Fine del modello italiano dei giochi?

On 12 novembre 2014, in Eventi, by Stefano Ragugini

Fine del modello italiano dei giochiIn seguito alla riforma attuata dallo Stato per il riordino del settore dei giochi, nel 2004 compaiono sul mercato gli apparecchi da intrattenimento con vincite in denaro (AWP). Nel 2009 l’offerta di gioco si arricchisce con l’introduzione di una nuova tipologia di macchine, i videoterminali (VLT).

L’imposta prevista dallo Stato per gli apparecchi con vincite in denaro (PREU) è calcolata sulla base della raccolta di gioco e attualmente è pari al 12,7% sulle AWP e al 5% sulle VLT. Il disegno di Legge di Stabilità 2015 prevede l’innalzamento del prelievo erariale al 17% per le AWP, al 9% per le VLT, azzerando di conseguenza la remunerazione della filiera e determinando forti ripercussioni sul settore: la contrazione dell’offerta di gioco legale, la riduzione del gettito erariale “atteso”, la fuoriuscita dal mercato degli operatori leciti e una quasi certa azione risarcitoria nei confronti dello Stato che ha rilasciato le concessioni. Tutto ciò con conseguenze sociali rilevanti, quali lo spostamento della domanda di gioco verso circuiti illegali privi di alcun controllo socio-sanitario. I presupposti stessi della riserva statale vengono così intaccati e lo Stato rischia di perdere gli elementi propri del suo monopolio.

La Fondazione Unigioco è lieta di invitarvi al convegno “Fine del modello italiano dei giochi?” che si terrà il giorno 18 novembre 2014 alle ore 15.00 presso la Confcommercio, Sala Orlando, piazza G. G. Belli 2, Roma.

Un dibattito sull’impatto che l’aumento del PREU previsto nel disegno di Legge di Stabilità produrrà sul settore del gioco.

Presiede:

On. Francesco Tolotti, Presidente Fondazione Unigioco  

Intervengono:

Lucio Scudiero, Istituto Bruno Leoni

Dott. Italo Volpe, Direzione centrale normativa e Affari legali, Agenzia Dogane e Monopoli

Prof. Federico Tedeschini, Docente di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università di Roma Sapienza

On. Alberto Giorgetti, già Sottosegretario di Stato all’Economia

On. Federico Ginato, VI Commissione Finanze

Il convegno chiuderà dopo un confronto con gli operatori del settore.

Per partecipare è necessario accreditarsi al seguente link: http://www.unigioco.com/rsvp

 

D: Si occupa da anni del tema “rappresentanza degli interessi”, per lei, cosa significa svolgere attività di lobbying?

R: Fare lobbying significa, rappresentare la voce e la qualità di interessi particolari dentro al quadro di un sistema politico. Il sistema della politica, per funzione propria, è rivolto al perseguimento dell’interesse generale. Fare lobbying significa individuare i temi, i processi e i punti di snodo in cui interessi particolari e interesse generale si incontrano; iscrivere questi passaggi nell’agenda collettiva della politica, generando un clima di consenso; finalizzare l’assunzione di provvedimenti orientati nella direzione della tutela e promozione degli interessi particolari, laddove essi siano inseriti in un contesto generale di promozione dell’interesse generale. In questo senso, è possibile parlare di attività di lobbying ogni volta che ci si trovi di fronte a soggetti collettivi riuniti attorno ad un interesse particolare economico, ma anche sociale o territoriale, che si relazionano con il sistema politico-istituzionale, segnalando al decisore collettivo la natura e la qualità degli interessi rappresentati

D: Da tempo si parla di regolamentare tale attività, cosa ne pensa a riguardo?

R: Dopo molto tempo speso a parlare della necessità di regolamentare il lobbying, è giunto il momento di interrogarsi sul modello di regolazione più efficace per il sistema italiano. Il sistema statunitense dispiega la sua efficacia in quanto è basato su una descrizione realistica del ruolo e delle dinamiche dei soggetti del lobbying e degli attori della politica; è coerente con il modello di cultura politica, per usare l’espressione dei politologi Almond e Verba. In questo sta la chiave della sua efficacia, che non può essere intesa come “esportazione” di un modello.
Per giungere ad un modello di regolazione del lobbying adeguato anche in Italia si dovrebbe prendere in considerazione in modo serio sia la configurazione dei soggetti collettivi che operano nella rappresentanza degli interessi, sia la cultura politica ed istituzionale italiana e scrivere delle norme partendo da essi. Pensare ad un modello che ponga norme in modo coerente con questi soggetti, endogeni al sistema e alla cultura politica, è l’unica via per ottenere una regolazione efficace.

D: Riprendendo il titolo del suo libro “Lobbying e terzo settore. Un binomio possibile?”, Lei crede che terzo settore e lobbying possano essere un binomio possibile? Pensa che possa rappresentare un nuovo ambito lavorativo?

R: Dal Censimento ISTAT 2011 il Terzo Settore emerge come una delle realtà più dinamiche e del sistema italiano, con una pluralità di soggetti, dal non-profit puro delle organizzazioni di volontariato ad attori collettivi più orientati al mercato, come imprese sociali, cooperative sociali e fondazioni di erogazione.
La natura duale del Terzo Settore, né Stato né mercato, non pone certo questo comparto al di fuori o al di sopra degli effetti dell’azione politica: per questo i soggetti del Terzo Settore si sono sempre più spesso attivati per relazionarsi con i soggetti collettivi che assumevano decisioni nelle specifiche materie di attività. Di recente, l’esecutivo Renzi ha avviato una più ampia serie di riforme di sistema, con il Disegno di legge delega presentato lo scorso 6 agosto.
Il Terzo Settore manifesta una crescente esigenza di confrontarsi con il sistema politico, non solo e non tanto per rappresentare gli interessi delle organizzazioni che operano nel sociale, ma anche di tutti i cittadini che fruiscono dei servizi prestati da tali attori collettivi.

D: Che tipo di conoscenze e competenze è necessario avere per fare lobbying per i soggetti del terzo settore?

R: Il mondo del Terzo Settore è una realtà particolarmente articolata, caratterizzata da soggettività diverse, i cui interessi non coincidono necessariamente. Una buona competenza sulle tipologie di organizzazioni attive nel Terzo Settore, alle relative norme e alla qualità e direzione degli interventi, già realizzati nei confronti del sistema politico, risulta decisiva. Ritengo sia poi importante avere una discreta conoscenza delle aree e degli ambiti di intervento delle organizzazioni di privato sociale, tanto a livello regionale quanto a livello locale, e delle relative attività di relazione con istituzioni come l’Ente locale o la Regione, specialmente in materia di fornitura di servizi di welfare.

D: Pensa che la formazione sia un asset importante per preparare persone competenti su un settore dove purtroppo ancora regna l’improvvisazione?

R: Credo che la formazione sia l’elemento cruciale per il superamento della concezione del lobbista come faccendiere. Il lobbista è un professionista dotato di competenze multiple e interconnesse, che spaziano dalla capacità di scrivere un testo legislativo corretto ed efficace al corretto impiego delle leve della comunicazione persuasiva sui decisori collettivi, dalla abilità relazionale e strategica, alla conoscenza delle tecniche di creazione del consenso, anche tramite i nuovi media. Queste competenze si apprendono con la formazione, costituiscono il vero patrimonio immateriale del lobbista e sono insostituibili per fare la differenza rispetto a chi non ha avuto l’occasione e il metodo per apprenderle.
D: Quanto conta il network relazionale e quanto la conoscenza delle tematiche?
R: A mio avviso, la conoscenza delle tematiche è il vero valore aggiunto che un buon lobbista può apportare al processo decisionale. I network relazionali sono significativi, ma non hanno il medesimo valore, soprattutto in un contesto politico in cui organizzazioni e leadership sono soggetti ad un turnover molto rapido e di non sempre chiara leggibilità.

D: L’utilizzo dei mezzi di comunicazione è sempre più uno strumento necessario alla creazione del consenso. Pensa che si esso possa configurare un supporto all’attività di lobbying diretto?

R: L’impiego del sistema mediale è un supporto molto efficace tanto per chi pratica in prevalenza lobbying diretto, come i portatori di interessi già ben inseriti nel sistema politico, quanto per i portatori di interessi nuovi e ancora non accreditati. In questo secondo caso, il lobbying indiretto trova nel sistema dei mass media, tradizionali e digitali, il canale di accesso prioritario per l’iscrizione del proprio interesse nell’agenda della politica. Un uso capace dei mass media è in grado di creare la risorsa di cui la politica non può fare a meno nell’era della comunicazione pervasiva: il consenso dell’opinione pubblica. In questo senso, nessuna azione di lobbying può dirsi completa senza una media strategy.

Maria Cristina Antonucci (@CristinaAntonu) è ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche e insegna Sviluppo locale ed economia sociale all’Università Roma TRE. Tra le sue pubblicazioni recenti: Rappresentanza degli interessi oggi (Carocci, 2012) Lobbying e Terzo Settore (Nuova Cultura, 2014) e Un anno di lobby (Amazon, 2014).

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“Nella vulgata comune il lobbista è ancora sinonimo di intrallazzo. L’iconografia lo dipinge come un maneggione in blazer, come l’uomo nero che smista mazzette per velocizzare una pratica o spingere un emendamento”, così recita la prima pagina de l’Espresso del 24 ottobre scorso.
Quando la stampa nazionale ci descrive le lobby come potenti, condizionanti e, in alcuni casi, un ostacolo alla politica, risulta naturale avere una percezione negativa di tale fenomeno.
2600 gruppi di pressione, 100 studi legali, 150 società di consulenza attive a Bruxelles: queste cifre fanno pensare a molti che i lobbisti siano ‘sentinelle del profitto’ e che stiano addirittura sostituendo il Parlamento.
Ma chi è esattamente il lobbista? Il professor Pier Luigi Petrillo, professore associato di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, ci dice che le lobby sono legittime espressioni di una società multiforme e che rappresentano il naturale sviluppo delle democrazie industriali. Si tratta, traducendo le sue parole, di professionisti che si affiancano alla legislazione nella rappresentanza di interessi legittimi.
Il rapporto tra lobbista e decisore è un rapporto a due: il professionista porta all’attenzione del proprio interlocutore una tematica rilevante in modo trasparente, dimostra di avere competenze specifiche in materia e cerca di influenzarlo nella direzione ‘giusta’.
Difendere interessi particolari nell’ambito dell’interesse generale del Paese disponendo di un’approfondita conoscenza giuridico-economica e dei fenomeni politici: questo è il ‘mestiere del lobbista’.
Tale professione è, pertanto, molto complessa: va dal monitoraggio istituzionale all’incontro con i decisori pubblici e privati, dall’analisi degli emendamenti all’attività di media relations.
Per questo motivo, Running, in collaborazione con Reti QuickTop, propone la XXVI edizione del corso “Comunicazione, lobby e politica che, anche quest’anno, si avvale della speciale partecipazione di docenti appartenenti al mondo accademico e delle istituzioni. Inoltre, valore aggiunto sarà conferito dal contributo scientifico dell’Università internazionale di Roma UNINT, dalla partnership con Agol (Associazione giovani opinion leader), Formiche (testata quotidiana online), e Il Rottamatore (aggregatore di 6 blog che analizzano il punto di vista di chi vuole cambiare l’Italia: dalla politica alla burocrazia).
60 ore in formula weekend, due moduli che prevedono nozioni di carattere istituzionale, economico e di public affairs, secondo un’impronta pratica conferita da case histories e laboratori di monitoraggio legislativo e drafting. Non da ultimo, saranno trasferite conoscenze utili ai fini dell’utilizzo dei mezzi di comunicazione quali strumenti necessari alla creazione del consenso.
Dal 28 novembre al 14 febbraio verrà quindi data l’opportunità ad un massimo di 20 persone, selezionate tra laureati o laureandi in materie giuridico-politiche, economiche o di comunicazione, manager di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici, di apprendere e fare propri gli strumenti del lobbista in un ambiente dinamico e stimolante.

Antonella Del Prete
@AdpDelprete

In un Paese in ristagno, in un continente debole ma in apparente ripresa, l’attuale necessità è quella di non ricorrere a nuove tasse. I tagli alle spese hanno maggiormente frenato l’economia, l’austerità non si è rivelata la soluzione ad ogni male.
Il rapporto tra debito pubblico e PIL assestato, ad oggi, al 136%, l’avanzo primario accumulato negli ultimi vent’anni dall’Italia pari a 585 miliardi di euro hanno significato una tassazione maggiore, minori investimenti e minori spese correnti, riduzione dei consumi ed un conseguente consistente trasferimento di risorse dall’economia reale a quella finanziaria.
A partire da questi dati a dir poco scoraggianti, legislatori, stakeholders, manager e lobbisti iniziano in questo periodo a pensare alla legge di stabilità.
Ma, nella pratica, che cos è la legge di stabilità?
Disciplinato dall’art 81 della Costituzione, è un provvedimento di iniziativa governativa a cadenza annuale che, insieme alla legge di bilancio dello stato, fa parte della manovra di bilancio, la forma concreta nella quale vengono attuati i programmi di spesa stabiliti nel Documento di Economia e Finanza. Il disegno di legge, da presentare alle Camere entro il 15 ottobre, è volto a fissare i tetti di entrata e di spesa, determinare i saldi e stabilire anche un limite all’indebitamento pubblico, definendo il quadro di riferimento normativo, economico e finanziario per il periodo compreso nel bilancio annuale e pluriennale.
Nel corso dell’iter parlamentare il testo è suscettibile a modifiche parlamentari che, negli anni, sono arrivate anche a stravolgere notevolmente la proposta originaria del Governo. Basta pensare all’iter della scorsa legge di stabilità, durante il quale sono state presentate complessivamente circa 7.800 proposte emendative, di cui quasi 400 approvate. Alcune di queste sono state recepite in un maxiemendamento, composto da ben 749 commi, che è stato a sua volta sub-emendato.
Negli ultimi anni, soprattutto in seguito alle imposizioni europee di raggiungere il pareggio di bilancio, il dibattito politico che si va a creare intorno alla legge di bilancio è bollente. La reperibilità delle risorse necessarie, anche in conseguenza alla spending review, diventa sempre più macchinosa. La certa approvazione della legge di stabilità la rende un utile strumento per la risoluzione delle più disparate problematiche relative alla pluralità degli ambiti tematici.
È a questo punto che entra in gioco Running che ha ideato, in collaborazione con Reti Quicktop, il corso “La legge di stabilità. Come, quando e perché rappresentare gli interessi”, un corso altamente professionalizzante: 2 giorni, 2 moduli, 12 intense ore per comprendere la legge di stabilità, districarsi nella complessità dell’iter legislativo, cogliere i segreti per meglio individuare le modalità e i tempi dell’entrata in scena del lobbista.
26 e il 27 settembre, Roma.

Federica Prestinenzi e Antonella Del Prete

 

I dati dell’economia reale italiana ci presentano un Paese in ristagno. L’andamento del PIL mette in evidenza un problema di bassa crescita con un tasso che oscilla intorno allo zero per cento.

Anche la finanza pubblica è tutt’altro che esente da problemi. La crisi economica internazionale del 2008 prima e la crisi bancaria del 2011 poi hanno impattato negativamente sull’economia del Paese. Basti pensare al rapporto tra debito pubblico e PIL che si assesta oggi, secondo i dati della Banca d’Italia, intorno al 136%. L’elevato debito pubblico italiano ci porta, ad esempio, a versare molto di più degli altri Paesi europei in spesa per interessi.

Da questo quadro emerge la necessità di aumentare l’efficienza dell’intervento pubblico tramite la spending review. Purtroppo, in Italia, questa revisione generale spesso si configura in una riduzione della spesa pubblica con l’intento di abbassare le imposte a causa dell’elevata pressione fiscale.

Non da ultimo, le regole europee ci impongono di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2016.

Alla vigilia del varo della legge di stabilità 2015, massima vigilanza e determinazione divengono di conseguenza indispensabili, specialmente quando si parla di reperire 20 miliardi di euro. Ma cos’è la legge di stabilità? Essa rappresenta  l’appuntamento istituzionale più atteso dell’anno. Capirne il funzionamento, partecipare attivamente al complesso iter legislativo e identificare i decisori pubblici d’interesse con cui relazionarsi diventa pertanto cruciale.

L’aiuto alla crescita Economica, il taglio del cuneo fiscale, l’Eco bonus per la riqualificazione energetica e il Piano per la competitività del Paese sono solo alcuni degli interventi contenuti nel  Disegno di Legge di stabilità varato dal Governo nel 2013 per rilanciare la crescita. Anche quest’anno, la volontà politica di incidere sui bilanci risulta essere determinante.

Per il 15 ottobre  deve essere presentata la manovra di bilancio da realizzare per il 2015 con approvazione definitiva  entro  il 31 dicembre. Pertanto, risulta  di fondamentale importanza per la rappresentanza di interessi la possibilità,  nel corso dell’iter parlamentare, di incidere sulla proposta originaria del Governo.

Per questi motivi Running, in collaborazione con Reti QuickTop, ha ideato un percorso formativo specialistico denominato “La legge di stabilità. Come, quando e perché rappresentare gli interessi” con l’obiettivo di aiutare manager che si occupano di relazioni istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici a districarsi nella complessità dell’iter legislativo che caratterizza la sessione di bilancio, trasferendo al contempo competenze utili a migliorarne la capacità di partecipazione e di intervento.

Antonella Del Prete  e Federica Prestinenzi

La legge di stabilità rappresenta l’appuntamento istituzionale più importante dell’anno. Il complesso delle norme oggetto della sessione di bilancio rappresenta la forma concreta nella quale vengono attuati i programmi di spesa stabiliti nel Documento di Economia e Finanza. Capirne i meccanismi, prendere parte alla stesura degli emendamenti, monitorarne l’iter, individuare i decisori pubblici d’interesse con i quali interagire assume un ruolo cruciale. Per coloro che non vogliono farsi cogliere alla sprovvista, quest’anno Running, in collaborazione con Reti QuickTop, ha ideato un corso specialistico in grado di fornire conoscenze ed expertise utili a migliorare la capacità d’intervento e partecipazione a questo importante processo decisionale!

Il corso, di 12 ore complessive che si terrà a Roma presso la sede di Running (via degli Scialoja 18), si terrà in formula weekend il 26 e 27 settembre. Per maggiori info: s.ragugini@retionline.it

 

“Anche nel nostro Paese si deve poter avere la certezza che, dopo l’apertura dei cantieri, l’opera pubblica sarà portata a termine”. Lo afferma Massimiliano Atelli, Capo segreteria tecnica del Ministro dell’Ambiente, all’incontro organizzato da QuickTop sulla necessità di una normativa nazionale che disciplini l’istituto del dibattito pubblico. Una necessità molto ben illustrata all’interno del libro “Cosa fare, come fare” (Chiarelettere, 2012), di Iolanda Romano, altra partecipante all’incontro moderato da Paolo Messa.

Relativamente alla realizzazione di opere pubbliche d’interesse strategico nazionale nella legislazione attuale italiana è prevista la consultazione delle comunità locali solo in un momento successivo alla realizzazione del progetto definitivo. Un progetto che difficilmente può subire variazioni rilevanti che comporterebbero un’ulteriore spesa in termini economici e di tempo. Di fatto, quindi, la partecipazione dei privati risulta inutile. Questo espone l’opera al rischio di essere inadatta al territorio nel quale si va ad inserire ed invisa agli abitanti dello stesso. Possibili danni ambientali e conflitti sociali che possono portare anche alla sospensione dei lavori o alla loro definitiva interruzione. Un inutile spreco di soldi pubblici che rappresenta una sconfitta per tutte le parti in causa. Con il modello partecipativo del dibattito pubblico si vuole, invece, creare un percorso di discussione e confronto sul se effettuare l’opera (“la cosiddetta opzione 0”, afferma Atelli, “perlomeno impedisce che vengano inutilmente impiegate risorse che possono così essere destinate alla realizzazione di altre opere), e sul come effettuarla. Un percorso che permetta al proponente e a tutti gli altri stakeholders di trovare una soluzione il più possibile condivisa.

È Iolanda Romano, Presidente di Avventura Urbana, ad individuare quale modello di riferimento la legge francese del 1995 istitutiva del débat public. Legge che attribuisce il ruolo fondamentale di coordinamento del confronto ad un organismo indipendente, la cui terzietà è un carattere irrinunciabile per il successo del processo partecipativo. Il dibattito si svolge per un periodo di quattro mesi, prorogabili a sei, sul documento illustrativo preparato dal proponente. Quest’ultimo ha poi tre mesi di tempo per esprimere pubblicamente la sua decisione in merito al proseguimento o meno dell’opera e alle modalità con le quali la stessa eventualmente verrà realizzata. Tali scelte devono essere motivate in base ai risultati del dibattito pubblico contenuti in un documento redatto dall’organismo indipendente. Risultati che non vincolano la decisione del proponente (altro elemento imprescindibile per il buon funzionamento dell’istituto), ma, inevitabilmente, finiscono per influenzarla.

Un esempio di come il dibattito pubblico possa in concreto esercitare questa influenza è costituito dal progetto per la realizzazione della cosiddetta “Gronda” di Genova (20 km all’interno del Comune, accanto alla Genova-Ventimiglia), in relazione al quale è avvenuta una delle prime sperimentazioni in Italia dell’istituto. Sperimentazione che da una parte ha reso possibile la progettazione di un’opera con il minor impatto sociale ed ambientale possibile (dei cinque tracciati alternativi messi in consultazione ne è stato scelto un sesto derivante dai risultati della consultazione stessa) e dall’altra ha permesso al proponente di risparmiare sui costi di progettazione (circa un milione di euro derivanti dalla mancata realizzazione di progetti inutili destinati a restare sulla carta).

Il risparmio economico è uno dei maggiori vantaggi derivanti dall’adozione del dibattito pubblico insieme al flusso di informazioni che rendono il proponente pienamente edotto delle reali caratteristiche, esigenze e peculiarità del territorio su cui si vuole intervenire. Le istanze, le osservazioni e le richieste di tutti gli stakeholders, infatti, evitano il rischio di scelte effettuate dal cosiddetto “decisore cieco”. Scelte che, purtroppo, ad oggi, sono la normalità.

Alcune legislazioni regionali hanno adottato l’istituto del dibattito pubblico (in Toscana, dal 2013, è stato reso obbligatorio); a livello nazionale, invece, si è sempre tergiversato sulla sua adozione. Con il precedente governo e con l’attuale le cose stanno cambiando e, afferma Atelli, “il Ministero dell’Ambiente e quello delle Infrastrutture stanno collaborando alla realizzazione di un disegno di legge in materia”. Una legge-cornice statale in grado di dettare una disciplina unitaria che non riguardi solo gli impianti a rete localizzati in più regioni, ma anche tutte quelle strutture puntuali (a partire dai termovalorizzatori ad esempio), che, pur interessando un territorio circoscritto, rappresentano un interesse strategico nazionale.

Per il buon funzionamento di questa disciplina però sarà essenziale intervenire contemporaneamente su un problema che spesso in Italia ostacola l’iter procedimentale per la realizzazione di un’opera pubblica: la non presa di posizione circa la realizzazione dell’opera da parte delle amministrazioni locali. “Occorre censurare i casi in cui tale silenzio è manifestamente opportunistico. Per questo, insieme al Ministero dell’Interno, stiamo mettendo a punto una normativa che obblighi gli amministratori che desiderano ricandidarsi a presentare in allegato al programma elettorale, in sede di ricandidatura, le motivazioni del silenzio eccessivamente prolungato” afferma Atelli. Si vuole, in tal modo, responsabilizzare gli organi politici locali nei confronti degli elettori.

Occorre considerare, infine, che, grazie al modello partecipativo illustrato, le scelte dei decisori pubblici acquisterebbero una legittimazione politica assolutamente rilevante perché frutto di quella democrazia deliberativa all’interno della quale, sostiene Iolanda Romano, “siamo pronti ad iniziare a muoverci anche nel nostro Paese”. Una democrazia che permette di adottare una policy realmente efficace perché strutturata in base alle reali caratteristiche ed esigenze del contesto in cui si inserisce. Una democrazia che, nella società attuale, caratterizzata dalla profonda crisi della democrazia rappresentativa, risulterà sempre più necessaria.

@FraClementi

 

Italicum, Renzi e Berlusconi

On 12 febbraio 2014, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

“Renzi è un risk-taker, chi lo assimila ad un vecchio democristiano non ha capito niente di lui.” Lo afferma il Prof. Roberto D’Alimonte che all’appuntamento settimanale “Un caffè con” organizzato da Reti ripercorre le tappe che hanno portato alla messa a punto dell’Italicum, tratteggiando anche un interessante profilo di quello che potrebbe essere il prossimo Presidente del Consiglio. “E’ uno a cui piace rischiare, si assume la responsabilità delle sue decisioni, pur sapendo che si gioca tutto: all’interno di ogni rischio vede delle opportunità”
Altra dote posseduta dal sindaco di Firenze è la capacità di negoziare, come emerge proprio dal percorso che ha portato alla definizione della proposta di legge elettorale in discussione in Parlamento.
Delle tre proposte contenute nel “menu” presentato da Renzi a Berlusconi, ci si è concentrati immediatamente su quella assimilabile al modello spagnolo, individuato come lo strumento più adatto per semplificare drasticamente il quadro politico.
La prima bozza di accordo tra i due prevedeva che, se nessuna coalizione fosse riuscita a raggiungere la soglia del 33% dei voti (poi 35%), si sarebbe proceduto alla distribuzione dei seggi attraverso un sistema proporzionale puro, senza doppio turno che non era ben visto da Berlusconi. Statisticamente, infatti, quando si vota al ballottaggio per i Comuni, i candidati di centro – destra hanno spesso la peggio.
Su queste basi si arriva al famoso incontro di sabato 18 novembre, durante il quale “succede qualcosa”. Il rottamatore, accogliendo i suggerimenti del Prof. D’Alimonte, riesce a convincere Berlusconi della necessità di introdurre il doppio turno per garantire la governabilità. Il leader di Forza Italia, dopo aver sentito il parere di Verdini, accetta anche grazie alla profonda simpatia e stima che prova per il suo interlocutore. “Verdini mi ha detto che Berlusconi, se potesse, darebbe a Matteo le chiavi di Forza Italia”, afferma il Prof. D’Alimonte, “e Renzi, che da ottimo negoziatore sa sfruttare le debolezze dell’avversario, questo lo sa e se ne approfitta”.
L’accordo di gennaio prevedeva però che la soglia di voti necessaria per aggiudicarsi il premio di maggioranza rimanesse bassa e che il premio stesso, fosse consistente. La proposta di legge in discussione in Parlamento prevede, invece, una soglia al 37% e un premio di maggioranza del 15%. Ciò è dovuto in parte alle pressioni dei piccoli partiti e in parte alle raccomandazioni del Presidente della Repubblica, che ha evidenziato la necessità di garantire quell’esigenza di rappresentatività che sta alla base della pronuncia di incostituzionalità emessa dalla Consulta nei confronti del porcellum. A queste condizioni, il rischio di uno sfilacciamento dell’accordo è reale e si somma all’incognita di quello che potrebbe succedere se realmente, nei prossimi giorni, un eventuale governo Renzi nascesse con la partecipazione di Alfano che, a quel punto, potrebbe tornare a chiedere con più forza l’introduzione delle preferenze.
D’Alimonte ritiene comunque che l’impianto della legge in discussione in Parlamento sia l’unico possibile, dato l’attuale quadro politico, anche se non nasconde che, in astratto, il modello ideale sarebbe quello francese che garantirebbe quella governabilità che, se le soglie viste sopra rimanessero invariate, sarebbe comunque a rischio dato che 10/15 parlamentari potrebbero far cambiare le sorti del governo. L’elemento oggi irrinunciabile per un’efficace riforma elettorale resta comunque il ballottaggio tra le due coalizioni più votate, che è in grado di legittimare pienamente la coalizione vincente e renderla più forte. Anche il rischio di un possibile aumento dell’astensione al secondo turno non sussiste, in quanto, come dimostra l’esperienza francese, “quando la posta è alta le persone a votare ci vanno”.
Anche l’Italicum, comunque, di cui D’Alimonte si definisce “al massimo uno zio insieme a Verdini” (affermando che gli unici veri padri sono Renzi e Berlusconi), da solo non può bastare a risolvere i problemi strutturali che impediscono l’efficiente funzionamento del sistema politico italiano. “Accanto alla legge elettorale si possono approvare subito alcune importanti riforme che vadano nella stessa direzione”. Tra esse, ad esempio, la riscrittura dei regolamenti parlamentari finalizzata a garantire una maggiore governabilità e, in attesa della riforma costituzionale che elimini il bicameralismo perfetto, la possibilità per i diciottenni di votare anche al Senato in modo da equiparare il corpo elettorale dei due rami del Parlamento.
Le cose da fare sono insomma molte e Renzi “ne è perfettamente consapevole”, così come è consapevole che in Italia ogni vera riforma strutturale rischia di essere rallentata dalle resistenze opposte dalle varie sacche di potere presenti all’interno dell’apparato burocratico dello Stato. Il sindaco di Firenze però “ha molta fiducia in se stesso ed un enorme pragmatismo”. Caratteristiche che, secondo il Prof. D’Alimonte, potrebbero portarlo ad accettare un incarico di Governo: un rischio che al suo interno nasconde anche grandi opportunità.

@fraclementi

Opporsi agli OGM è un crimine contro l’umanità

On 28 gennaio 2014, in Senza categoria, by Stefano Ragugini

Per Patrick Moore, ospite ieri al primo Caffè con… del 2014, opporsi agli OGM è un crimine contro l’umanità. Nella presentazione i motivi di questa sua considerazione.

 

L’export volano per uscire dalla crisi. ‘’In questi anni questo segmento ha avuto il grande merito di costituire l’unico fattore che ha rallentato la decrescita del nostro Paese’’.  Lo afferma Giuseppe Tripoli, Capo Dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico, che, all’appuntamento settimanale “Un caffè con” , organizzato da Reti, delinea le linee fondamentali  della strategia che il Governo intende porre in atto per rilanciare la competitività italiana all’estero.

I cinque settori che registrano un costante aumento della domanda e che risulteranno  strategici per l’export italiano, nei prossimi anni, sono: meccanica, arredo, tessile, agroalimentare e farmaceutico.  All’interno di tali ambiti, e, in generale, dell’intero contesto economico, occorre incentivare le piccole e medie imprese ad affacciarsi sui mercati internazionali.  Delle 200.000 aziende che esportano oggi in Italia, infatti, solo il 25% appartiene a questa categoria.  ‘’Per effettuare l’operazione- aggiunge Tripoli-  occorre estendere l’applicazione di servizi delineati in origine per le imprese medio-grandi anche alle PMI.  In questa direzione si muove il piano di internazionalizzazione delineato dal Governo, che, puntando sulla collaborazione delle Regioni e delle Camere di Commercio, cerca di indirizzare l’export italiano verso quei paesi nei quali è in crescita la domanda di beni di consumo e di infrastrutture e che presentano un terreno più fertile per gli investimenti’’.

Quali fattori sono necessari alla realizzazione del piano?.  Anzitutto occorre procedere a una vera e propria opera di “alfabetizzazione digitale” delle piccole imprese che sono ancora troppo indietro nel campo dell’e-commerce. Occorre, in questo senso, che ‘’il digitale colleghi l’imprenditore non solo al consumatore, ma anche al fornitore, attraverso servizi “chiavi in mano”, onnicomprensivi e di facile utilizzazione. Importante sarà, in questo settore, l’inserimento in azienda di giovani “nativi digitali” che possiedono le competenze necessarie per portare avanti tale operazione’’.

Altro grande fattore necessario per favorire l’internazionalizzazione è costituito dal rafforzamento della rappresentanza italiana all’estero, sul piano della promozione commerciale. A tal fine, la struttura pubblica deve offrire una piattaforma di base a cui è necessario che si  affianchino tutta una serie di servizi forniti dai privati.

Infine, un fattore importantissimo per il rilancio dell’export italiano è costituito dalla promozione del “Made in Italy”.  In tal senso occorre, anzitutto, una crescita nella capacità manageriale delle PMI, attraverso la formazione di export manager competenti. Sono essenziali, inoltre, un radicale abbattimento dei costi di esportazione dei prodotti italiani ed un sostegno finanziario concreto per tutte quelle imprese medio-piccole che non possiedono ancora l’esperienza necessaria per operare nei mercati internazionali.

La grande sfida che attende il Governo è quella di riuscire ad attirare in Italia un maggior numero di capitali dall’estero. Per questo è stato elaborato il piano Destinazione Italia. Uno dei pericoli maggiori che possono insidiare la riuscita di tale piano è costituito dal contesto normativo dei diversi settori produttivi, in cui si assiste ad un continuo cambiamento di regole, che disorienta gli investitori esteri. Per questo è essenziale procedere ad armonizzare e stabilizzare le norme rilevanti in materia.

@FraClementi