In un Paese in ristagno, in un continente debole ma in apparente ripresa, l’attuale necessità è quella di non ricorrere a nuove tasse. I tagli alle spese hanno maggiormente frenato l’economia, l’austerità non si è rivelata la soluzione ad ogni male.
Il rapporto tra debito pubblico e PIL assestato, ad oggi, al 136%, l’avanzo primario accumulato negli ultimi vent’anni dall’Italia pari a 585 miliardi di euro hanno significato una tassazione maggiore, minori investimenti e minori spese correnti, riduzione dei consumi ed un conseguente consistente trasferimento di risorse dall’economia reale a quella finanziaria.
A partire da questi dati a dir poco scoraggianti, legislatori, stakeholders, manager e lobbisti iniziano in questo periodo a pensare alla legge di stabilità.
Ma, nella pratica, che cos è la legge di stabilità?
Disciplinato dall’art 81 della Costituzione, è un provvedimento di iniziativa governativa a cadenza annuale che, insieme alla legge di bilancio dello stato, fa parte della manovra di bilancio, la forma concreta nella quale vengono attuati i programmi di spesa stabiliti nel Documento di Economia e Finanza. Il disegno di legge, da presentare alle Camere entro il 15 ottobre, è volto a fissare i tetti di entrata e di spesa, determinare i saldi e stabilire anche un limite all’indebitamento pubblico, definendo il quadro di riferimento normativo, economico e finanziario per il periodo compreso nel bilancio annuale e pluriennale.
Nel corso dell’iter parlamentare il testo è suscettibile a modifiche parlamentari che, negli anni, sono arrivate anche a stravolgere notevolmente la proposta originaria del Governo. Basta pensare all’iter della scorsa legge di stabilità, durante il quale sono state presentate complessivamente circa 7.800 proposte emendative, di cui quasi 400 approvate. Alcune di queste sono state recepite in un maxiemendamento, composto da ben 749 commi, che è stato a sua volta sub-emendato.
Negli ultimi anni, soprattutto in seguito alle imposizioni europee di raggiungere il pareggio di bilancio, il dibattito politico che si va a creare intorno alla legge di bilancio è bollente. La reperibilità delle risorse necessarie, anche in conseguenza alla spending review, diventa sempre più macchinosa. La certa approvazione della legge di stabilità la rende un utile strumento per la risoluzione delle più disparate problematiche relative alla pluralità degli ambiti tematici.
È a questo punto che entra in gioco Running che ha ideato, in collaborazione con Reti Quicktop, il corso “La legge di stabilità. Come, quando e perché rappresentare gli interessi”, un corso altamente professionalizzante: 2 giorni, 2 moduli, 12 intense ore per comprendere la legge di stabilità, districarsi nella complessità dell’iter legislativo, cogliere i segreti per meglio individuare le modalità e i tempi dell’entrata in scena del lobbista.
26 e il 27 settembre, Roma.

Federica Prestinenzi e Antonella Del Prete

 

I dati dell’economia reale italiana ci presentano un Paese in ristagno. L’andamento del PIL mette in evidenza un problema di bassa crescita con un tasso che oscilla intorno allo zero per cento.

Anche la finanza pubblica è tutt’altro che esente da problemi. La crisi economica internazionale del 2008 prima e la crisi bancaria del 2011 poi hanno impattato negativamente sull’economia del Paese. Basti pensare al rapporto tra debito pubblico e PIL che si assesta oggi, secondo i dati della Banca d’Italia, intorno al 136%. L’elevato debito pubblico italiano ci porta, ad esempio, a versare molto di più degli altri Paesi europei in spesa per interessi.

Da questo quadro emerge la necessità di aumentare l’efficienza dell’intervento pubblico tramite la spending review. Purtroppo, in Italia, questa revisione generale spesso si configura in una riduzione della spesa pubblica con l’intento di abbassare le imposte a causa dell’elevata pressione fiscale.

Non da ultimo, le regole europee ci impongono di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2016.

Alla vigilia del varo della legge di stabilità 2015, massima vigilanza e determinazione divengono di conseguenza indispensabili, specialmente quando si parla di reperire 20 miliardi di euro. Ma cos’è la legge di stabilità? Essa rappresenta  l’appuntamento istituzionale più atteso dell’anno. Capirne il funzionamento, partecipare attivamente al complesso iter legislativo e identificare i decisori pubblici d’interesse con cui relazionarsi diventa pertanto cruciale.

L’aiuto alla crescita Economica, il taglio del cuneo fiscale, l’Eco bonus per la riqualificazione energetica e il Piano per la competitività del Paese sono solo alcuni degli interventi contenuti nel  Disegno di Legge di stabilità varato dal Governo nel 2013 per rilanciare la crescita. Anche quest’anno, la volontà politica di incidere sui bilanci risulta essere determinante.

Per il 15 ottobre  deve essere presentata la manovra di bilancio da realizzare per il 2015 con approvazione definitiva  entro  il 31 dicembre. Pertanto, risulta  di fondamentale importanza per la rappresentanza di interessi la possibilità,  nel corso dell’iter parlamentare, di incidere sulla proposta originaria del Governo.

Per questi motivi Running, in collaborazione con Reti QuickTop, ha ideato un percorso formativo specialistico denominato “La legge di stabilità. Come, quando e perché rappresentare gli interessi” con l’obiettivo di aiutare manager che si occupano di relazioni istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici a districarsi nella complessità dell’iter legislativo che caratterizza la sessione di bilancio, trasferendo al contempo competenze utili a migliorarne la capacità di partecipazione e di intervento.

Antonella Del Prete  e Federica Prestinenzi

La legge di stabilità rappresenta l’appuntamento istituzionale più importante dell’anno. Il complesso delle norme oggetto della sessione di bilancio rappresenta la forma concreta nella quale vengono attuati i programmi di spesa stabiliti nel Documento di Economia e Finanza. Capirne i meccanismi, prendere parte alla stesura degli emendamenti, monitorarne l’iter, individuare i decisori pubblici d’interesse con i quali interagire assume un ruolo cruciale. Per coloro che non vogliono farsi cogliere alla sprovvista, quest’anno Running, in collaborazione con Reti QuickTop, ha ideato un corso specialistico in grado di fornire conoscenze ed expertise utili a migliorare la capacità d’intervento e partecipazione a questo importante processo decisionale!

Il corso, di 12 ore complessive che si terrà a Roma presso la sede di Running (via degli Scialoja 18), si terrà in formula weekend il 26 e 27 settembre. Per maggiori info: s.ragugini@retionline.it

 

“Anche nel nostro Paese si deve poter avere la certezza che, dopo l’apertura dei cantieri, l’opera pubblica sarà portata a termine”. Lo afferma Massimiliano Atelli, Capo segreteria tecnica del Ministro dell’Ambiente, all’incontro organizzato da QuickTop sulla necessità di una normativa nazionale che disciplini l’istituto del dibattito pubblico. Una necessità molto ben illustrata all’interno del libro “Cosa fare, come fare” (Chiarelettere, 2012), di Iolanda Romano, altra partecipante all’incontro moderato da Paolo Messa.

Relativamente alla realizzazione di opere pubbliche d’interesse strategico nazionale nella legislazione attuale italiana è prevista la consultazione delle comunità locali solo in un momento successivo alla realizzazione del progetto definitivo. Un progetto che difficilmente può subire variazioni rilevanti che comporterebbero un’ulteriore spesa in termini economici e di tempo. Di fatto, quindi, la partecipazione dei privati risulta inutile. Questo espone l’opera al rischio di essere inadatta al territorio nel quale si va ad inserire ed invisa agli abitanti dello stesso. Possibili danni ambientali e conflitti sociali che possono portare anche alla sospensione dei lavori o alla loro definitiva interruzione. Un inutile spreco di soldi pubblici che rappresenta una sconfitta per tutte le parti in causa. Con il modello partecipativo del dibattito pubblico si vuole, invece, creare un percorso di discussione e confronto sul se effettuare l’opera (“la cosiddetta opzione 0”, afferma Atelli, “perlomeno impedisce che vengano inutilmente impiegate risorse che possono così essere destinate alla realizzazione di altre opere), e sul come effettuarla. Un percorso che permetta al proponente e a tutti gli altri stakeholders di trovare una soluzione il più possibile condivisa.

È Iolanda Romano, Presidente di Avventura Urbana, ad individuare quale modello di riferimento la legge francese del 1995 istitutiva del débat public. Legge che attribuisce il ruolo fondamentale di coordinamento del confronto ad un organismo indipendente, la cui terzietà è un carattere irrinunciabile per il successo del processo partecipativo. Il dibattito si svolge per un periodo di quattro mesi, prorogabili a sei, sul documento illustrativo preparato dal proponente. Quest’ultimo ha poi tre mesi di tempo per esprimere pubblicamente la sua decisione in merito al proseguimento o meno dell’opera e alle modalità con le quali la stessa eventualmente verrà realizzata. Tali scelte devono essere motivate in base ai risultati del dibattito pubblico contenuti in un documento redatto dall’organismo indipendente. Risultati che non vincolano la decisione del proponente (altro elemento imprescindibile per il buon funzionamento dell’istituto), ma, inevitabilmente, finiscono per influenzarla.

Un esempio di come il dibattito pubblico possa in concreto esercitare questa influenza è costituito dal progetto per la realizzazione della cosiddetta “Gronda” di Genova (20 km all’interno del Comune, accanto alla Genova-Ventimiglia), in relazione al quale è avvenuta una delle prime sperimentazioni in Italia dell’istituto. Sperimentazione che da una parte ha reso possibile la progettazione di un’opera con il minor impatto sociale ed ambientale possibile (dei cinque tracciati alternativi messi in consultazione ne è stato scelto un sesto derivante dai risultati della consultazione stessa) e dall’altra ha permesso al proponente di risparmiare sui costi di progettazione (circa un milione di euro derivanti dalla mancata realizzazione di progetti inutili destinati a restare sulla carta).

Il risparmio economico è uno dei maggiori vantaggi derivanti dall’adozione del dibattito pubblico insieme al flusso di informazioni che rendono il proponente pienamente edotto delle reali caratteristiche, esigenze e peculiarità del territorio su cui si vuole intervenire. Le istanze, le osservazioni e le richieste di tutti gli stakeholders, infatti, evitano il rischio di scelte effettuate dal cosiddetto “decisore cieco”. Scelte che, purtroppo, ad oggi, sono la normalità.

Alcune legislazioni regionali hanno adottato l’istituto del dibattito pubblico (in Toscana, dal 2013, è stato reso obbligatorio); a livello nazionale, invece, si è sempre tergiversato sulla sua adozione. Con il precedente governo e con l’attuale le cose stanno cambiando e, afferma Atelli, “il Ministero dell’Ambiente e quello delle Infrastrutture stanno collaborando alla realizzazione di un disegno di legge in materia”. Una legge-cornice statale in grado di dettare una disciplina unitaria che non riguardi solo gli impianti a rete localizzati in più regioni, ma anche tutte quelle strutture puntuali (a partire dai termovalorizzatori ad esempio), che, pur interessando un territorio circoscritto, rappresentano un interesse strategico nazionale.

Per il buon funzionamento di questa disciplina però sarà essenziale intervenire contemporaneamente su un problema che spesso in Italia ostacola l’iter procedimentale per la realizzazione di un’opera pubblica: la non presa di posizione circa la realizzazione dell’opera da parte delle amministrazioni locali. “Occorre censurare i casi in cui tale silenzio è manifestamente opportunistico. Per questo, insieme al Ministero dell’Interno, stiamo mettendo a punto una normativa che obblighi gli amministratori che desiderano ricandidarsi a presentare in allegato al programma elettorale, in sede di ricandidatura, le motivazioni del silenzio eccessivamente prolungato” afferma Atelli. Si vuole, in tal modo, responsabilizzare gli organi politici locali nei confronti degli elettori.

Occorre considerare, infine, che, grazie al modello partecipativo illustrato, le scelte dei decisori pubblici acquisterebbero una legittimazione politica assolutamente rilevante perché frutto di quella democrazia deliberativa all’interno della quale, sostiene Iolanda Romano, “siamo pronti ad iniziare a muoverci anche nel nostro Paese”. Una democrazia che permette di adottare una policy realmente efficace perché strutturata in base alle reali caratteristiche ed esigenze del contesto in cui si inserisce. Una democrazia che, nella società attuale, caratterizzata dalla profonda crisi della democrazia rappresentativa, risulterà sempre più necessaria.

@FraClementi

 

Italicum, Renzi e Berlusconi

On 12 febbraio 2014, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

“Renzi è un risk-taker, chi lo assimila ad un vecchio democristiano non ha capito niente di lui.” Lo afferma il Prof. Roberto D’Alimonte che all’appuntamento settimanale “Un caffè con” organizzato da Reti ripercorre le tappe che hanno portato alla messa a punto dell’Italicum, tratteggiando anche un interessante profilo di quello che potrebbe essere il prossimo Presidente del Consiglio. “E’ uno a cui piace rischiare, si assume la responsabilità delle sue decisioni, pur sapendo che si gioca tutto: all’interno di ogni rischio vede delle opportunità”
Altra dote posseduta dal sindaco di Firenze è la capacità di negoziare, come emerge proprio dal percorso che ha portato alla definizione della proposta di legge elettorale in discussione in Parlamento.
Delle tre proposte contenute nel “menu” presentato da Renzi a Berlusconi, ci si è concentrati immediatamente su quella assimilabile al modello spagnolo, individuato come lo strumento più adatto per semplificare drasticamente il quadro politico.
La prima bozza di accordo tra i due prevedeva che, se nessuna coalizione fosse riuscita a raggiungere la soglia del 33% dei voti (poi 35%), si sarebbe proceduto alla distribuzione dei seggi attraverso un sistema proporzionale puro, senza doppio turno che non era ben visto da Berlusconi. Statisticamente, infatti, quando si vota al ballottaggio per i Comuni, i candidati di centro – destra hanno spesso la peggio.
Su queste basi si arriva al famoso incontro di sabato 18 novembre, durante il quale “succede qualcosa”. Il rottamatore, accogliendo i suggerimenti del Prof. D’Alimonte, riesce a convincere Berlusconi della necessità di introdurre il doppio turno per garantire la governabilità. Il leader di Forza Italia, dopo aver sentito il parere di Verdini, accetta anche grazie alla profonda simpatia e stima che prova per il suo interlocutore. “Verdini mi ha detto che Berlusconi, se potesse, darebbe a Matteo le chiavi di Forza Italia”, afferma il Prof. D’Alimonte, “e Renzi, che da ottimo negoziatore sa sfruttare le debolezze dell’avversario, questo lo sa e se ne approfitta”.
L’accordo di gennaio prevedeva però che la soglia di voti necessaria per aggiudicarsi il premio di maggioranza rimanesse bassa e che il premio stesso, fosse consistente. La proposta di legge in discussione in Parlamento prevede, invece, una soglia al 37% e un premio di maggioranza del 15%. Ciò è dovuto in parte alle pressioni dei piccoli partiti e in parte alle raccomandazioni del Presidente della Repubblica, che ha evidenziato la necessità di garantire quell’esigenza di rappresentatività che sta alla base della pronuncia di incostituzionalità emessa dalla Consulta nei confronti del porcellum. A queste condizioni, il rischio di uno sfilacciamento dell’accordo è reale e si somma all’incognita di quello che potrebbe succedere se realmente, nei prossimi giorni, un eventuale governo Renzi nascesse con la partecipazione di Alfano che, a quel punto, potrebbe tornare a chiedere con più forza l’introduzione delle preferenze.
D’Alimonte ritiene comunque che l’impianto della legge in discussione in Parlamento sia l’unico possibile, dato l’attuale quadro politico, anche se non nasconde che, in astratto, il modello ideale sarebbe quello francese che garantirebbe quella governabilità che, se le soglie viste sopra rimanessero invariate, sarebbe comunque a rischio dato che 10/15 parlamentari potrebbero far cambiare le sorti del governo. L’elemento oggi irrinunciabile per un’efficace riforma elettorale resta comunque il ballottaggio tra le due coalizioni più votate, che è in grado di legittimare pienamente la coalizione vincente e renderla più forte. Anche il rischio di un possibile aumento dell’astensione al secondo turno non sussiste, in quanto, come dimostra l’esperienza francese, “quando la posta è alta le persone a votare ci vanno”.
Anche l’Italicum, comunque, di cui D’Alimonte si definisce “al massimo uno zio insieme a Verdini” (affermando che gli unici veri padri sono Renzi e Berlusconi), da solo non può bastare a risolvere i problemi strutturali che impediscono l’efficiente funzionamento del sistema politico italiano. “Accanto alla legge elettorale si possono approvare subito alcune importanti riforme che vadano nella stessa direzione”. Tra esse, ad esempio, la riscrittura dei regolamenti parlamentari finalizzata a garantire una maggiore governabilità e, in attesa della riforma costituzionale che elimini il bicameralismo perfetto, la possibilità per i diciottenni di votare anche al Senato in modo da equiparare il corpo elettorale dei due rami del Parlamento.
Le cose da fare sono insomma molte e Renzi “ne è perfettamente consapevole”, così come è consapevole che in Italia ogni vera riforma strutturale rischia di essere rallentata dalle resistenze opposte dalle varie sacche di potere presenti all’interno dell’apparato burocratico dello Stato. Il sindaco di Firenze però “ha molta fiducia in se stesso ed un enorme pragmatismo”. Caratteristiche che, secondo il Prof. D’Alimonte, potrebbero portarlo ad accettare un incarico di Governo: un rischio che al suo interno nasconde anche grandi opportunità.

@fraclementi

Opporsi agli OGM è un crimine contro l’umanità

On 28 gennaio 2014, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Per Patrick Moore, ospite ieri al primo Caffè con… del 2014, opporsi agli OGM è un crimine contro l’umanità. Nella presentazione i motivi di questa sua considerazione.

 

L’export volano per uscire dalla crisi. ‘’In questi anni questo segmento ha avuto il grande merito di costituire l’unico fattore che ha rallentato la decrescita del nostro Paese’’.  Lo afferma Giuseppe Tripoli, Capo Dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico, che, all’appuntamento settimanale “Un caffè con” , organizzato da Reti, delinea le linee fondamentali  della strategia che il Governo intende porre in atto per rilanciare la competitività italiana all’estero.

I cinque settori che registrano un costante aumento della domanda e che risulteranno  strategici per l’export italiano, nei prossimi anni, sono: meccanica, arredo, tessile, agroalimentare e farmaceutico.  All’interno di tali ambiti, e, in generale, dell’intero contesto economico, occorre incentivare le piccole e medie imprese ad affacciarsi sui mercati internazionali.  Delle 200.000 aziende che esportano oggi in Italia, infatti, solo il 25% appartiene a questa categoria.  ‘’Per effettuare l’operazione- aggiunge Tripoli-  occorre estendere l’applicazione di servizi delineati in origine per le imprese medio-grandi anche alle PMI.  In questa direzione si muove il piano di internazionalizzazione delineato dal Governo, che, puntando sulla collaborazione delle Regioni e delle Camere di Commercio, cerca di indirizzare l’export italiano verso quei paesi nei quali è in crescita la domanda di beni di consumo e di infrastrutture e che presentano un terreno più fertile per gli investimenti’’.

Quali fattori sono necessari alla realizzazione del piano?.  Anzitutto occorre procedere a una vera e propria opera di “alfabetizzazione digitale” delle piccole imprese che sono ancora troppo indietro nel campo dell’e-commerce. Occorre, in questo senso, che ‘’il digitale colleghi l’imprenditore non solo al consumatore, ma anche al fornitore, attraverso servizi “chiavi in mano”, onnicomprensivi e di facile utilizzazione. Importante sarà, in questo settore, l’inserimento in azienda di giovani “nativi digitali” che possiedono le competenze necessarie per portare avanti tale operazione’’.

Altro grande fattore necessario per favorire l’internazionalizzazione è costituito dal rafforzamento della rappresentanza italiana all’estero, sul piano della promozione commerciale. A tal fine, la struttura pubblica deve offrire una piattaforma di base a cui è necessario che si  affianchino tutta una serie di servizi forniti dai privati.

Infine, un fattore importantissimo per il rilancio dell’export italiano è costituito dalla promozione del “Made in Italy”.  In tal senso occorre, anzitutto, una crescita nella capacità manageriale delle PMI, attraverso la formazione di export manager competenti. Sono essenziali, inoltre, un radicale abbattimento dei costi di esportazione dei prodotti italiani ed un sostegno finanziario concreto per tutte quelle imprese medio-piccole che non possiedono ancora l’esperienza necessaria per operare nei mercati internazionali.

La grande sfida che attende il Governo è quella di riuscire ad attirare in Italia un maggior numero di capitali dall’estero. Per questo è stato elaborato il piano Destinazione Italia. Uno dei pericoli maggiori che possono insidiare la riuscita di tale piano è costituito dal contesto normativo dei diversi settori produttivi, in cui si assiste ad un continuo cambiamento di regole, che disorienta gli investitori esteri. Per questo è essenziale procedere ad armonizzare e stabilizzare le norme rilevanti in materia.

@FraClementi

Era uno di quelli che, alla metà degli anni ’70, fra i giovani comunisti del Pci romano, discuteva se occorresse essere «antimo
nopolisti» piuttosto che «anticapitalisti», se cioè si trattasse di lottare per un sistema più regolato, ma standoci dentro, oppure si dovesse contestarlo tout-court.Fra i primi c’erano gli amendoliani, la destra del partito, gente come Giuliano Ferrara, Domenico Cossutta, il figlio del futuro leader rifondarolo Armando. A loro si opponevano i più movimentisti Paolo Franchi, oggi firma del Corriere, Giulia Rodano (oggi post-dipietrista), Ferdinando Adornato (oggi Udc). E Massimo Micucci, romano classe 1954, stava, giovanissimo, fra questi ultimi. Pochi anni dopo sarebbe stato atteso a un lungo excursus nel Pds e nei Ds, fino al famoso staff dalemiano di Palazzo Chigi. Oggi, abbandonata la politica, fa il lobbista nella sua società, Reti Spa, con uno che ha una storia politica molto simile: Claudio Velardi. Abbandonata la politica, si diceva, ma non la passione per la politica, che mette nel suo blog, mondopiatto.blogspot.com e su twitter dove è @buzzico. Come molti altri di quella stagione è diventato un acceso riformista.

Domanda. Micucci, lei che negli antecedenti piddini è stato immerso, vede possibile una scissione del partito, come qualcuno comincia ad dire senza generare troppo scandalo?

Risposta. Francamente può essere una minaccia ma è assolutamente spuntata. Ma se ne parlerà ancora. Di più se il risultato di Matteo Renzi, l’8 dicembre ai gazebo, dovesse distanziare a di molto quello dei circoli e degli iscritti.

D. Quindi lei è scettico?

R. Assolutamente, non c’è ciccia, c’è poco da scindere. Della organizzazione territoriale del Pci, che è forse ancora nell’immaginario di qualcuno, non è rimasto niente. Una scissione può avvenire in un corpo grosso, ancorché acciaccato. Ma qui il corpo non c’è.

D. E che cos’è restato?

R. Un’organizzazione residuale, che si sveglia per le elezioni, per le primarie. Walter Veltroni l’ha chiamata, mi pare, «democrazia di convocazione». Guardi, ho partecipato al congresso, essendo iscritto al circolo di viale Mazzini della Capitale_

D. Ci racconti_

R. È un circolo importante: quello di Massimo D’Alema, della «cellula giustizia» ( i lavoratori del tribunale di Piazzale Clodio, ndr). Lo chiamavano «l’Atene del Pci», mica scherzi. E il congresso lì è pure riuscito, ma alla discussione, alla presentazione delle mozioni cioè, c’era una settantina di persone. E il congresso per il segretario provinciale, di pochi settimane prima, s’era risolto in un’assemblea triste e lamentosa.

D. Ma anche nei piccoli numeri, la scissione non può starci?

R. Ma no, paradossalmente è più interesse allo scontro politico generazionale Renzi-D’Alema. Anche fra i giovani che seguono Gianni Cuperlo, per esempio, il tutto viene visto più con rassegnazione che con la rabbia del tradimento ideale.

D. Renzi, che lei ha sostenuto pubblicamente, come si sta comportando? Ha commesso passi falsi?

R. È una persona che ho cominciato a seguire nel 2009. Avevo letto un sondaggio che lo dava terzo nelle primarie del Pd fiorentino per la candidatura a sindaco, e invece vinse alla grande. È uno determinato, veloce, uno che rimette al centro la politica con un modo di fare e un linguaggio che sono lontanissimi dai nostri.

D. Per forza, le direbbe qualcuno, è democristiano_

R. E non è neppure così! È nato lì ma di è una pasta completamente diversa. Una via di mezzo fra un politico e un manager, svelto e sveglio. Uno che non ha l’ossessione della costruzione tattica del medio-lungo periodo, tipica della nostra generazione per esempio. È il contrario di Dalemoni (D’Alema più Berlusconi, riferito all’allora premier diessino, ndr), ragiona in un altro modo. D’altra parte ho sentito io dire a Tony Blair, in una conferenza, che «un leader non può programmare niente» Lui, Renzi, è così.

D. Se la società è liquida, figuriamoci la politica_

R. Sì liquida, o mobile. L’economia soprattutto, la politica certo.

D. È per tornare al dibattito del circolo Mazzini, lei è intervenuto?

R. Certo. Ricordando ai cuperliani che Renzi, oggi, dice quello che diceva D’Alema anni fa e che, per tanto, trovo curioso che l’avversino.

D. Un attimo: il Renzi di oggi come un D’Alema d’annata?

R. Ho citato il congresso Pds del febbraio 1997, che mi ricordo molto bene. D’Alema tenne un discorso, tra l’altro scritto con Cuperlo, molto duro sul rischio del partito di restare schiacciato su pensionati e occupati. Toccò il tema della riforma previdenziale, parlò di flessibilità.

D. Un David Serra (il finanziere di Algebris che, all’ultima Leopolda, è stato durissimo sul sistema previdenziale italiano, ndr) antemarcia_

R. Infatti ci fu una polemica durissima. Alla fine dell’intervento, D’Alema fu circondato dai sindacalisti che lo contestarono, e Sergio Cofferti, leader della Cgil che Veltroni e Romano Prodi, al governo, ascoltavano molto, lo sfidò pubblicamente.

D. Non male, considerando che sono passati 16 anni. Senta, Renzi però preoccupa anche qualche riformista, per un certo eccessivo riposizionamento a sinistra. Lei è tranquillo?

R. Distinguerei la partenza della campagna a Bari, che forse era un contesto un po’ confuso, dalla Leopolda. A Firenze c’è stato il vero Renzi. Il suo discorso è stato chiarificatore.

D. Che cosa l’ha colpita?

R. Un leader della sinistra non ha mai detto prima le cose che ha affermato lui sulla giustizia, partendo dal caso di Silvio Scaglia (l’amministratore Fastweb, prosciolto dopo un anno di arresti, in carcere e domiciliare, ndr).

D. Bilanciando un po’ anche le cose dette sull’amnistia_

R. Sì, anche perché non ti puoi schierare sulla responsabilità civile dei magistrati, e sulla carcerazione preventiva, se non hai un consenso. Sull’amnistia la pensa così il 95% degli Italiani, purtroppo. E poi comunque, aldilà dei proclami, restano gli atti di governo di Renzi sindaco.

D. Per esempio?

R. Beh, s’è scontrato coi sindacati per le chiusure festive, ha privatizzato i trasporti, ha fatto gli inceneritori, ha voluto la Tav a Firenze, s’è dichiarato contrario alla gestione pubblica dell’acqua, tema sul quale anche Pier Luigi Bersani aveva cambiato parere_

D. Anche lei, come il suo amico Velardi, pensa che dovrebbe strutturarsi di più?

R. Magari staff come quelli di Blair. Di cui facevano parte persone che non sono diventate parlamentari o qualcos’altro. In ogni caso qualcosa che puoi cambiare, degli sparring partner su certi temi. Renzi mi pare che rifugga dalle relazioni personali strette che si trasformeranno in un vincolo quando starà a lui dare le carte. Ha ragione, non si vuol fossilizzare: pésca, cambia, vuole avere input sufficienti e credibili.

D. Si appoggia molto ai sindaci_

R. Che gli danno forza, per esperienza e capacità di governo ma anche qualche debolezza: con l’amministrazione centrale, quella romana dei ministeri, i primi cittadini anche più esperti sono deboli. Quelli se li magnano.

D. E sul partito, secondo lei che dovrà fare? Sbaraccare tutto?

R. Più sbaraccare le persone, deve ridimensionarne il ruolo. Lo dice anche Fabrizio Barca quando parla di un eccesso di funzione dello Stato che porta un eccesso di ceto politico. Per il partito è lo stesso. Il Pd deve essere dei cittadini: Renzi li convochi alcune volte, ma non stia lì a consultare continuamente. Il voto glielo danno perché faccia. Semmai lo dinamizzi, lasci entrare uno po’ la società, lasci spazio.

D. Per esempio?

R. Un partito che accompagna, un partito gentile. Un esempio banale: quando i genitori devono tirar fuori soldi per le scuole dei figli, dalle fotocopie alla carta igienica ecc ecc., il partito non stia a fomentare, ma a cercare soluzioni. Del tipo studiare come quei soldi possano essere scaricati dalla dichiarazione dei redditi. Un partito che capisca che la politica è fondamentale ma non ha primato sul resto.

D. L’uomo nuovo, che volevate fare da giovanissimi, non si forgia più_

R. No, per carità. Deve essere un Pd rispettoso, se «si impanca» non serve. Ci vuole più di società che militanza.

D. Niente a che vedere col modello di Barca, appunto

R. Figurarsi. Lui crede nella funzionalità di programmazione da parte dello Stato, vede un partito che forma gli uomini migliori, un’Ena (la scuola dei dirigenti pubblici francesi, ndr) della politica.

D. Una volta che Renzi sarà segretario, comincerà il countdown per Enrico Letta e il suo governo?

R. Credo che il sindaco cercherà di andare d’accordo, troverà una convivenza con Letta. Anche perché credo che il premier difficilmente entrerà alla competizione con Renzi. Oggi, la forza elettorale che ha il sindaco, con qualunque sistema elettorale, non ce l’ha nessuno. E forse è pure sottovalutata.

D. Dunque sarà Renzi contro Beppe Grillo?

R: Nel Paese, senza dubbio. Anzi Renzi ha argomenti anticasta che possono intercettare uno certo elettorato di centrodestra in libera uscita. È anche radicale ma più credibile di Grillo.

di Goffredo Pistelli Italia Oggi

 

Il sistema politico si interroga su stesso, sta cercando di ristrutturarsi , ma  vive una fase eterea, sospesa sulle nuvole , è in fase cloud. Solo la legge elettorale può essere lo strumento di collegamento ‘’terreno’’: ha molto più valore di quanto l’ordinamento gli attribuisca. Questa la premessa del Prof. Francesco Clementi, docente costituzionalista all’Università di Perugia e componente della commissione per le riforme costituzionali, oggi ospite del ‘’Caffè con..’’ organizzato da Reti- QuickTop, un incontro dedicato alla legge elettorale, come farla, se è possibile con l’attuale composizione del Parlamento, quali caratteristiche dovrebbe avere.

‘’Il sistema elettorale in Italia è orizzontale- spiega Clementi- gli eletti non parlano con gli elettori, anzi li temono, in effetti questo sistema è fatto apposta per allontanare, e in questo dà spazio a movimenti di protesta in sé, come il M5S.  La fase cloud ha almeno 4 macro soggetti: Pd, Pdl, Scelta civica e Movimento 5 stelle’’. Che fase vivono e che ruolo giocano i 4 soggetti nella via verso la riforma elettorale? ‘’  Il Pd è alla vigilia del congresso, un congresso che parla di tessere,  campagna elettorale ed è fondamentalmente per addetti ai lavori. Un Pd chiuso, solista almeno fino alla seconda fase congressuale, finchè non si aprirà all’esterno per la scelta del candidato’’.

Poi c’è il Partito della libertà. ‘’ Il Pdl si sta ancora interrogando sul parametro concettuale: la decadenza di Berlusconi è unita alle sorti del Governo di larghe intese? Berlusconi pensa che la durata del governo dipenda dalla sua permanenza in Senato, mentre una minoranza all’interno del partito pensa il contrario. Questo aprirebbe due scenari: due gruppi parlamentari distinti in un unico partito, per non perdere il consenso elettorale. Questa possibilità dovrà fare i conti con il brand elettorale di un leader come Berlusconi; la seconda ipotesi, più inverosimile ma più innovativa, è che i diversamente berlusconiani diano vita a un partito democratico di massa’’.

Scelta civica, il terzo soggetto? ‘’Se si dividerà, con Monti che ha disconosciuto la sua creatura, si diluirà nelle altre forze presenti, rafforzando il bipolarismo’’. Infine il M5S. ‘’Il movimento 5 stelle, anzi Grillo, potrebbe disarticolare il bipolarismo e portare al tripolarismo. Ma non succederà, Grillo non ha interesse a cambiare il sistema politico, ha interesse a rafforzare l’antitesi tra sistema e antisistema’’.

Previsioni a breve periodo. ‘’La legge elettorale non si farà prima dell’intervento della Corte costituzionale’’. Per chi sostiene che potrebbe essere fatta con decreto legge, cosa risponde? ‘’Un decreto legge sarebbe incostituzionale: l’urgenza che prevede l’adozione di un decreto legge non c’è, l’urgenza è solo nella politica”

Una nuova legge elettorale darebbe una svolta politica all’Italia. Ci sono caratteristiche che sono irrinunciabili per cambiare davvero. ‘’ Non si può pensare ad una legge elettorale senza doppio turno- conclude Clementi- per dare la possibilità al cuore e alla testa degli elettori di esprimersi. E’ auspicabile un ballottaggio a due nomi a livello nazionale, non rinunciare nemmeno alla possibilità dei collegi plurinominali, garanzia di scelta di qualità a livello locale. Si al premio di maggioranza, ma non al ribasso, anzi al rialzo. Uno sbarramento al 50% al primo turno ad esempio, quasi impossibile da  raggiungere, dà la possibilità all’elettore di votare con il cuore, scegliere al di là dei vincoli di opportunità. Ma dare la possibilità alla testa di votare al secondo turno la coalizione migliore per il governo del Paese’’.

Archiviazione o Rimozione?

On 6 novembre 2013, in Eventi, Senza categoria, by Claudia Carmenati

FANTA POLTICA: 2050, RITROVATE FOTOGRAFIE DEL PASSATO ITALIANO

Roma, novembre 2050. Clamoroso ritrovamento: più di 50 stampe che ritraggono i protagonisti della politica italiana del ventennio più oscuro della storia tricolore. Una scoperta che potrà finalmente sciogliere i dubbi e fare chiarezza su un’era ad oggi incomprensibile e confusa .

Gli uomini e le donne che dagli anni 90 alla prima decade del duemila hanno calcato la scena pubblica italiana, le cui tracce si erano perse, sono finalmente tornati alla luce grazie a una inattesa scoperta archeologica. Le immagini, dello sconosciuto autore Pep Marchegiani, si suppone artista in voga all’epoca, mostrano curiosi leader in movenza da rock star , ministri in posa con vestiti da diva hollywoodiana, famiglie con lucubri vesti e atteggiamenti ambigui.

Per chi fosse curioso di conoscere la verità sull’oscuro passato italiano, guardare i volti dei protagonisti di ieri e volesse ascoltare le teorie degli storiografi che ne stanno tentando la ricostruzione può partecipare: Mercoledì 6 novembre, all’ incontro e dibattito sul tema “Archiviazione o rimozione?” dalle ore 18:30, presso Reti – via degli Scialoja 18 – Roma. Tra decadenze, rottamazioni e celebrazioni, facciamo il punto con:

Pep Marchegiani – Artista pop e provocatore

Stefano Menichini – Direttore di Europa

Matteo Orfini – Deputato PD

Claudio Velardi – Comunicatore e lobbista

Modera: Alessandra Sardoni – giornalista La7

In sede, la mostra inedita ”Archivio storico”, 50 opere fotografiche di Pep Marchegiani, immagini dal passato e cabalistiche previsioni del futuro.