo non ci sia molto da aggiungere sulla efficacia della introduzione di questa metodologia nella lotta al crimine violento. Sugli omicidi in generale i dati son ancora più chiari. In Italia c’è una legge del 2009 che regola ed istituisce un laboratorio centrale presso una Banca Dati del DNA, ma mancano (udite udite) i regolamenti attuativi, che dovevano esser pronti nel 2010. Si sono acquistate tecnologie e un sito e per 10 milioni di euro, se ne sono già stanziati altrettanti per il personale ma il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria non ha bandito le gare per il personale, né procedure per la raccolta. Insomma, nella scatole del Dap e nei server del Ministero della Giustizia non c’è nulla. Zero campioni prelevati e zero profili. Il nuovo governo potrebbe fare cosa utile ed una bella figura, invece di puntare all’ennesimo braccialetto inutile. Tra l’altro i campioni raccolti su indicazioni dei giudici, sono oggi presso i laboratori scientifici dei vari corpi e teoricamente sono fuorilegge.
Vogliamo discutere soltanto o vogliamo impedire che i violenti colpiscano ?
Corrado Passera difende strenuamente l’operato del Governo Monti. Anche disintossicato dalle stanze ministeriali, è fermamente convinto della portata innovativa e riformatrice di quella conclusa. Con due ombre: la scarsa capacità di comunicazione, che “ha creato qualche problema”. E il fallimento, prima ancora della nascita, del progetto politico che sognava. “Era molto di più di un ipotesi, puntavo alla creazione di un partito nuovo che continuasse e allargasse in maniera radicale l’esperienza del Governo Monti”, confessa l’ex ministro dello Sviluppo Economico, “Quell’ipotesi non si è realizzata ho detto no a opzioni che non mi convincevano”.
L’occasione per parlarne è il consueto appuntamento settimanale del “Caffè con…”. Il Governo Monti non sempre è riuscito a farsi capire. Ma Passera ha voglia di spiegarlo, ora, come fosse l’occasione per rispondere alle critiche mosse da quel novembre di due ani fa a oggi.
Ricordiamoci dov’eravamo nel 2011, ammonisce. L’Italia ha dimostrato di saper reagire, con un grande limite: quello di voler vedere gli effetti subito. Cento giorni, duecento giorni, non bastano a vedere i risultati di riforme che invece – l’ex ministro ne è sicuro – si dispiegheranno nel tempo. “Il Governo Monti ha preso in mano riforme che aspettavano da anni”, rivendica, “quando il paese non cresce per vent’anni, bisogna andare a fondo nel problema, gli effetti si vedranno poi. Aspettarseli subito è utopistico”.
Liberalizzazioni, semplificazioni, legge su start up sono le risposte ai problemi che sono stati individuati. In sostanza: la crescita di un paese viene da un insieme di cose e condizioni, e ci vuole una visione almeno di medio periodo. Che cosa ha fatto questo Governo? Circa 47 miliardi di progetti approvati è il record di Cantiere Crescita, sulle infrastrutture è stato fatto più che negli anni precedenti. Come? Il metodo è semplice: visione complessiva, insistere sugli obiettivi, trasparenza, coinvolgimento. Non sempre è facile. Dire di no a chi godeva di rendite accumulate è stato difficilissimo: nessuno, in fondo, vuole rinunciare al suo passaggio al livello, anche se averne un ciascuno è superfluo. Prendi i contribuiti al fotovoltaico: è stata una fatica spiegare che 170 milioni impiegati lì erano inutili. D’altra parte, non sempre le resistenze della burocrazia sono ingiustificate: spesso vengono anche da procedure sbagliate o mancanza di tecnologie . Esempio ad hoc, le Poste: tutti a dire che non funzionano, ma quando si è intervenuti per ridisegnare e correggere vincoli burocratici sono migliorate.
Bisogna superare le resistenze di quelli a cui “va bene così”, e in generale ridisegnare l’assetto istituzionale sul territorio perché il diritto di veto a tutti è troppo limitante. Arriviamo alle ammissioni di colpa: una delle cose che il governo non ha fatto abbastanza, a dir di Passera, è dare attenzione a tutto ciò che è terzo settore, cultura, no profit. Vero, aveva tante cose da fare, ma fare di più.
E per le aziende? Il problema di accesso al credito, per l’ex ministro, riguarda solo una parte delle imprese, e del resto uno dei primi provvedimenti era stato proprio trovare garanzie pubbliche per il credito alle pmi. Per Passera “Se si risolve problema dei debiti della PA e si forza anche i privati a pagare in tempi utili, l’indebitamento si sgonfia di parecchio”. Uno dei tantissimi ospiti in sala chiede del ruolo dello Stato. “Io sono in generale per una progressiva disintermediazione di stato e politica, ma lo dico da ex ministro”. A una domanda sul rapporto Giavazzi ritorna un tono non proprio sereno: “Io l’avrei pubblicato, perché così, anche se poi qualcosa è venuto comunque fuori, si è creata una aspettativa superiore alla realtà. In fondo, il rapporto Giavazzi era puramente pratico, non teorico”. Si torna nello specifico con i trasporti: se ci fossero i soldi bisognerebbe investire nelle Ferrovie per accelerare l’innovazione, mentre sul piano aeroporti osserva che “lo si aspettava da anni, è stato utile dare delle linee guida”. Anche sulle frequenze tv rivendica il lavoro svolto: sarebbe stato impensabile regalarle, è iniziato invece un lungo percorso di revisione regolamento gara. Per la partenza è questione di settimane, l’Agcom ha mandato una sua proposta su cui si attende l’ ok europeo.
Sulla Robin tax, Passera ricorda che ai tempi si era espresso contro, perché pesava anche su accesso al credito. Ma bisogna essere realistici: se si toglie bisogna decidere come coprirla finanziariamente. Veniamo al mea culpa sulla comunicazione del Governo: premesso che tutti i governi sono politici, “non siamo stati molto efficaci e ha avuto dei costi”. Ma “nessuno di noi aveva mai fatto sto mestiere”, aggiunge in fretta, quasi a giustificarsi. La palla ora è passata al suo successore, Zanonato: “Mi ha fatto un’ottima impressione”. Il lavoro da fare è ancora tanto.
Qui lo Storify
Abbiamo tutti seguito la vicenda dell’attentatore di Palazzo Chigi, in diretta sui teleschermi assieme al giuramento del nuovo Governo. In pieno stile Real TV, con migliaia di telecamere e foto dagli smartphone. Subito si è discettato, al solito, sulle varie ipotesi (un pazzo, un terrorista, un disoccupato). Tutti sono corsi a intervistare i parenti delle vittime e dell’attentatore. Sono partite accuse sul linguaggio, sul clima sui gesti e le responsabilità connessi.
Quanto pesa la crisi? Quanto è colpa del clima d’odio? Eccetera, eccetera. Le autorità hanno reso conto delle misure da adottare, mentre lo sconcerto e l’incertezza restano assieme al dolore per chi è stato colpito così duramente. Ma ci voleva un capro espiatorio. Così, a una parola, le antenne di tutti sono scattate: l’uomo era stato rovinato dalla sua dipendenza dal videopoker.
Eccolo il demonio: il gioco d’azzardo. Una ludopatia, moderna versione del posseduto dal denaro, un flagello incontrollato che si aggiunge alla crisi. Il responsabile dell’attentato o è mandato da una segreto potere, o è squilibrato (i giudici dicono di no) o è posseduto da un demone che va esorcizzato. Il vizio del gioco è tra i demoni preferiti, tra i più combattuti ed evocati dalla stampa e dai politici di ogni confessione: in un decreto del precedente ministro della Sanità si lavorava sulle distanze dei luoghi del gioco dalle chiese e dalle scuole! Unica decisione di buon senso, l’osservatorio sulle ludopatie. Subito sono partiti servizi giornalistici e istanze politiche: quella dei grillini di vietare il gioco d’azzardo, la pubblicità o altro, qualcuno chiede di aumentare le imposte, del 10, del 20 del 40%.
Lo Stato è biscazziere ed anche “Le Iene” sono pronte con servizi drammatici e interviste al leader pixelato della camorra, pronto a giurare che di lì passano criminalità e riciclaggio Ma dove ci porta il servizio? In una bisca clandestina, cioè un sistema criminale che sarebbe felicissimo di non avere lo Stato come concorrente. Proprio ciò che il gioco legale combatte.
Contrordine: lunedì c’è una intervista della ex moglie di Preiti al quotidiano La Repubblica racconta, parlando del vizio del marito: “Ho sentito dire alla televisione che si è rovinato con i videopoker, ma lui quelle macchine infernali non le guardava nemmeno. La sua passione era il biliardo, ha fatto anche i campionati nazionali di stecca”. Le macchine restano infernali, ma il videopoker non c’entra niente.
Il biliardo è considerata una pratica sportiva, scommettere sulle partite di bliardo è pratica comune e diffusa ma illegale, ci si può anche rovinare ed è una patologia che va distinta dal gioco sociale. Lo Stato non guadagna alcunché, non ci sono concessionari, è tollerato solo il fitto del biliardo, dunque la proibizione di ciò che ora è illegale non avrebbe alcun effetto sulle patologie. La proibizione di ciò che è legale invece non elimina le patologie che resterebbero ancora più occulte, socialmente stigmatizzate ed in mano alla delinquenza.
Dopo l’ennesimo incidente a Fukushima, in Giappone si torna a parlare di rinnovabili. Il paese, povero di risorse energetiche, è il primo importatore di metano liquido al mondo e il suo sistema produttivo è saldamente ancorato ai rifornimenti energetici Russi. Ma già da quest’anno le cose potrebbero cambiare. Con l’istallazione di un impianto da 6-9 GW, il Paese si appresta a diventare il secondo mercato mondiale del fotovoltaico, dopo la Cina. Il piano del premier Goda per ridefinire il mix energetico dovrebbe inoltre prevedere un generoso piano di incentivi per lo sviluppo dell’eolico offshore, da realizzare entro il 2020, che ne accrescerà l’efficienza fino a 40 volte, oltre alla costruzione di un parco da 1GW proprio sulle rive di Fukushima.
Più che dal cielo, la vera rivoluzione energetica in Giappone potrebbe però provenire dal fondo degli oceani, grazie allo sviluppo di una nuova fonte di approvvigionamento, il cui nome più che mai si addice alle atmosfere mitologiche giapponesi. Le potenzialità energetiche del “ghiaccio caldo” o “ghiaccio bollente” (Etrusco, per i più pessimisti) sono note ai geologi da più di un secolo, ma solo recentemente si è pensato ad esso come risorsa effettivamente estraibile e fonte reale di energia.
Il progetto, avviato nel 1998 dall’azienda statale giapponese del gas Japan Gas and Metal National Corporation (Jogmec), ha scavato i fondali della Depressione di Ninkai, alla ricerca di solidi cristallini, dalla consistenza di un sorbetto, nei cui reticoli sono intrappolate molecole di metano. Gli idrati di metano si trovano sul fondo degli oceani, tra i 500 e i 1400 metri di profondità. Se si considera che un metro cubo di ghiaccio contiene 170 metri cubi di metano, e che questi idrati sembrano essere presenti ovunque sotto strato di permafrost continentale, si possono stimare riserve superiori alla somma di tutte le scorte di combustibili fossili conosciute al mondo. Secondo il National Advanced Industrial Science and Technology, il solo Giappone conserva nei propri abissi circa 7 trilioni di metri cubi di idrati, una quantità di metano sufficiente a soddisfare il proprio fabbisogno energetico per i prossimi 100 anni.
Dopo anni di tentativi, la Jogmec ha comunicato a marzo che le sperimentazioni sono andate a buon fine e che finalmente tecnici e scienziati sono stati in grado di estrarre con successo metano00 dagli idrati. La commercializzazione però – hanno ricordato – non inizierà prima del 2018.
Uno dei freni alla produzione per l’utilizzo ed il commercio di metano da idrati è rappresentato dai rischi ambientali. L’insistenza del governo ad investire sull’estrazione di nuovi idrocarburi, piuttosto che su fonti più pulite, preoccupa gli ambientalisti. Inoltre, la stessa Jogmec ha riconosciuto sul proprio sito la necessità di perfezionare la tecnologia estrattiva, dato che le perforazioni potrebbero provocare smottamenti e gravi danni alla fauna marina. Tra i rischi, inoltre, il fatto che il calore provocato dalle perforazioni possa trasformare il metano congelato in gas, generando perdite incontrollate di metano, un gas serra 25 volte più inquinante del diossido di carbonio. A riguardo, il Professore Gerald Dickens, della Rice University in Texas, è speranzoso: “per quanto riguarda le estrazioni, l’unico problema potrebbe essere rappresentato dal gas iper-pressurizzato situato immediatamente sotto strato di ghiaccio. Ciò nonostante, le prime verifiche sembrano dimostrare che esso non sia effettivamente presente in natura, per cui non dovrebbero esserci gravi problemi, almeno per le estrazioni”.
I 5 anni di sperimentazioni consentiranno di valutare l’impatto ambientale e di sviluppare tecnologie più efficienti e sicure, purché non ci si lasci infatuare dall’appetibilità della risorsa. D’altronde, rivoluzionare un sistema basato sul nucleare, limitando la dipendenza dall’estero, non è certo impresa facile.
Non sempre parlare di fonti rinnovabili ha un positivo riscontro nella cittadinanza, per questo spesso i territori ricorrono alla forma di débat public, presa a prestito dal sistema francese, come occasione per instaurare un dialogo costruttivo con la base.
La proposta di realizzazione di un impianto cogenerativo di filiera corta alimentato con materiale ligneo cellulosico vergine nei pressi di Massa Martana, per esempio, è stata discussa nel convegno “Efficienza energetica e cogenarazione: la nuova stagione delle rinnovabili”.
Il convegno, moderato da Diego Gavagnin (AIEE), ha visto la partecipazione del Sindaco, Maria Pia Bruscolotti e dell’assessore all’ambiente della Regione Umbria, Silvano Rometti, che hanno colto l’occasione per sottolineare l’impegno della Regione Umbria nelle politiche energetiche nazionali ed europee. Il professor Giuseppe Zollino ha sottolineato il ruolo della produzione dell’energia elettrica e calore da biomassa negli scenari energetici ad elevata quota di energia rinnovabile come si evince dalle proposte numerose dell’Unione Europea. Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club, ha aggiunto che la proposta di intervento nel comune di Massa Martana contribuirà al raggiungimento degli obiettivi regionali, nazionali ed europei in tema di produzione di energia da fonti rinnovabili.
I responsabili del progetto hanno approfondito gli aspetti tecnici sottolineando vantaggi e svantaggi dell’impianto, rispondendo ai quesiti posti dalla cittadinanza. Gli attriti non sono mancati, pur derivanti da un gruppo ristretto rispetto ai partecipanti. A conclusione del dibattito si è chiesto l’impegno del Sindaco di Massa Martana ad imporre con atti amministrativi l’impossibilita’ che possano essere bruciati materiali diversi dal legno.
Incontri come quello di Massa Martana rappresentano delle best practices, dove il coinvolgimento della popolazione e la pianificazione sostenibile in scelte strategiche di rilievo rappresentano la chiave per il futuro successo di queste iniziative.
Che calcio, politica e economia siano spesso intrecciati non è certo una sorpresa. L’era dei diritti tv ha spinto lungimiranti imprenditori, magnati e sceicchi ad utilizzare lo sport per lubrificare i loro business e – perché no? – accaparrarsi una parte significativa di società civile, soprattutto per rendere più appetibili gli affari. Si pensi agli investitori russi, da tempo esperti del potere soft del calcio, come il proprietario del Chelsea Abramovic, o Gazprom, sponsor ufficiale della Champions League e finanziatore di numerose squadre in tutto l’Est Europa.
Il mondo del pallone, a sua volta, sembra non disdegnare gli immensi capitali dei paperoni dello sport. Come la Premier League e la Liga spagnola, anche la Serie A sta per essere travolta da questo inevitabile fenomeno. Già da qualche anno, si è parlato diinteressi arabi verso il Napoli e il Palermo. Anche il Pescara sembra essere caduto nel mirino di qualche magnate russo che l’anno prossimo ritiri fuori la squadra dalla Serie B. E ancora la AS Roma, acquistata nel 2011 dall’imprenditore italo-americano James Pallotta, dopo il fallimento delle trattative con George Soros.
L’acquisizione del 13,7% della Saras di Moratti da parte del gigante del petrolio russo Rosneft, riportata oggi da tutta la stampa italiana, apre nuove speranze per l’Inter. L’accordo non riguarderebbe la squadra, per ora, ma numerose indiscrezioni, o forse speranze, lasciano pensare ad ulteriori sviluppi in tal senso. L’entusiasmo dei tifosi e dei giornali sportivi è certamente alimentato dal peso economico del nuovo partner dei Moratti: posseduta dal governo Russo, con un fatturato di oltre 100 miliardi di dollari, l’azienda è la più grande impresa petrolifera quotata del mondo.
L’affare si svilupperà in due fasi: una prima acquisizione del 13,7% delle azioni di Saras, di cui la famiglia Moratti resterà azionista di maggioranza, e poi un’OPA, con la quale il gigante russo potrà acquistare un ulteriore 7%. Quello che Massimo Moratti ha chiamato “asse petrolifero” sfocerà nel tanto atteso accordo calcistico? Intanto, i tifosi sperano.














